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Appunti sul Giallo

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Stampa: 24 Ottobre 2014

Discussione:


Autore della Discussione: IlCinese
Oggetto: Appunti sul Giallo
Scritto: 28 Gennaio 2012 17:40:00
Messaggio:

Questo il primo atto di una rubrica sul Giallo che tengo da tempo su aNobii e che penso possa interessare anche qualche sapientone.
Presto, se vi piace, inserirò le altre puntate.

Il romanzo giallo nasce a Parigi nel 1841, dopo l' efferato omicidio di un'anziana signora e di sua figlia. Il caso, dopo le infruttuose indagini della polizia viene risolto dal geniale acume del signor Dupin vero archetipo dell'investigatore deduttivo che tanta fortuna avrà nell'epigono Sherlock Holmes. Nel romanzo di Edgar Allan Poe (vero inventore della formula magica della "detection") "Gli assassinii della Via Morgue" Auguste Dupin risolve il mistero partendo da un ragionamento per cercare le prove che lo sostanzino. Dopo questo exploit Dupin è protagonista del perfetto racconto "La lettera rubata" in cui scopre il nascondiglio della lettera cercato invano da tanti segugi guardando nel posto più logico e perciò meno probabile. Alla fine del 1842 nel "Mistero di Maria Roget", ispirato da un caso realmente accaduto Dupin risolve il mistero della scomparsa di una graziosa ragazza senza muoversi da casa e basandosi solo sugli articoli del giornale. In una nota aggiunta all'edizione in volume dei suoi "racconti" Poe ha annotato di "aver effettivamente risolto il caso reale" con notevole anticipo rispetto alla polizia anche se recenti studi hanno dimostrato che il caso non è mai stato chairito sino in fondo.
Un altro racconto assimilabile al giallo è "Lo scarabeo d'oro" in cui si narra della scoperta di un tesoro grazie alla decrittazione di una vecchia mappa cifrata. Il grande John Dickson Carr rese omaggio a Poe facendolo diventare protagonista di un suo racconto, "Il gentiluomo di Parigi" in cui lo scrittore americano risolve da par suo un caso di omicidio.

Risposte:


Autore Discussione: lomell
Replicato il: 29 Gennaio 2012 07:11:49
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Certo che ci piace!!
Bravo Salvo


Autore Discussione: HARLOK
Replicato il: 29 Gennaio 2012 22:17:34
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Mi piace:(^_^)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 30 Gennaio 2012 21:47:18
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Nel 1928 durante la cosiddetta "epoca d'oro" del romanzo giallo si sentì la necessità di stabilire un codice che fissasse le regole per creare un buon poliziesco. Fu il critico d'arte Willard Huntington Wright, meglio conosciuto come S. S. Van Dine, nel suo articolo "Venti regole per scrivere romanzi polizieschi" a dettare questi standard che generalmente sono stati seguiti sino ad oggi.

1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
3. Non ci deve essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.
4. Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
5. Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
6. In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorio non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
7. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!
8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto "ab initio".
9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo "deduttore", un solo "deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un poliziotto, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
12. Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l'indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.
13. Società segrete, associazioni a delinquere "et similia" non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventura.
15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che - inutile dirlo - capita spesso al lettore ricco d'istruzione.
16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
a) scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
b) il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
c) impronte digitali falsificate;
d) alibi creato grazie a un fantoccio;
e) cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
f) il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
g) siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
h) delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
i) associazioni di parole che rivelano la colpa;
j) alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.

Naturalmente seguire pedissequamente queste regole avrebbe tolto al giallo l'emozione e gli avrebbe tolto quel realismo a cui molti giallisti tendevano. Infatti Raymond Chandler nel suo famoso saggio "La semplice arte del delitto" scritto nel 1944 polemizza duramente con il romanzo poliziesco classico "riservato alle vecchie signore", perchè "il romanzo poliziesco deve essere realistico per quanto riguarda personaggi, ambiente e atmosfera. Deve trattare di persone vere in un mondo vero". Nel suo saggio Chandler loda Dashiell Hammett per per aver strappato il delitto al giardino di rose del vicario, dove lo tenevano ostaggio Agatha Christie e Dorothy Sayers, e averlo restituito ai vicoli, in "un mondo in cui i gangster possono dominare le nazioni e poco manca che governino le città".


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 02 Febbraio 2012 21:01:52
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La paternità del poliziesco vede una lunga disamina che trova contrapposti Poe e Gaboriau. Una "guerra" tra America e Francia, irrisolta e credo irrisolvibile; di fatto però il contributo (anche semplicemente di "definizione" delle regole del genere) fu essenziale almeno quanto l'intuizione che portò E. A. Poe a inventare l'antesignano di Sherlock Holmes. Tributo che, purtroppo, raramente viene versato al francese.

Emile Gaboriau portò a maturazione quell'innovazione che Poe aveva portato. Non c'è da stupirsi che il testimone passò ad un francese in quanto fu Charles Baudelaire con le sue traduzioni dell'opera di Poe che fece conoscere il genio dello scrittore americano in tutta Europa. Inoltre Gaboriau nel suo personaggio principale Monsieur Lecocq, già nel nome rende omaggio ad uno degli avventurieri più straordinari del suo tempo, Eugène-François Vidocq che fu disertore, falsario, ladro, galeotto, spia per poi diventare il primo capo della Sûreté , la prima grande polizia moderna (a cui appartiene anche il signor Lecocq).

Emile Gaboriau fonde nei suoi romanzi, tra i quali ricordo "L'affare Lerouge" del 1863, "Il dramma d'Orcival" del 1867 e "Il signor Lecocq" del 1869, la narrativa popolare di cui il tipico esponente é Eugene Sue autore de "I misteri di Parigi" e la narrativa poliziesca ispiratagli da Poe. Monsieur Lecocq a differenza di Auguste Dupin, non si isola nell'astrazione perchè per lui l'indagine non è un gioco intellettuale ma un percorso di identificazione con il criminale e in questo prefigura il commissario Maigret. Lecocq infine ispirò direttamente Conan Doyle per il personaggio di Sherlock Holmes. "Ho letto "Lecocq il poliziotto" di Gaboriau, annotò nel marzo del 1886 lo scrittore inglese, e un racconto che parla dell'assassinio di una vecchia di cui non ricordo il nome. Tutti ottimi. Ricordano Wilkie Collins ma in meglio." Il seme era stato gettato e l'anno successivo sul Beeton's Christmas Annual fu pubblicato "Uno studio in rosso".


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 02 Febbraio 2012 21:26:59
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Oltre ad Emile Gaboriau un altro francese, Gaston Leroux, contribuì a dare al romanzo giallo la struttura formale che lo caratterizza e che lo rende così popolare. Leroux, autore anche del celebre "Il fantasma dell'opera", thriller del quale sono state tratte numerose versioni cinematografiche, nel 1908 con "Il mistero della camera gialla" introduce sia un personaggio che diventerà famoso, il giovane giornalista Rouletabille, sia un "topos" che da allora ogni autore di gialli che si rispetti dovrà affrontare: il mistero della camera chiusa ermeticamente.

Uno dei maggiori esperti di "camere chiuse" è stato senza dubbio John Dickson Carr, che nel suo mirabile "Le tre bare" fa tenere al suo personaggio più famoso, Gideon Fell, addirittura una conferenza sul tema, in cui sviscera a fondo ogni variazione sul genere. Proprio durante la sua colta disquisizione Gideon Fell giudica "Il mistero della camera gialla": "il migliore racconto poliziesco che sia mai stato scritto".

Il delitto nella camera chiusa è diventato col tempo un genere a se stante che coniuga il piacere di scoprire chi è stato (da cui viene la definizione popolare "whodunit" con la quale viene chiamato il giallo classico all'inglese) e la curiosità di sapere come l'assassino è riuscito a fuggire dal luogo del delitto.

Oltre John Dickson Carr, l'indiscusso maestro nel campo, si sono cimentati in questo genere tutti i più grandi giallisti come Edgar Wallace, in "L'enigma della candela ritorta", S.S. Van Dine in "La strana morte del signor Benson" e in "Tragedia in casa Coe", per citarne solo due, Agatha Christie anche nel racconto "Morte di un arlecchino", Ellery Queen in "Il delitto alla rovescia" e "Una stanza per morirci" e Clayton Rawson, che in "Morte dal cappello a cilindro" tiene una vera e propria lezione sul tema.

Ultimamente Paul Halter, giallista francese che dichiara apertamente di ispiarsi a Dickson Carr, ha rinverdito i fasti di questa particolare categoria con romanzi come "La quarta porta", "A 139 passi dalla morte", "Nebbia rossa" dove rievoca i delitti di Jack lo squartatore, "La morte dietro la tenda rossa" e "La camera del pazzo".



Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 04 Febbraio 2012 15:45:19
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Benché fosse medico e sia stato in parte ispirato per il suo immortale personaggio di Sherlock Holmes dal suo professore di medicina Joseph Bell, non fu Sir Arthur Conan Doyle a creare il primo investigatore scientifico della storia del giallo. Il primo investigatore scientifico fu il dottor Thorndyke, protagonista dei romanzi di Richard Austin Freeman.

Nel 1907 Freeman pubblica "L'impronta scarlatta" la prima avventura del medico legale John Thorndyke a cui faranno seguito altri dieci romanzi e quarantadue racconti. Spinto da una cultura scientifica enciclopedica e da una logica stringente Thorndyke risolve i suoi casi portando al culmine il razionalismo ottocentesco già preannunciato da Poe e dallo stesso Conan Doyle.

Secondo Raymond Chandler i romanzi di Freeman (tra cui segnalo "Il testimone muto" "L'affare D'Arblay" e L'occhio di Osiride") affascinano anche per il "caldo charme che hanno gli amori vittoriani e le meravigliose passeggiate attraverso Londra".

Anche se il suo nome è legato indissolubilmente a quello di Sherlock Holmes, Sir Arthur Conan Doyle non amò mai particolarmente il suo personaggio più famoso e arrivò al punto di farlo morire cadendo nelle cascate svizzere di Reichenbach nel racconto “Il problema finale” del 1886. In seguito dovette far resuscitare a furor di popolo quel detective diventato tanto ingombrante, nato “per gioco” e per passare le lunghe serate in attesa dei clienti nel suo studio di giovane medico.
I suoi interessi erano rivolti principalmente ai romanzi storici di cui si ricordano le saghe di Sir Nigel e del brigadiere Gerard. Fu anche uno dei precursori della fantascienza con il ciclo del professor Challenger di cui il romanzo più famoso è certamente “Il mondo perduto” che ha influenzato il libro di Michael Crichton “Jurassic park”.


Nell’ultima fase della sua vita Conan Doyle si dedicò attivamente allo studio dello spiritismo e delle fate, come documenta Charles Hingam nella sua documentatissima biografia “The adventures of Conan Doyle”. Il suo interesse per l’occultismo contrasta con l’esaltazione della logica e del Positivismo incarnato in Sherlock Holmes ma Conan Doyle era un tipico uomo dell’Ottocento sempre in bilico tra Realismo e Romanticismo.

Infine fu anche coinvolto in una vicenda che sembra tratta da uno dei suoi libri. Viene infatti sospettato di essere l’autore della “Beffa dell’uomo di Piltdown”. Nel 1912 in una miniera vicina a Piltdown nel Sussex furono ritrovato alcuni frammenti del teschio di quello che sembrava un ominide sconosciuto, ritenuto l’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia. Solo quarant’anni dopo si scoprì che i reperti consistevano nella mandibola di un orango e in un pezzo di cranio di uomo moderno.

Una curiosità su Conan Doyle è data dalla sua partecipazione come giornalista alle Olimpiadi di Londra del 1908. Molti ritengono sia lui il megafonista che sorregge Dorando Pietri durante gli ultimi strazianti metri della maratona olimpica. E' certo invece che si prodigò per far avere al valoroso atleta carpigiano una sostanziosa colletta e che perorò - invano - la sua causa.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 06 Febbraio 2012 20:59:30
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Come la Settimana Enigmistica anche Sherlock Holmes vanta innumerevoli tentativi di imitazione. Molti scrittori si sono cimentati con questo mito letterario. Il grande Mark Twain in un racconto del 1912 (A double-barrelled Detective Story) racconta un insuccesso dell'investigatore.

Lo stesso figlio di Sir Arthur, Adrian, assieme a John Dickson Carr ha pubblicato due raccolte di novelle "Le imprese di Sherlock Holmes" e "Nuove imprese di Sherlock Holmes". Anche Maurice Leblanc ha fatto incontrare il suo eroe Arsène Lupin con Herlock Sholmes.

Oltre ai gialli Holmes è diventato persino personaggio di racconti di fantascienza ma il romanzo "fuori canone" più significativo è senza dubbio "La soluzione sette per cento" di Nicholas Meyer in cui il detective è un drogato che si reca a Vienna per curarsi da un "dottorino" di cui si dice un gran bene, Sigmund Freud. Il padre della psicanalisi non solo disintossica Holmes, che si inietta cocaina in una soluzione al sette per cento, ma riesce anche a svelare le ragioni di questo suo vizio: il padre dell'investigatore aveva ucciso la moglie e il suo amante.

Anche Ellery Queen in "Uno studio in nero" ne fa rivivere l'epopea mettendolo addirittura sulle tracce di Jack lo Squartatore.

Una prova dell'enorme popolarità del personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle, diventato vero e proprio archetipo dell'investigatore, è data dalla bizzarra teoria che ha preso piede tra gli appassionati di gialli e anche tra qualche scrittore che l'ha romanzata. Secondo queste voci Nero Wolfe, il corpulento e brillante detective di origine montenegrina, sarebbe figlio di Sherlock Holmes e di Irene Adler, l'affascinante avventuriera protagonista del racconto "Uno scandalo in Boemia".


Strano destino quello di Irene, che compare solo in questa avventura (anche se viene citata in altri racconti) ma che è diventata il più conosciuto e più importante personaggio del fantastico mondo holmesiano. Cantante d'opera, avventuriera e forse anche spia, unica donna che Sherlock Holmes ammira incondizionatamente, Irene Adler è anche protagonista dei romanzi gialli di Carole Nelson Douglas dove compare anche il grande investigatore.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 06 Febbraio 2012 21:04:06
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Tra i precursori del giallo si può indubbiamente annoverare anche la baronessa di origini ungheresi Emmuska Orczy, famosa anche per il personaggio della "Primula rossa", nome che da allora per antonomasia definisce un personaggio inafferrabile.

Nel 1901 la baronessa pubblica sul Royal Magazine alcuni racconti che hanno come protagonista "Il vecchio nell'angolo", primo armchair detective (detective in poltrona), un curioso personaggio che risolve gli enigmi seduto in un caffè. Nel 1909 questi racconti verranno raccolti in un volume "The Old Man in the Corner".
L'anno successivo fu pubblicato "Lady Molly of Scotland Yard" raccolta di dodici racconti che hanno come protagonista Molly Robertson-Kirk più nota come Lady Molly di Scotland Yard, che anticipa di dieci anni la reale presenza femminile nel prestigioso corpo di polizia.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 09 Febbraio 2012 20:48:40
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I rapporti tra letteratura “alta” e letteratura poliziesca sono sempre stati contraddittori e ambigui. Da un lato gli intellettuali hanno da subito considerato il giallo un genere secondario di letteratura, poco impegnativa, scritta sciattamente, un passatempo usa e getta destinato ad un pubblico rozzo e quasi analfabeta, malgrado scrittori affermati come Wilkie Collins con “La pietra di Luna” e Charles Dickens con “Il mistero di Erwin Drood” (romanzo rimasto incompiuto a causa della morte dello scrittore) si fossero dedicati con successo alla detection story. (Sul romanzo di Dickens, Fruttero e Lucentini hanno costruito un divertente caleidoscopio di indagini guidate addirittura da Hercules Poirot nel divertissement giallo “La verità sul caso D.”)

Per tutelare i valori del romanzo giallo Gilbert Keith Chesterton creatore del prete detective Padre Brown, scrisse nel 1901 un’accorata e celebre “Difesa dei racconti polizieschi”, in cui sosteneva che “Il primo valore essenziale del giallo risiede nel fatto che è la prima e unica forma di letteratura popolare in cui si esprime in qualche modo la poesia della vita moderna.” Inoltre Chesterton sosteneva che “non è vero che il lettore comune preferisca la letteratura scadente a quella buona, e che il romanzo poliziesco risponda alle sue attese in quanto bassa letteratura. […] il romanzo poliziesco non è soltanto una forma d’arte del tutto legittima, ma, interpretando il gusto popolare, possiede anche alcuni vantaggi ben definiti reali come strumento di benessere pubblico.[…] Il romanzo delle forze di polizia presenta quindi l’intero romanzo del genere umano.

Quasi a sostanziare questa nobilitazione del genere giunse alcuni anni dopo Dorothy L.Sayers, una delle prima donne laureate a Oxford. La Sayers famosa anche per la traduzione in inglese della “Divina Commedia” di Dante, si dedicò attivamente alla produzione di romanzi polizieschi creando il personaggio di Lord Wimsey, destinato a diventare uno degli investigatori più raffinati e originali della storia del giallo. Molti critici sono concordi nell’affermare che la Sayers è riuscita a creare un nuovo tipo di romanzo poliziesco, forse anche perché gli ambienti e i personaggi che compaiono nelle sue opere non sono frutto di pura invenzione ma sono il frutto di vicende vissute. Tra i suoi romanzi più noti sono da ricordare “Bellona Club”, ”Lord Peter e l’altro” e “Il gatto dagli occhi verdi”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 09 Febbraio 2012 20:50:10
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Benché ai “Piani alti” della cultura si considerasse il giallo con malcelato disprezzo come un sottogenere da non frequentare, piano piano si fece strada la consapevolezza che il romanzo poliziesco costituisse un potente strumento per capire e svelare i meccanismi che regolano il nostro mondo.

Già un fine intellettuale come Antonio Gramsci, nel suo saggio “Letteratura e vita nazionale”, scritto in carcere negli anni Trenta, dedica molta attenzione al romanzo poliziesco che vede come scontro quasi titanico tra delinquenza e apparato giudiziario o il suo surrogato (il detective). Per lui infatti “il romanzo poliziesco è nato ai margini della letteratura sulle “cause celebri”. […] Il passaggio da tale tipo di romanzo a quelli di pura avventura è segnato da un processo di schematizzazione del puro intrigo, depurato da ogni elemento di ideologia democratica e piccolo borghese: non più la lotta tra il popolo buono, semplice e generoso e le forze oscure della tirannide […] ma solo la lotta tra la delinquenza professionale o specializzata e le forze dell’ordine legale, private o pubbliche, sulla base della legge scritta".

Alcuni anni più tardi il grande poeta inglese Wystan Hugh Auden nel suo saggio critico “La parrocchia del delitto” (che significativamente ha come sottotitolo “Considerazioni di un drogato del giallo”) ammette che “per me come per tanti altri la lettura dei gialli è una droga al pari del tabacco e dell’alcol”. In questo suo lavoro Auden sviscera con acume gli elementi principali del romanzo giallo che per lui sono l'ambiente, la vittima, l'assassino, i sospettati e il detective più un elemento determinate, il lettore, che per la prima volta interagisce con il testo e che non ha un atteggiamento passivo rispetto al giallo, anzi è cornice imprescindibile del romanzo.

Se Auden si limita ad analizzare dall’esterno questo genere letterario, il suo amico Cecil Day-Lewis, poeta laureato di corte (prestigiosa carica che fu anche di Geoffrey Chaucer, Edmund Spenser e Alfred Tennyson, per citane solo alcuni), si "sporcò le mani" in prima persona e passando dalla teoria alla pratica scrisse sotto lo pseudonimo di Nicholas Blake una ventina di romanzi gialli di notevole spessore, incentrati sul personaggio di Nigel Strangeways. Strangeways compare per la prima volta in “Questione di prove” del 1935. E’ un uomo colto, (si è laureato a Oxford) ed è proprio grazie alla sua vasta cultura che riesce a risolvere i casi che gli si presentano.
Oltre al titolo d’esordio, la produzione migliore di Cecil Day-Lewis (padre dell’attore Daniel Day-Lewis) è rappresentata da “Quando l‘amore uccide“ del 1936, “La belva deve morire” del 1938, “ Misteri sotto la neve” del 1941 e “La mia morte per la tua” del 1958.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 11 Febbraio 2012 18:48:56
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Le grandi potenzialità del giallo interessarono anche un scrittore attratto dalle tematiche metafisiche e fantastiche come Jorge Luis Borges, che ispirò Umberto Eco per il personaggio di Jorge da Burgos per il suo bestseller “Il nome della Rosa” (ma di questo parleremo in seguito).

Borges nel suo saggio “Il romanzo poliziesco” indaga sull’intreccio di questo genere letterario, ma si sofferma specialmente sul ruolo del lettore di gialli: “C’è un tipo di lettore attuale, che è il lettore di romanzi polizieschi. Questo lettore - lo si trova in tutti i paesi del mondo e lo si conta a milioni- è stato generato da Edgar Allan Poe. […] questo lettore è già pieno di sospetti, perché il lettore di romanzi polizieschi è un lettore che legge con incredulità, con sospetti, con sospetti particolari”. Lo scrittore argentino considera il poliziesco “Un’avventura intellettuale” e come tale degna del massimo rispetto, riferendosi naturalmente al giallo classico inglese e sottovalutando l’Hard Boiled americano che riteneva decaduto in quanto “realista, di violenza, un genere di violenze sessuali anche”. Quello che interessava Borges era la funzione consolatoria del giallo: “Cosa si può dire come apologia del genere poliziesco? C’è una constatazione evidente da fare: la nostra letteratura tende al caotico. […]. In questa epoca così caotica, c’è una cosa che, umilmente ha conservato le virtù classiche: il romanzo poliziesco […] che sta salvando l’ordine in un’epoca di disordine”.

Con Adolfo Bioy Casares, Borges scrisse alcuni racconti gialli riuniti nel volume “Sei problemi per Don Isidro Parodi” firmati da un fantomatico Honorio Bustos Domecq. Don Isidro è un barbiere che, accusato ingiustamente viene condannato e dal carcere risolve i casi che gli vengono sottoposti. Nonostante questi racconti mantengano molte suggestioni borgesiane, non convinsero particolarmente Borges che scrisse di non esserne troppo orgoglioso in quanto “l’ho portato su un terreno simbolico, non so se funziona”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 13 Febbraio 2012 20:41:45
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“Requiem per il romanzo giallo” è l’impegnativo sottotitolo del romanzo “La promessa” dello scrittore e drammaturgo svizzero Friedrich Durrenmatt. Con questo libro Durrenmatt scrive l’epitaffio funebre alla pretesa di dominare con la logica i comportamenti umani mentre sostiene che è il caso a giocare un ruolo decisivo nelle nostre vite e quella che sovente viene chiamata abilità è soltanto fortuna, anche se non viene percepita come tale perché nel suo universo letterario il mistero non si lascia più penetrare dalla fredda razionalità.
“Le nostre leggi si fondano soltanto sulla probabilità, sulla statistica, non sulla causalità, si realizzano soltanto in generale, non in particolare. Il caso singolo resta fuori dal conto […] Ma voi scrittori di questo non vi preoccupate. Non cercate di penetrare in una realtà che torna ogni volta a sfuggirci di mano, ma costruire un universo da dominare. Questo universo può essere perfetto, possibile, ma è una menzogna” - scrive infatti il romanziere - perché “un fatto non può 'tornare' come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari, ma soltanto pochi elementi per lo più secondari”.


La vicenda è abbastanza lineare nel suo svolgimento ma sono le circostanze casuali a sconvolgere tutte le teorie. Il protagonista del libro è il geniale commissario Matthai che indaga sull’assassinio di una bambina bionda vestita di rosso. Del delitto viene accusato un ambulante che dopo poco confessa e si suicida. Matthai non crede a questa confessione e si butta a corpo morto in un'indagine impossibile, e per riuscirci non esita a mettere in pericolo un’altra bambina bionda vestita di rosso. Le sue teorie sono giuste ma non riuscirà nel suo intento e finirà i suoi giorni alcolizzato sperando ancora di arrestare il mostro.
Così dopo Heisenberg con il suo principio di indeterminazione, che nega la possibilità di conoscere sino in fondo il mondo fisico, e dopo Kurt Godel che con il teorema di incompletezza ci mostra i limiti intrinseci della matematica, Friedrich Durrenmatt con “La promessa” ci toglie ogni illusione di arrivare alla verità attraverso l’indagine logica.
Da questo notevolissimo romanzo è stato tratto il film omonimo di Sean Penn e soprattutto uno splendido sceneggiato con Rossano Brazzi nel ruolo del commissario Matthai.

P.S. A chi fosse interessato ad approfondire il tema del ruolo che gioca il destino nella nostra vita segnalo due saggi molto intelligenti (che non riguardano il giallo) di Nassim Nicholas Taleb, “Giocati dal caso” e “Il cigno nero”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 15 Febbraio 2012 20:53:40
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Un anfitrione misterioso, dieci persone convocate in modo enigmatico in una dimora isolata tutte destinate a morire perché tra loro si nasconde un assassino spietato. Questa è la trama di un romanzo celeberrimo “…e poi non rimase nessuno” di Agatha Christie, che con 110 milioni di copie è il giallo più venduto in assoluto e l’undicesimo libro nella classifica mondiale dei bestseller.
L’idea base è però stata completamente copiata dal misconosciuto “L’ospite invisibile” dei coniugi americani Gwen Bristow e Bruce Manning che scrissero il loro romanzo nel 1930 ben nove anni prima che uscisse il libro della Christie.

La struttura di base e l’intreccio sono identici a parte la filastrocca del titolo originale che era “Dieci piccoli negri” (“Ten little niggers”), che si ricollega anche a Nigger Island al largo del Devon dove si svolge la storia, che poi fu cambiato in “Dieci piccoli indiani” (“Ten little indians”) e infine in “… e poi non rimase nessuno” (“And There Where None”), con il quale è ancora pubblicato negli USA, per non offendere la popolazione di colore.
“L’ospite invisibile” ha il torto di essere molto scarno e troppo schematico per suscitare davvero interesse, in quanto è rimasto solo a livello di bozza, di soggetto, mentre la Regina del giallo, sfruttando l’idea di base, riesce a dare sostanza e suspense alla vicenda.
Il successo di "Dieci piccoli indiani" fu amplificato anche dalla splendida prima versione cinematografica girata nel 1945 dal grande René Clair.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 15 Febbraio 2012 20:56:13
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Il perno, il grande protagonista del romanzo giallo è sicuramente il detective, questo demiurgo che riesce a portare la luce dove sono le tenebre, il raziocinio dove regna la confusione totale, l'intelligenza dove ogni domanda resta senza risposta. La capacità mitopoietica del giallo è infinita perché, come scrisse Mircea Eliade "I miti del romanzo poliziesco soddisfano le nostalgie segrete dell'uomo moderno che, sapendosi decaduto e limitato, sogna di rivelarsi un giorno un personaggio eccezionale, un eroe..." .
Questo eroe viene analizzato da H.W.Auden ne "La parrocchia del delitto" in questo modo:
"I detective del tutto soddisfacenti sono rari. Di fatto ne conosco solo tre: Sherlock Holmes (Conan Doyle), l'Ispettore French (Freeman Wills Croft) e padre Brown (Chesterton).

Compito del detective è ristabilire quello stato di grazia di quando l'estetica e l'etica non erano in contrapposizione. Come l'individuo che ha causato la scissione tra queste due sfere è esteticamente provocante, il suo avversario -il detective- dovrà essere o il rappresentante ufficiale dell'etica, oppure un individuo d'eccezione lui stesso in stato di grazia. Nel primo caso è un professionista, nel secondo un dilettante. In entrambi i casi, comunque, dev'essere un personaggio estraneo alla vicenda e che non potrebbe essere assolutamente implicato nell'omicidio. Ciò esclude la polizia locale e, a mio parere, dovrebbe anche escludere ogni detective amico di qualche indiziato. [...]
I detective dilettanti dal canto loro ci deludono. Personaggi come Lord Wimsey o Philo Vance sono superuomini presuntuosi, motivati solo dal loro personale capriccio, oppure come i detective dei romanzi hard boiled, sono mossi dalal cupidigia o dall'ambizione, per cui potrebbero benissimo essere loro stessi dei delinquenti. [...]
Holmes e French possono essere d'aiuto all'assassino solo in veste di maestri; gli insegnano cioè che il delitto verrà scoperto e non paga. Non possono fare di più perché nessuno dei due sa cosa sia la tentazione del crimine. Holmes perché è troppo dotato e French troppo ligio alla virtù. Padre Brown invece va oltre e fornisce all'assassino l'esempio di un uomo che ha conosciuto la tentazione del delitto ma che, grazie alla fede, è riuscito a resistere."

Scritto Da - IlCinese on 15 Febbraio 2012 20:58:44


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 18 Febbraio 2012 15:20:42
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Come ogni genere letterario di successo anche il giallo è stato analizzato e sviscerato in ogni suo aspetto per carpirne i suoi più segreti meccanismi interni.

Una delle disamine più serie e interessanti è sicuramente quella fatta dall’Oulipopo (acronimo di Ouvroir de littérature policière potentielle, che potremmo tradurre con “Laboratorio di letteratura poliziesca potenziale”) nato da una costola dell’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle), gruppo di scrittori e letterati francesi volti a cercare uno sbocco diverso e particolare alla letteratura, ritenuta stagnante e non più interessante.

Tra i membri dell’Oulipo, che si definivano “topi che si costruiscono da sé il labirinto da cui tentano di uscire”, sono da annoverare Raymond Queneau che fu uno dei fondatori, Georges Perec, Marcel Duchamp e, unico tra gli italiani, Italo Calvino.
L’Oulipopo invece si propone di studiare le situazioni e i meccanismi del romanzo poliziesco e i modi usati per combinarli (Oulipopo analitico) e tutte le matrici potenzialmente utilizzabili ma ritenuti inservibili (Oulipopo sintetico). Il lavoro più stimolante pubblicato da questo particolarissimo opificio è senza dubbio l’indagine sulla struttura interna del giallo enigma classico che è stato identificata nella sequenza:

Preludio-> enigma-> inchiesta-> soluzione.

Secondo gli studi del francese Jean-Pierre Colin, l’universo narrativo poliziesco si fonda in genere su tre costanti: esiste un equilibrio sociale che ad un certo punto subisce una brusca cesura (il delitto, D). L’equilibrio interrotto viene ristabilito [R] grazie ad un’inchiesta, un’indagine intellettuale (I) e/o un’indagine materiale (M) che in genere è l’inseguimento del colpevole. La prima forma di indagine è tipica del giallo classico all’inglese o “Whodonit” mentre la seconda è caratteristica del romanzo nero americano l’”hard boiled”.

Lo schema tipico di questa forma di narrativa è di solito il seguente:
D------I-----------M---------R

Nel giallo classico l’indagine intellettuale ha una parte preponderante, a volte addirittura esclusiva, spesso l’indagine materiale non esiste proprio, è uguale a zero, come in molti romanzi di Agatha Christie, Van Dine e Ellery Queen, per cui lo schema risulta il seguente:

D--------------I-------------------R. (M=0)

(Nei romanzi di Rex Stout invece c’è un sapiente dosaggio di queste due variabili dove l’indagine intellettuale (I) viene svolta da Nero Wolfe, auto-recluso in casa, mentre il compito di raccogliere prove e l’indagine materiale (M) è di stretta pertinenza di Archie Goodwin o di altri detective ingaggiati all’occorrenza come Saul Panzer).


Nell’hard boiled succede il contrario, quasi non esiste indagine intellettuale, (I = 0) e tutto il romanzo si basa sull’inseguimento (M). In alcuni romanzi la rottura rappresentata dal delitto non avviene all’avvio della storia, ma è preceduta da un preludio, da un periodo d’attesa (A) che serve a creare nel lettore uno stato d’inquietudine crescente, di instillargli l’angosciosa premonizione che qualcosa di drammatico sta per accadere. Questo preludio è un’attesa principalmente psicologica che precede l’attesa logica rappresentata dall’indagine intellettuale o materiale del detective che inizia non appena il delitto viene scoperto. Lo schema di questi romanzi risulta quindi leggermente più complicato:

A-------D---------I-------M-------R dove I o M possono non esserci.

Un’altra differenza fondamentale tra giallo classico e hard boiled è costituita dal fatto che nel primo caso la soluzione dell’enigma ristabilisce gli equilibri preesistenti e una volta arrestato o individuato il reprobo la pace sociale viene restaurata e il lettore viene confortato nella sua percezione che il mondo è giusto e sano e che il misfatto è solo opera di uno scellerato.

Nell’hard boiled invece anche quando il malvagio viene catturato o ucciso, l’equilibrio sociale non viene ristabilito, il lettore non viene rasserenato e diventa consapevole che il mondo è marcio.
Quindi da una parte c’è la funzione consolatoria del giallo contrapposta alla problematicità verista del romanzo noir.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 19 Febbraio 2012 15:45:45
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L’ultima frontiera del romanzo giallo è quella indicata da Umberto Eco nelle sue “Postille al Nome della rosa”: “Sembra che il gruppo parigino dell’Oulipo abbia costruito di recente una matrice di tutte le possibili situazioni “gialle”, scoprendo che dev’essere ancora scritto un libro in cui l’assassino è il lettore”.

Eco si riferisce al saggio “Qui est le colpable?” (“Chi è il colpevole?”), redatto da François Le Lionnais nel 1969 in cui vengono analizzati i vari possibili responsabili dei delitti dei gialli a partire dal primo (uno scimmione), al narratore (come in un celebre romanzo di Agatha Christie), all’editore del libro (come in una non specificata novella di Wodehouse). Alla fine del suo lavoro Le Lionnais lanciò la sua provocazione dicendo di aver trovato una soluzione razionale (senza trucchi o mezzi soprannaturali) per rendere colpevole il lettore.

La sfida fu raccolta per primo dal giallista inglese Peter Lovesey che nel suo racconto “Youdunnit” (che è diventato anche il marchio di fabbrica di questo particolarissimo genere) riesce nell’impossibile compito. Un anno dopo Jean-Louis Bally nel suo “La dispersion des cendres” trova un originale intreccio per assolvere l’assunto, immaginando un autore che, scrivendo un giallo destina tutti i diritti d’autore ad un fondo segreto che una volta raggiunta una certa cifra paga un killer per assassinare lo scrittore. Max Dorra nel 1999 scrisse lo “youdunnit” “Vous permettez que vous dise tue?” pubblicato anche in inglese con il titolo “You Shalt Kill”. Questo fatto stimolò ancora Peter Lovesey che ingelosito dal successo del francese scrisse “Assassinando Max” in cui per la prima volta un giallista ne uccide un altro. Questo gustosissimo racconto è presente nella raccolta “Lo strangolatore di Sedgemoor” pubblicato nel 2003 nella collana Supergiallo Mondadori.

Alla serie di autori “youdunnit” si deve aggiungere anche l’italiano Raul Montanari, che nel romanzo “Sei tu l’assassino” del 1997 (che cita nel titolo un racconto di Poe) sottotitolato “l’ultimo giallo possibile” immagina che un redattore di una casa editrice venga ucciso dalla scarica elettrica partita da un computer. Le indagini portano alla scoperta che la vittima lavorava al progetto di un libro interattivo e, per chiudere il cerchio, che la casa editrice è la “Marcos y Marcos”, la stessa che pubblica nella realtà il romanzo. Alla fine il lettore scopre che il meccanismo omicida parte proprio dalla sua mano.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 21 Febbraio 2012 20:52:42
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La voglia di cercare nuove strutture narrative per il romanzo poliziesco non è tipica solo dei surrealisti, dei cultori della patafisica, degli sperimentatori o degli autori postmoderni contemporanei ma anche i protagonisti dell’epoca d’oro si divertirono a creare un canovaccio che uscisse dagli schemi soliti del canone giallo. Uno di questi tentativi è “L’ammiraglio alla deriva” scritto da alcuni membri del Detection Club nel 1930.

Il Detection Club è un’associazione di scrittori di romanzi polizieschi fondata a Londra nel 1931 e da allora ha riunito i più grandi esponenti della letteratura gialla a partire dal primo presidente G.K. Chesterton. Tra gli altri presidenti di questo prestigioso club ci sono state grandi personalità come Dorothy L. Sayers e Agatha Christie che lo guidò per 20 anni, dal 1956 al 1976.

“L’ammiraglio alla deriva” è il primo esperimento di giallo collettivo, scritto a più mani dai maggiori giallisti dell’epoca tra i quali oltre ai citati figurano anche Henry Wade, Anthony Berkeley, John Rhode e Freeman Wills Croft.

Il romanzo è stato pianificato facendo scrivere un capitolo ad ogni autore tenendo conto di due regole base. Ogni scrittore doveva scrivere avendo in mente la sua soluzione definitiva e doveva spiegare ogni indizio comparso nella narrazione. Alla fine del libro compaiono le diverse soluzioni prospettate dagli autori per avere chiare le linee guida dell’intreccio.

Nato come un gioco, “L’ammiraglio alla deriva” non riesce a prendere quota e annoia per l’estremo groviglio di indizi fuorvianti ma l’idea di base resta suggestiva e nel complesso è un giallo che non sfigura nei confronti dei più interessanti dell’epoca.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 24 Febbraio 2012 21:11:10
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Il giallo italiano

Il “giallo italiano” nasce in ritardo rispetto alle altre letterature che tra la seconda parte dell’Ottocento e i primi del Novecento alimentano i voraci lettori del genere con tantissimi romanzi polizieschi di qualità e di successo molto vari.
Rimane isolata la lezione di Emilio De Marchi (1851-1901), membro della Scapigliatura milanese e autore di romanzi come "Demetrio Pianelli", "Arabella" e "Giacomo l’idealista".

Nel suo romanzo “Il cappello del prete” (1888), uno dei primissimi, se non il primo vero “giallo” italiano, che uno dei maggiori esperti italiani - Raffaele Crovi - ha definito “il proto-thriller italiano”, De Marchi utilizza la tecnica verista della simbiosi lingua-dialetto e mette in primo piano una serrata inchiesta di coscienza che avviene nel colpevole, che lo porta alla fine a costituirsi alla giustizia: il barone napoletano Coriolano di Santafusca, ridotto all’indigenza da una vita sregolata e dispendiosa, dedita in particolare al gioco d’azzardo, trovatosi a dover pagare una scadenza finanziaria e non potendo tollerare l’idea della miseria e del disonore ricorre al delitto uccidendo un facoltoso prete per impossessarsi del suo patrimonio. Il delitto, preparato a freddo, sembrerebbe perfetto ma il cappello del prete dimenticato sul luogo del delitto mette in moto due inchieste, una giudiziaria, che non porterebbe a nessun risultato se nell’animo del barone non si scatenasse un processo ossessivo e tenace che lo costringerà alla confessione del misfatto. Di questo romanzo nel 1970 fu tratta una pregevole versione televisiva diretta da Sandro Bolchi, con Luigi Vannucchi nei panni del barone Coriolano di Santafusca.

Tra le principali cause di una mancata scuola italiana del giallo molti critici pensano ci sia la mancanza di validi scrittori “professionisti” disposti a diventare validi “artigiani” del romanzo, come successe in tante altre nazioni. Neanche la nascita nel 1929 dei “Gialli Mondadori”, che diedero anche il nome con cui sono riconosciuti i libri polizieschi, riuscì a creare un gruppo di autori di un certo spessore.
Una spinta involontaria alla creazione di una scuola italiana venne da una disposizione del Regime Fascista. Il Ministero della Cultura Popolare, noto anche come Minculpop, impose infatti una quota di autori italiani per ogni collana pubblicata e ciò costrinse gli editori a cercare e quasi a “creare” una vetrina di giallisti italiani.

Il primo ad essere pubblicato nei “Gialli Mondadori” fu nel 1931 il saggista e drammaturgo Alessandro Varaldo con “Il sette bello”. Varaldo tra il 1931 e il 1938 scrisse altri sette romanzi polizieschi tra cui ricordiamo “Le scarpette rosse”, “La gatta persiana” e “Il tesoro dei Borboni”, che hanno come protagonista il commissario romano Ascanio Bonichi che affronta situazioni che ricordano le atmofere create da Edgar Wallace, ricche di colpi di scena e di episodi misteriosi. Sulla scia di Attilio Varaldo si cimentano con il romanzo poliziesco anche altri scrittori di valore come Alessandro De Stefani, Ezio d’Errico e Tito A. Spagnol, personaggio singolarissimo, che fu giornalista prima di trasferirsi ad Hollywood dove collaborò anche con Frank Capra. Di Tito A. Spagnol che debuttò con “L’unghia del leone”, vale la pena di citare anche “La bambola insanguinata”.

Tra i tantissimi romanzi pubblicati da Mondadori ci fu anche “L’anonima Roylott” di Guglielmo Giannini, drammaturgo, giornalista e uomo politico che nell’immediato dopoguerra fondò il partito “Fronte dell’Uomo Qualunque”, che ebbe una fortuna tanto travolgente quanto effimera.

Scritto Da - IlCinese on 24 Febbraio 2012 21:15:51


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 26 Febbraio 2012 08:50:12
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Il panorama della letteratura poliziesca italiana del primo dopoguerra, a parte alcuni comprimari come Giorgio Spini con “La bottega delle meraviglie”, Renato Umbriani con “Il teschio d’argento” e Franco Vailati con “Il mistero dell’idrovolante” è dominato dalla figura di Augusto De Angelis nato a Roma nel 1888 e morto a Como nel 1944 in seguito ad un pestaggio da parte dei fascisti, il quale affermava che “Il romanzo poliziesco è il frutto rosso di sangue della nostra epoca. E’ il frutto, il fiore, la pianta che il terreno poteva dare. Nulla è più vivo e aggressivo della morte oggi. Nel romanzo poliziesco tutto partecipa al movimento, al dinamismo contemporaneo”.

De Angelis volle, come scrisse esplicitamente, fare un “romanzo poliziesco italiano perché da noi manca tutto, nella vita reale, per poter congegnare un romanzo poliziesco del tipo inglese o americano. E voleva scrivere dei libri polizieschi in cui le persone vivessero naturalmente, «in cui la vittima, il colpevole e il detective abbiamo muscoli, sangue, cuore e anima». Dei libri, allora, in sintonia con la vita e i lettori del tempo, i quali lettori, «afferrati dall’ingranaggio turbinoso di un’esistenza di lotta continua, immersi in una atmosfera di palpitazioni elettriche, di brividi meccanici, di rumori metallici», non sanno e non possono abbandonarsi a un’arte puramente contemplativa.

Il protagonista dei romanzi di De Angelis è il commissario De Vincenzi, un uomo molto bonario che ricorda l’umanità di Maigret e che agisce nell’atmosfera plumbea degli anni trenta, in cui ogni indagine deve sottostare al beneplacito politico e in cui tutto deve essere funzionale ai voleri della dittatura, tanto è vero che i colpevoli devono essere sempre stranieri e le ambientazioni devono essere all‘estero oppure in ambienti “viziosi“ come Cinecittà.

Il primo giallo di De Angelis è del 1936 - “L’albergo delle tre rose” - a cui seguono, tra gli altri, “Il candeliere a sette fiamme”, “Il mistero delle tre orchidee”, "La gondola della morte”, “Il mistero di Cinecittà” e “Sei donne e un libro“. Alcuni di questi libri sono stati ristampati da Sellerio nella meritoria collana “La memoria”. Negli anni settanta la Rai trasmise due serie di sceneggiati tratti dalle opere di De Angelis con Paolo Stoppa nel ruolo di Carlo De Vincenzi.

Scrivere gialli diventa sempre più difficile e alla fine del 1941 il fascismo decreta la soppressione della letteratura gialla in seguito ad un banale episodio di cronaca nera: due studenti milanesi di buona famiglia compiono una maldestra rapina e malmenano una cameriera. Arrestati, i due sciagurati dichiararono di essere stati “esaltati” dalla lettura dei gialli. Mussolini proclama che quei libri rovinano la gioventù fascista e ne fa sospendere le pubblicazioni.
“Già non si potevano più tradurre gli inglesi, gli americani e i francesi - ricorda Alberto Tedeschi -, se avessimo potuto continuare con i nostri autori forse si sarebbe potuta creare una vera e propria scuola italiana del giallo".
Per dare un’idea di come fosse occhiuta la censura ancora prima del fattaccio che decretò la fine delle pubblicazioni, basta pensare al giallo di Agatha Christie “Assassinio sull’Orient Express” in cui, nella traduzione italiana, uno degli assassini, il commerciante italo-americano Antonio Foscarelli diventa banalmente un brasiliano e la vittima, il gangster dal chiaro cognome italiano Cassetti viene chiamato anonimamente O’Hara.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 29 Febbraio 2012 21:06:50
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Nel 1924 con il Fascismo non ancora pienamente padrone della vita politica e sociale d’Italia, Roma fu scossa da una serie di rapimenti, stupri e omicidi di bambine che si protrassero per alcuni anni senza che la polizia potesse trovare il colpevole. Quando Mussolini impose di risolvere il caso a tutti i costi, alcuni indizi molto labili furono sfruttati per mettere in carcere un fotografo scapolo e dongiovanni Gino Girolimoni, che fu subito additato al pubblico ludibrio come “Il mostro di Roma”. Come era stato spettacolare l’arresto, il proscioglimento avvenuto anni dopo fu molto discreto e alla fine il vero colpevole, pur identificato come un prete protestante, non fu mai arrestato, mentre il povero Girolimoni passò alla storia come pedofilo, assassino e stupratore.
A questa vicenda fu dedicato un film di Damiano Damiani interpretato da Nino Manfredi e anche un romanzo giallo scritto da Lucio Trevisan intitolato “Il Mostro di Roma”. Questo periodo storico denso di violenza e oppressione ha ispirato Trevisan anche per un altro notevole giallo, “Il naso di Mussolini”, che ripercorre l’attentato dell’inglese Violet Gibson ai danni del Duce, che se la cavò solo con un graffio al naso. Entrambi i romanzi sono molto accurati e interessanti, a parte un anacronismo che parla di “Quinta colonna” in un libro ambientato nel 1926, quando la locuzione nacque durante la guerra civile spagnola del 1936. In entrambi i libri il protagonista è il commissario Pennetta, che non si piega ai voleri del Regime e tenta di capire e far trionfare la verità contro gli insabbiamenti e gli intrighi del potere.

Il ventennio Fascista ha affascinato anche Carlo Lucarelli che ha ambientato in questo periodo alcuni dei suoi più felici gialli come “Indagine non autorizzata”, “L’isola dell’angelo caduto”, “Carta bianca” e “L’estate torbida”.

Corrado Augias ha invece deciso di descrivere nei suoi migliori gialli gli anni che hanno immediatamente preceduto la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. “Quel treno da Vienna”, Il fazzoletto azzurro” e “L’ultima primavera”, che hanno per protagonista Giovanni Sperelli, fratellastro dell’eroe decadente dannunziano Andrea Sperelli, colpiscono per l’accuratezza della ricostruzione storica e per una nostalgia non certo nascosta per quel periodo di libertà e spensieratezza destinata a finire per sempre. In “Quella mattina di luglio” invece Augias ci porta proprio nel momento della caduta del Fascismo, il 25 luglio del 1943 quando tutto si dissolve ma un caparbio commissario di polizia, Flaminio Prati, non si rassegna alla sensazione di crollo della legalità e fa luce sull’omicidio di una ragazza.

E’ ambientato in Etiopia subito dopo il fallito attentato al viceré Graziani nel 1937 e alla successiva sanguinosissima rappresaglia il singolare “Debrà Libanos” di Luciano Marrocu, in cui due funzionari dell’Ovra indagano sull’assassinio di un giovane ufficiale e irriducibile donnaiolo mentre i soldati italiani si abbandonavano alla vendetta e al massacro. Marrocu ha ambientato anche un altro libro, “Faulas”, in quel torno di tempo e negli oscuri complotti nei palazzi del potere fascista.
“E trentuno con la morte…” di Giulio Leoni, ci porta invece all’epoca della velleitaria occupazione di Fiume da parte dei “legionari” dannunziani nel 1920. Anche qui un’indagine su di un omicidio rischia di cambiare il corso della storia.

Tra gli altri gialli legati a questa particolarissima epoca della nostra storia sono da mettere in rilievo gli straordinari romanzi di Ben Pastor come “Kaputt Mundi“ e “Il morto in piazza”, che sono ambientati in Italia. Ben Pastor, il cui vero nome è Maria Verbena Volpi è una scrittrice nata a Roma, che insegna in numerose università americane ma non ha dimenticato le sue grandi passioni, il giallo e la storia. Il suo romanzo d’esordio è “Lumen”, del 2001, ambientato nella Polonia invasa dai nazisti. Il detective creato da Ben Pastor è un ufficiale tedesco della Wehrmacht che mostra un rigore morale e una grande umanità che contrasta vividamente con la crudeltà dei tempi e degli uomini che lo circondano. Dopo "Lumen", Ben Pastor ha pubblicato nel 2002 “Luna bugiarda”, nel 2003 “Kaputt Mundi” e l’anno dopo “La canzone del cavaliere” dove Martin Bora indaga sulla morte di Federico Garcia Lorca. Nel 2005 viene pubblicato “Il morto in piazza” e a distanza di un anno “La venere di Salò”, mentre “La morte, il diavolo e Martin Bora è del 2007.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 03 Marzo 2012 20:18:09
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Nell’immediato dopoguerra le sorti del giallo italiano peggiorano notevolmente perché con la libertà di stampa vengono pubblicati tantissimi romanzi di qualità che il veto del Governo Fascista aveva proibito di stampare. Tra questi ci sono tanti capolavori di scrittori come Ellery Queen, Rex Stout, Agatha Christie, Erle Stanley Gardner solo per citare i maggiori e per tacere dei comprimari o degli onesti artigiani del poliziesco. Con questo ben di*****a portata di mano, gli editori non hanno certo bisogno di stimolare la crescita di nuovi autori italiani.

A metà anni cinquanta la Mondadori tentò di rilanciare il genere nazionale cercando nomi nuovi come Sergio Donati, Franco Enna e Giuseppe Ciabattini, autore di “Tresoldi e il duca” del 1956, i cui protagonisti sono due simpatici barboni, Tresoldi e Boero, che per caso si trovano a fare gli investigatori.

Questa nuova ondata del giallo italiano non dura a lungo e le librerie vengono riempite solo con i romanzi stranieri sino all’esplosione del “fenomeno Scerbanenco”.
Nato a Kiev nel 1911 da padre ucraino e madre italiana Vladimir Giorgio Šerbanenko si trasferisce presto in Italia dove fece molti mestieri prima di dedicarsi alla scrittura. Dotato di una grande versatilità Scerbanenco cominciò a scrivere gialli sin dagli anni quaranta, incentrati sulle indagini di un archivista di Boston, Arthur Jelling (narrate da un particolare Watson, lo psicopatologo italiano Tommaso Berra).
I romanzi di questa serie ambientata in America sono tre: “Sei giorni di preavviso” scritto nel 1940, “La bambola cieca” del 1941 e “Nessuno è colpevole” sempre del 1942.

Dopo vent’anni di stasi Scerbanenco torna al giallo con un nuovo personaggio, Duca Lamberti medico milanese radiato dall’albo perché coinvolto in un caso di eutanasia. Lamberti, umanissimo, dolente, sempre incerto, eroe anti-eroe, fa la sua comparsa nel romanzo “Venere privata” del 1966. Del 1966 è anche “Traditori di tutti” che vince nel 1968 il prestigioso Grand Prix Intérnational de Litérature Policière, mai vinto prima da un italiano. “I ragazzi del massacro e “I milanesi ammazzano il sabato” del 1969, pubblicato postumo, sono gli altri libri che compongono l’epopea di Duca Lamberti, un personaggio che ha fatto scuola nel giallo italiano per la vena di anticonformismo e di grande forza morale. Anche la fedele e veritiera descrizione della Milano in pieno boom economico, con tante luci e tante ombre dà a questi gialli un sapore particolare, romantico e spiazzante allo stesso tempo.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 04 Marzo 2012 17:29:57
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Nel 1957 fu pubblicato da Garzanti il giallo sperimentale “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”, scritto nell’immediato dopoguerra e apparso per la prima volta a puntate sulla rivista “Letteratura”.
Ambientato in piena Era Fascista, il romanzo ha un intreccio giallo, ma è soprattutto il pretesto per il virtuosismo tecnico e letterario di Gadda che si sbizzarrisce in invenzioni linguistiche (per esempio, per dire che una cosa è stata fatta male e senza cura, ricorre all’eufemismo “in modo cinobalanico”).

Scritto in un dialetto romanesco brillante ed efficace, il romanzo ha come protagonista il commissario di polizia Ciccio Ingravallo che è incaricato di svolgere un’inchiesta su di un furto di gioielli avvenuto in un popoloso edificio di Via Merulana. Nel palazzo abita una coppia di amici di Ingravallo, i Balducci. Una mattina al commissariato giunge la notizia che Liliana Balducci è stata brutalmente assassinata. Durante le indagini vengono indagati molti personaggi che vengono via via sospettati, ma la narrazione si conclude senza che ci sia la scoperta del colpevole, perché per Gadda la realtà è troppo complicata per avere una soluzione e tutto diventa un “pasticciaccio”.
Da questo bellissimo libro è stato tratto il film “Un maledetto imbroglio” diretto e interpretato da Pietro Germi.

Un altro scrittore che utilizza la struttura del romanzo giallo per le sue opere è Leonardo Sciascia che, a partire da “Il giorno della civetta” del 1961, frequenta con successo il genere che diventerà un suo punto di riferimento per scandagliare la complessa realtà siciliana in particolare e siciliana in generale. Già in questo suo romanzo Sciascia mette in luce il gioco delle parti di tanti protagonisti della nostra storia, narrando l’indagine su di un omicidio eccellente condotta dal capitano Bellodi, in cui lo scrittore siciliano associa molte caratteristiche del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, anche lui allora giovane ufficiale di stanza in Sicilia. Dalle indagini di Bellodi si scopre che il colpevole non è un uomo solo ma tutto l’ambiente sociale, che Sciascia condanna duramente anche con il successivo “A ciascuno il suo” in cui il maestro di Racalmuto raggiunge forse il suo risultato migliore, fondendo la critica sociale al romanzo giallo, innervato da una grande tensione civile. Il romanzo narra della morte di due persone su cui indaga, prima per gioco poi con interesse crescente, un intellettuale del posto, il professor Laurana. Quando questi scopre gli autori e i mandanti degli omicidi viene ucciso a sua volta, ma la morale più amara è che tutti in paese conoscevano la verità e tacevano per quieto vivere, per cui Laurana non era un abile investigatore dilettante, così frequente nei romanzi “Whodunit”, ma un “cretino” come lo chiama sprezzantemente uno dei colpevoli.


Nel 1971 Sciascia scrive un altro duro romanzo “Il contesto” in cui mette in scena una trama complessa che richiama il drammatico periodo della strategia della tensione. Nel romanzo L’ispettore Rogas indaga sulla morte di tre giudici e alla fine viene ucciso mentre è a colloquio con il segretario del partito comunista. Da questo libro è stato tratto il film di Francesco Rosi “Cadaveri eccellenti”.
Come si vede per lo scrittore siciliano il giallo non ha una funzione consolatoria ma, al contrario, ha il merito di instillare dubbi e mettere in luce ogni contraddittorietà della vita politica e sociale.
Anche i successivi lavori di Sciascia come “I pugnalatori”, “L’affaire Moro” e “La scomparsa di Majorana” hanno questa impronta di indagine su aspetti oscuri della storia vicina e lontana, vista sempre con occhio ironico ma anche scettico e disilluso.


Gli ultimi scritti di Leonardo Sciascia che hanno attinenza col giallo sono “Porte aperte” da cui è stato tratto un film di Gianni Amelio, “Il cavaliere e la morte” e “Una storia semplice”, ispirato dal furto di un quadro di Caravaggio avvenuto a Palermo nel 1969. Questo romanzo breve, da cui è stato tratto il film omonimo diretto da Emidio Greco con Gian Maria Volontè, è stato concepito da Sciascia come testamento morale, tanto che per sua precisa volontà è stato pubblicato il giorno della sua morte avvenuta il 20 novembre 1989.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 07 Marzo 2012 21:04:27
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I rapporti tra romanzo giallo e psicoanalisi sono molto più forti e complessi di quanto generalmente si pensi. Sia il detective che lo psiocanalista sono figure fondamentali di un secolo, l'Ottocento e di una corrente culturale, il Positivismo che ebbero come stella polare il raziocino, l'adorazione per la logica e l'esaltazione della ricerca scientifica. Nato ufficialmente nel 1841 con un racconto di Edgar Allan Poe il genere poliziesco o di detection si caratterizza immediatamente per la contrapposizione tra l'oscuro e il violento delitto che scuote la quotidianità e il rigido, geometrico metodo scientifico che risolve il caso e riporta la pace sociale e, se vogliamo vedere in controluce questi fattori, constatiamo lo scontro tra Romanticismo e Positivismo, le correnti culturali prevalenti del secolo.
Poe ci offre pochissime notizie del suo investigatore. Dice solo che “Era, questo giovane gentiluomo, di buona anzi illustre famiglia” che per una serie di disgrazie si era ridotto in povertà, il cui unico lusso erano i libri. In tal modo tutta l'attenzione viene rivolta alle sue capacità analitiche e deduttive che mette subito in luce con una spettacolare comprensione dei meccanismi mentali del suo sbalordito compagno d'avventura e che, in un certo senso, preparano la strada a Sigmund Freud e alla psicoanalisi. Per il critico John C. Cawelti “La grande differenza sta nel fatto che, mentre la soluzione del detective proietta sempre su un personaggio esterno, il metodo freudiano mette a nudo i conflitti della nostra mente.” (Adventure, mystery and romance. 1976).
Non a caso, per sottolineare questa stretta discendenza, nel romanzo “La soluzione sette per cento” scritto nel 1974 da Nicholas Meyer, Sherlock Holmes si confronta proprio con il padre della psiocanalisi.
Come scrive sempre Cawelti “Il detective interviene e dimostra che il sospetto generale è ingiustificato. Egli dimostra che l'ordine sociale non è responsabile del crimine, che è invece responsabilità di un singolo e dei suoi privati moventi” (op. cit)
In tale prospettiva siamo di fronte al lieto fine che riporta la pace in un universo che pareva posto sottosopra dal delitto. Possiamo così affermare che il detective assume una funzione demiurgica, sacrale e stabilizzatrice in un mondo alla deriva.
“Gli assassinii della Via Morgue” è sicuramente il racconto di Poe più analizzato, lo hanno psicanalizzato Freud e Marie Bonaparte, singolare figura di psicoanalista, amica di Freud, diretta discendente di Napoleone e principessa di Grecia e di Danimarca, autrice anche di una biografia dello scrittore americano in cui conclude che forse il giovanissimo Poe vide la madre con un amante che anni dopo trasferì nel “ feroce scimmione quegli istinti aggressivi e bestiali, che nell'ottica primitiva del bambino dominano il suo concetto sempre sadico dell'atto sessuale”. La biografia del grande scrittore americano scritta da Marie Bonaparte si intitola "Edgar Allan Poe: studio psicoanalitico" e si suddivide in due parti:
1: La vita e l'opera poetica. I racconti: il ciclo della madre morta-vivente e il ciclo della madre paesaggio e
2: La confessione dell'impotente; il ciclo della madre assassinata; il ciclo della rivolta contro il padre; il conflitto con la coscienza; il ciclo della passività verso il padre; Poe e l'anima umana.
Nel 1955 Jacques Lacan gli ha dedicato un celebre seminario che è alla base della sua scuola di psicanalisi che è contenuto in "Scritti" pubblicato da Einaudi nel 1995 , e Jacques Derrida ha scritto un saggio per criticare le interpretazioni di Lacan.

A capire meglio cosa lega i due ambienti così distanti ci aiuta la psicoanalista Silvia Vegetti Finzi nel sua splendida “Storia della psicoanalisi” pubblicata da Mondadori nel 1986.
“In questa prima fase, Freud non disdegna di interrogare i “fatti”, di interrogare i testimoni, di confrontare i ricordi del soggetto con quelli dei familiari. Ma se tale è il procedere della ricostruzione (che non sarà mai abbandonato) ben diverso è quello della costruzione, che compare in un saggio straordinario “Costruzioni in analisi” del 1937 al culmine di una intensa rielaborazione teorica. Si tratta, in primo luogo, di “ricercare le tracce”, di un metodo poliziesco dunque che ci evoca immediatamente il personaggio letterario di Sherlock Holmes, il detective inglese creato da Arthur Conan Doyle, famoso per la sua abilità nello scoprire l'autore del delitto sulla base di indizi (orme, tracce, segni) impercettibili ai più. Sappiamo poi che conosceva i lavori di un critico d'arte italiano, un certo Morelli, che proprio negli anni della “gestazione analitica” , proponeva un metodo per l'attribuzione delle opere iconografiche, distinguendo con sicurezza le imitazioni dall'originale. “Egli era giunto a questo risultato, scrive lo stesso Freud, prescindendo dall'impressione generale e dai tratti fondamentali del dipinto, sottolineando l'importanza caratteristica dei dettagli secondari, di particolari secondari come la conformazione delle unghie, dei lobi auricolari, dell'aureola e di altri elementi che passano di solito inosservati...”. In tutti e tre i casi, dell'analista, del poliziotto e del critico d'arte, tracce magari infinitesimali consentono di cogliere una realtà profonda, altrimenti intangibile. Si tratta di sintomi, nel caso di Sigmund Freud, di indizi in quello di Sherlock Holmes e di segni (pittorici) per Morelli. Le caratteristiche di queste discipline indiziarie sembrano:
1) l'essere basate sulla decifrazione dei segni; 2) avere per oggetto casi, situazioni documenti individuali, “in quanto individuali; 3) raggiungere una conoscenza implicante un margine ineliminabile di aleatorietà, di congettura.”
Ecco dunque il tratto unificante e predominante dei due campi di indagine, la semiologia, la conoscenza e l'interpretazione dei segni e la semeiotica, la disciplina che studia i sintomi clinici. Con questo bagaglio di conoscenze specifiche, il cavaliere Auguste Dupin, protagonista del racconto di Poe, stupisce il narratore ripercorrendo a ritroso i suoi pensieri, aiutato solo dai movimenti corporali e dagli sguardi alla luna del suo amico durante una passeggiata notturna. Allo stesso modo Sherlock Holmes capisce ciò che pensa il suo aiutante Watson dalle espressioni facciali e dai suoi mormorii e similmente l'analista penetra la psiche del paziente studiando i tic, le dimenticanze e gli errori come nel celebre saggio di Freud “Psicopatologia della vita quotidiana”, pubblicato nel 1901.
Tutte queste suggestioni culturali e scientifiche fanno da sfondo al giallo di Caleb Carr “L'alienista” che ha come protagonista Laszlo Kreizler, un famoso alienista che ricorda il grande psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi. Fino al ventesimo secolo coloro che soffrivano di disturbi mentali erano definiti alienati e gli esperti che studiavano le patologie mentali erano dunque noti con il nome di alienisti.
Ambientato a New York nel 1896 il romanzo narra delle indagini sui raccapriccianti omicidi che scuotono i bassifondi più loschi della metropoli americana. Chiamato dal commissario della polizia distrettuale e futuro presidente americano Theodore Roosevelt a risolvere il caso, il dottor Kreizler si avvale delle più particolari e avveniristiche tecniche di indagini, come le impronte digitali e, appunto, la psicoanalisi. Per riuscire nell'ardua impresa, “l'alienista” dovrà superare gli ostacoli creati dalla malavita e dall'ostilità per la novità dell'inchiesta e per catturare l'assassino dovrà riuscire a sintonizzarsi sulla lunghezza d'onda della sua mente perversa.
Il merito più grande di Carr è quello di aver inserito un plot poliziesco originale in un contesto splendidamente caratterizzato e rispondente ad ogni dettaglio storico.
A questo splendido giallo ha fatto seguito “L'angelo delle tenebre” in cui Kreizler indaga sul rapimento della figlia di un diplomatico spagnolo all'uscita del Metropolitan Museum. Sullo sfondo di questo crimine si scoprono oscuri interessi politici influenzati dalle tensioni tra Spagna e Stati Uniti che porteranno alla guerra di Cuba.
Il fascino della New York di fine Ottocento cesellato con maestria da Caleb Carr non ha proprio niente da invidiare alla nebbiosa Londra, terreno di caccia preferito da Sherlock Holmes.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 07 Marzo 2012 21:05:06
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Che la scienza medica e il giallo abbiano profondi legami è attestato anche dal fatto che il modello su cui Arthur Conan Doyle sviluppò l'immortale personaggio di Sherlock Holmes fu il suo professore di Medicina all'Università di Edimburgo Joseph Bell. L'occhio clinico che permetteva al medico di capire istantaneamente di quale malattia soffrisse il paziente fu trasfusa nel metodo deduttivo caratteristico del segugio londinese.
Riguardo a Edgar Allan Poe, nel suo primo capolavoro giallo "Gli assassinii della via Morgue" Auguste Dupin primo investigatore della storia del Giallo, passeggia con il narratore ed ad un certo punto dopo diversi minuti di silenzio parla seguendo esattamente i pensieri dell'amico decifrando ogni suo sguardo e ogni sua smorfia, delineando la traiettoria delle sue riflessioni:
"Non si deve pensare, da quanto ho detto, che io stia rivelando un mistero o costruendo un romanzo. Quello che ho descritto in questo francese era soltanto il risultato, l'effetto di un'intelligenza eccitata e forse ammalata. Ma un esempio varrà meglio di ogni altra cosa ad illustrarvi la natura delle sue osservazioni nei momenti ai quali ho accennato.
Passeggiavamo una notte per una lunga strada sudicia nelle vicinanze del Palais Royal. Immersi entrambi nei nostri pensieri, non avevamo profferito sillaba da almeno un quarto d'ora.
All'improvviso Dupin ruppe il silenzio con queste parole:
"E' davvero molto piccolo, e sarebbe più adatto per il Théâtre des Variétés".
"Non c'è dubbio," risposi meccanicamente, non rendendomi conto al primo momento (tanto ero preso dalle mie riflessioni) della straordinaria esattezza con cui il mio interlocutore si era riagganciato al filo delle mie meditazioni. Me ne sovvenni un istante dopo, e il mio sbalordimento fu profondo.
"Dupin," dissi, gravemente, "questo è più di quanto riesca a capire. Devo ammettere che mi avete sbalordito, e sono quasi tentato di non credere ai miei sensi. Come avete potuto indovinare che stavo pensando a...?" E qui m'interruppi, per accertarmi definitivamente se sapesse davvero a chi stavo pensando.
"... a Chantilly," finì Dupin, "ma perché v'interrompete? Stavate rilevando fra di voi che la sua bassa statura lo rende inadatto a recitare tragedie".
E questo era stato per l'appunto l'oggetto delle mie riflessioni.
Chantilly era un ex-ciabattino della Rue St.-Denis, il quale, pazzo per il teatro, si era cimentato nel ' rôle ' di Serse, nell'omonima tragedia di Crébillon, e i suoi sforzi erano stati oggetto di scherno generale.
"Ditemi, per amor del cielo," esclamai, "quale metodo - se pure metodo c'è - vi ha permesso di scandagliare il mio pensiero su questo argomento".
Effettivamente ero anche più sorpreso di quanto fossi disposto ad ammettere.
"E' stato il fruttivendolo," rispose il mio amico, "a portarvi alla conclusione che quel rappezza-suole non aveva statura sufficiente per Serse et id genus omne".
"Il fruttivendolo!... Mi stupite... Non conosco nessun fruttivendolo".
"L'uomo che vi ha urtato quando abbiamo imboccato questa strada...
sarà circa un quarto d'ora fa".
Mi ricordai infatti che un fruttivendolo, che reggeva sul capo un enorme cesto di mele, mi aveva quasi buttato per terra, per sbaglio, mentre passavamo dalla Rue C... nella via dove adesso ci trovavamo; ma che cosa avesse a che vedere questo con Chantilly proprio non mi riusciva di capire. Non c'era un briciolo di ' charlatanerie ' in Dupin.
"Ora vi spiegherò," mi disse, "e perché possiate capire ogni cosa con chiarezza, cominceremo col riesaminare l'ordine di successione dei vostri pensieri dal momento in cui vi ho parlato fino a quello della ' rencontre ' col fruttivendolo in questione. Gli anelli principali di questa catena si saldano in questa successione:
Chantilly, Orion, Dottor Nichols, Epicuro, la stereotomia, il selciato, il fruttivendolo".
Sono poche le persone che non si siano divertite, in qualche periodo della loro vita, a ripercorrere i passi compiuti dalla loro mente per arrivare a certe determinate conclusioni. E' un'occupazione che ha in sé molti motivi di interesse; e colui che l'esperimenta per la prima volta si stupisce dell'incoerenza e della distanza, apparentemente incolmabile, che corre tra il punto di partenza e quello d'arrivo. Quale non fu dunque la mia meraviglia quando mi sentii dire dal francese quel che vi ho riportato e quando fui costretto a riconoscere che le sue parole corrispondevano a verità. Dupin continuò:
"Avevamo parlato di cavalli, se ben ricordo, prima di lasciare la Rue C... Fu questo il nostro ultimo argomento. Mentre attraversavamo la strada per imboccare questa via, un fruttivendolo con una grande cesta in bilico sul capo, superandoci di gran fretta, vi spinse sopra un mucchio di pietre da pavimentazione accatastate in un punto in cui il marciapiede è in riparazione. Siete inciampato in una delle pietre sparse all'intorno, siete scivolato storcendovi leggermente la caviglia, avete assunto un'aria seccata o perlomeno rannuvolata, avete borbottato qualche parola, vi siete voltato indietro a guardare il mucchio di sassi e poi avete ripreso a camminare in silenzio. Non prestavo soverchia attenzione a quanto facevate; ma ultimamente l'osservazione è diventata per me una specie di mania.
"Avete tenuto abbassati gli occhi per terra, lanciando sguardi indispettiti alle buche e ai solchi del marciapiede (per cui conclusi che stavate ancora pensando alle pietre), finché giungemmo al vicoletto Lamartine, che è stato lastricato in via sperimentale con dei blocchi saldati e sovrapposti. Qui notai che il vostro viso si rasserenava e da un movimento delle vostre labbra mi convinsi che stavate mormorando la parola 'stereotomia' termine che si applica con una certa affettazione a questo tipo di lastricato. Sapevo che non avreste potuto pronunciare tra voi il vocabolo 'stereotomia' senza essere portato a pensare agli atomi e di conseguenza alla teoria di Epicuro; e poiché quando discutemmo questo argomento non molto tempo fa vi accennai al fatto davvero singolare, anche se praticamente ignorato, che le vaghe ipotesi di questo illustre greco fossero state confermate dalla più recente cosmogonia nebulare, mi parve che non avreste potuto fare a meno di alzare gli occhi verso la grande nebulosa d'Orione e mi apprestai con una certa sicurezza a vedervelo fare. Voi guardaste in alto; e fui allora certo di aver seguito esattamente il corso del vostro pensiero. Ma in quella spietata ' tirade ' contro Chantilly, pubblicata ieri sul ' Musée ' l'articolista, alludendo ironico e malevolo al cambiamento di nome del calzolaio all'atto di calzare il coturno, citò un verso latino sul quale abbiamo sovente discusso. Mi riferisco a quel verso che dice:
Perdidit antiquum litera prima sonum.
"Vi avevo spiegato che questo si riferiva a Orione, che in passato si scriveva Urione; e per certe particolarità pungenti connesse alla spiegazione ero certo che non l'avreste dimenticato. Era evidente perciò che non avreste mancato di riaccostare le due idee di Orione e Chantilly. E che effettivamente le associaste lo capii dalla natura del sorriso che vi aleggiò sulle labbra. Pensavate al sacrificio del povero ciabattino. Fino allora avevate camminato tutto ricurvo ma ora notai che vi erigevate in tutta la vostra statura. Fui certo a questo punto che stavate riflettendo sull'altezza di Chantilly. Fu allora che interruppi il corso dei vostri pensieri per osservare che era proprio un omino, quel Chantilly, e che avrebbe figurato meglio al Théâtre des Variétés".
http://digilander.libero.it/davis2/lezioni/letteratura/


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 08 Marzo 2012 21:21:09
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Ecco qui invece un esempio del ragionamento di Sigmund Freud sulla dimenticanza di un nome che ricalca alla perfezione il flusso logico illustrato dal Cavaliere Auguste Dupin:
"Inserisco qui ancora un esempio di dimenticanza di un nome
di città, che forse non è cosi semplice come quelli precedenti [vedi
sopra i NN. 1 e 3] ma che apparirà plausibile e prezioso a chiunque
abbia dimestichezza con questo genere di ricerche. Si tratta del nome
di una città italiana, che si sottrae alla memoria a motivo della sua
forte somiglianza fonetica con un nome femminile di persona al
quale si ricollegano numerosi ricordi affettivi, non certo esaurientemente
descritti nella comunicazione. Sàndor Ferenczi di Budapest,
che osservò questo caso di dimenticanza su sé stesso, lo trattò cosi
come si analizza un sogno 0 un'idea nevrotica, e sicuramente con
ragione.
"Oggi mi trovavo presso una famiglia amica; si venne a parlare delle
città dell'Alta Italia. Qualcuno dice che in queste città ancora si riconosce l'influsso austriaco.
Se ne citano alcune; anch'io ne voglio
nominare una ma il suo nome non mi viene in mente anche se so
di avervi trascorso due giorni molto gradevoli, il che non si accorda
bene con la teoria di Freud sulla dimenticanza. Invece del nome di
città cercato mi si affacciano le seguenti associazioni: Capua, Brescia,
II leone di Brescia.
"Mi vedo davanti questo 'leone' realisticamente come statua di
marmo, ma mi accorgo subito che assomiglia non tanto al leone
del monumento alla liberazione, che si trova a Brescia e che ho visto
soltanto in immagine, quanto piuttosto a quell'altro leone marmoreo
da me veduto nel monumento in memoria delle guardie
svizzere cadute alle Tuileries che si trova a Lucerna, e di cui ho una
riproduzione in miniatura sullo scaffale dei miei libri. Infine riesco
a ricordare il nome cercato: è Verona.
"So anche immediatamente chi porta colpa di questa amnesia. Non
è altri che un'ex cameriera della famiglia presso la quale mi trovo in
visita. Si chiamava Veronica, in ungherese Verona, e mi era antipaticissima
a causa della sua fisionomia ripugnante, la sua voce roca
e stridula e la sua urtante confidenzialità (alla quale si riteneva autorizzata
in virtù dei suoi molti anni di servizio presso la famiglia).
Anche il modo dispotico con cui a suo tempo trattava i bambini di
casa mi era insopportabile. Ed ora sapevo anche che cosa significassero
le parole sostitutive.
"Con Capua associo immediatamente caput mortuum; molto
spesso paragonavo la testa di Veronica a un teschio. La parola ungherese
kapzsi (avido di danaro) forniva certamente un'altra determinazione
per lo spostamento. Naturalmente trovo anche le vie associative
più dirette che collegano fra di loro Capua e Verona in quanto
concetti geografici e parole italiane di uguale cadenza.1
"Lo stesso vale per Brescia; ma anche qui si trovano intricate vie
secondarie del nesso ideativo.
"La mia antipatia era a suo tempo cosi violenta da farmi apparire Veronica addirittura rivoltante,
ed espressi più volte la mia sorpresa
che essa potesse tuttavia avere una sua vita erotica e potesse
essere amata. 'Baciarla — dicevo — deve muovere il vomito.'2
Ciò non toglie che essa era certamente da lungo tempo in connessione
con l'idea delle guardie svizzere cadute.
"Almeno qui da noi in Ungheria si usa nominare spesso Brescia
non in connessione con il leone ma con un altro animale feroce. Il
nome più odiato in questo paese come anche in Alta Italia è quello
del generale Haynau, chiamato la 'iena di Brescia'. Dall'odiato despota
Haynau vi è quindi un filo conduttore che, attraverso Brescia,
conduce alla città di Verona; un altro filo conduttore, attraverso
l'idea dell'animale dalla voce roca che s'aggira attorno alla tombe
(che concorre a far affiorare il monumento in memoria dei morti),
va al teschio e alle spiacevoli corde vocali di Veronica, dal mio inconscio
insultata cosi gravemente e che a suo tempo infieriva in
questa casa in modo quasi altrettanto dispotico del generale austriaco
nelle lotte per la libertà degli ungheresi e degli italiani.
"A Lucerna si riconnette il pensiero di quell'estate che Veronica
passò coi suoi padroni al Lago dei Quattro Cantoni, nelle vicinanze
di Lucerna; alle guardie svizzere, il ricordo di quando essa riusciva a
tiranneggiare non solo i bambini ma anche i membri adulti della
famiglia, compiacendosi di fare la parte della Garde-Dame [vecchia
governante].
"Noto espressamente che la mia antipatia — conscia — per Veronica
fa parte delle cose da gran tempo superate. Veronica nel frattempo
è cambiata molto vantaggiosamente tanto nell'aspetto quanto
nelle maniere e, nelle rare occasioni che ho, posso incontrarmi con
lei con sincera affabilità. Il mio inconscio, come al solito, conserva
le impressioni con maggiore tenacia; è 'retrospettivo' e 'vendicativo'.
"Le Tuileries sono un'allusione a una seconda persona, una signora
francese piuttosto anziana che effettivamente faceva da guardia in
molte occasioni alle donne di casa e che dai piccoli e dai grandi
veniva stimata e, un pochino, anche temuta. Fui suo élève [allievo]
di conversazione francese per un certo tempo. A proposito della
parola élève, mi viene ancora in mente che quando fui in visita
presso il cognato del mio odierno anfitrione, nella Boemia settentrionale,
trovai molto divertente che la popolazione rurale del luogo
chiamasse Lòwen [leoni]3 gli allievi della locale Accademia forestale.
Può darsi che anche questo ricordo comico sia intervenuto nello spostamento
dalla iena al leone."
1 [Nella pronuncia ungherese.]
2 [In tedesco vomito = Brechreiz; confronta la prima sillaba con la prima sillaba di
Brescia.]
3 [La prima sillaba pronunciata approssimativamente in dialetto come la seconda sillaba di élèves.]
Da "Psicopatologia della vita quotidiana"(1901)
http://digidownload.libero.it/m_de_pasquale/Freud_Psico


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 08 Marzo 2012 21:22:59
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Durante la ricerca di fonti per documentarmi sulla storia del giallo avevo letto e salvato un file di cui mi ero completamente dimenticato e che ho trovato oggi facendo ordine nei documenti. Lo condivido perché lo ritengo molto interessante.
Il racconto deduttivo di Poe ed il labirinto svelato di Borges
a cura di Livia Bidoli
Il romanzo poliziesco o detective story viene spiegato nella sua definizione in un saggio di Todorov che vede come capitolo a parte la "Tipologia del romanzo poliziesco" . Nel saggio Todorov si serve della descrizione che ne dà Michel Butor, nel suo romanzo L'impiego del tempo: "il personaggio principale di quest'opera, Gorge Burton, autore di numerosi romanzi polizieschi, spiega al narratore che "ogni romanzo poliziesco è costruito su due delitti di cui il primo, commesso dall'assassino, non è che l'occasione per il secondo, nel quale il criminale è vittima del carnefice puro e impunibile: il detective. […] La narrazione […] è una sovrapposizione di due serie temporali: i giorni dell'inchiesta, che cominciano dal crimine, e i giorni del dramma, che portano ad esso"" .
Il romanzo a cui si riferisce Todorov come rappresentante del romanzo poliziesco classico viene detto 'romanzo a enigma'. La struttura è relativamente semplice e la si riconosce nelle prime prove di detective story riconosciute i tre racconti "raziocinanti" di Edgar Allan Poe: The murders in the Rue Morgue (1841), The Mystery of Marie Rogêt (1842), The Purloined Letter (1845) . Questi tre racconti: I delitti della Rue Morgue, Il mistero di Marie Roget e La lettera rubata sono stati definiti "del raziocinio" perché i misteri che vi sono esposti arrivano ad una soluzione grazie ad un detective che impiega l'analisi unita alla deduzione per risolvere i casi apparentemente inspiegabili che gli si presentano. Come recita Marcus Cunliffe, uno dei grandi storici della letteratura anglo-americana, a proposito di questi racconti: "la loro costruzione è ammirevole, e Auguste Dupin è fra i primissimi della infinita serie dei criminologi onniscienti della letteratura" e Lovecraft rincara: "le storie fondate sulla logica e la razionalità, anticipatrici del moderno racconto poliziesco" . p.85
Auguste Dupin è il detective scelto da Poe per le sue indagini: le sue peculiarità sono ben descritte dal narratore all'inizio di I delitti della Rue Morgue mentre si prodiga in un excursus sulle facoltà mentali: "l'abilità dell'analista […], le sue numerose osservazioni e deduzioni. […] La facoltà costruttiva, o di combinare, per mezzo della quale l'ingegnosità si manifesta" . Poco dopo il narratore ci presenta il soggetto a cui queste doti si riferiscono: Auguste Dupin, un giovane gentiluomo di un illustre famiglia caduta in rovina e il cui unico lusso è di comprare libri. Dupin si configura in seguito come il detective che risolverà l'oscuro caso di un duplice omicidio: due donne vengono trovate massacrate e mutilate in casa loro e con la porta chiusa dall'interno. Il racconto presenta quindi la storia del crimine su cui si inserirà la storia dell'inchiesta: esattamente come nello schema che presenta Todorov nel suo saggio sopra citato. A questo punto si prosegue all'acquisizione dei dati, premessa l'immunità del detective durante le indagini: la ricostruzione del delitto avviene tassello dopo tassello, come in una struttura a mosaico. Si nota subito che la prima storia, quella del crimine già avvenuto è il motivo per cui l'inchiesta si svolge: la storia già accaduta, nel passato, del delitto, promuove l'investigazione nel presente, il tempo della narrazione.
Il romanzo ad enigma è riconoscibile grazie a queste qualità specifiche che lo distinguono da quelli che lo seguiranno: il noir, o romanzo nero, e il romanzo a suspense, che riunisce qualità dell'uno e dell'altro.
Il romanzo poliziesco è suddiviso da Todorov in altre due varianti: il romanzo noir ed il romanzo a suspense. Il romanzo noir, apparso negli Stati Uniti intorno alla Seconda guerra mondiale, fonde le due storie del crimine e dell'investigazione, il tempo della narrazione è il presente ed il detective è parte vulnerabile nella vicenda che dispiega i crimini sviluppando la storia. In certi casi, in Chandler e Hammett, si conserva il mistero sul crimine (come nel romanzo a enigma) che però resta subordinato alla preminenza della seconda storia e alla sua tematica, che riguarda in primo luogo l'ambiente ed i personaggi. La violenza, l'amoralità, il delitto efferato sono delle costanti e, sebbene vi permangano elementi del romanzo d'avventura, ossia il pericolo, gli inseguimenti ed i combattimenti, la particolare indulgenza del romanzo nero nelle descrizioni particolareggiate e fredde degli scenari, lo fa distinguere agevolmente da quest'ultimo. Il romanzo d'avventura, peraltro, è stato sostituito dal romanzo di spionaggio negli ultimi tempi, soprattutto nel Novecento.
Il romanzo a suspense, è costruito sulle due storie, del passato e del presente serbando il mistero sul delitto, come il romanzo a enigma, ma facendo rivestire il ruolo principale alla seconda storia, come nel noir. Todorov riassume così questo punto: "l'attenzione del lettore si rivolge non soltanto a ciò che è accaduto, ma a quello che in seguito accadrà: egli è portato ad interrogarsi sia sull'avvenire che sul passato" .
Il racconto di Borges La morte la bussola (1943) esemplifica il procedimento per cui si snoda il romanzo nero: il detective Erik Lönrot indaga su una serie di delitti commessi da un gangster, Red Scarlach, e seguendo la pista si comporta come Dupin, ovverosia raccoglie e studia i particolari, leggiamo: "Lönrot si credeva un puro ragionatore, un Auguste Dupin, ma v'era in lui qualcosa dell'avventuriero, e persino del giocatore di carte" . Questo racconto però, è intessuto su un tranello che si scopre alla fine ai danni dell'investigatore Lönrot, ecco la ragione per cui non si può inserirlo nel romanzo a enigma; inoltre tutte le indagini avvengono nel presente, la ricerca dei dati, lo studio inutile dei libri trovati sulle scene del delitto che forgiano la trappola per il detective: tutto indissolubilmente legato al noir. Altre qualità sono l'efferatezza con cui vengono descritti i dettagli degli assassinii, il motivo della vendetta di Scharlach (Lönrot aveva fatto arrestare il fratello di Scharlach e lui stesso aveva rischiato la vita in quell'occasione), il detective in pericolo. Il racconto di Borges è il rovesciamento speculare del racconto a enigma di Poe: qui Dupin-Lönrot viene battuto sul suo stesso campo: l'analisi. Il motivo centrale per cui Lönrot viene ucciso da Scarlach è rappresentato dal suo travisamento delle prove, dalla sua erronea analisi dei fatti: l'assassino ha costruito una trappola che il detective non ha saputo indovinare.
A circa un secolo di distanza ci viene mostrata l'evoluzione della figura del detective, dal ragionatore immune ai delitti Dupin al vulnerabile Lönrot: le ultime frasi del detective prima di morire riguardano la costruzione di un labirinto perfetto in cui non è riuscito Scarlach, e la promessa di Scarlach di edificarlo. In questa richiesta si compone il dramma del detective, imprigionato nel suo ruolo anche nel momento supremo dal suo doppio: Red Scharlach corrisponde a "rosso scarlatto", Lönrot è un "rosso riscatto", una ricompensa di sangue, che coincide con la sua morte.
Inoltre il labirinto di prove costruito da Scharlach per catturare Lönrot è imperfetto soltanto nella mente di lui, in quanto è riuscito a trarlo 'perfettamente' in inganno nonostante non sia stato innalzato nella forma di quella linea unica, incessante linea retta d'un labirinto greco di cui lui conosce l'esistenza.
In questo confronto fra due maestri del "mistero" rinveniamo ancora un dato unico: la ricerca di una soluzione, di una chiave, di un filo d'Arianna che ci possa istruire sulla strada da percorrere verso la soluzione, verso l'uscita dai fitti e immemori enigmi di casi strani ma verosimili. Il racconto deduttivo è ad un filo dal fantastico-strano che ci racconta Todorov nel saggio sulla letteratura fantastica e la scelta fra una soluzione verosimile ed una soprannaturale è ciò che li divide in fondo. Se crediamo ai vaneggiamenti di Roderick Usher oppure alla crepa che minaccia la casa di crollo dall'inizio del racconto: ale sue percezioni stravolte oppure ad un chiarimento logico, quando c'è.
http://www.progettobabele.it/rubriche/poeborges.php
p.s. l'autrice non nomina l'opera da cui ha tratto la citazione di Cunliffe su Poe ma questa è inserita nel saggio "Storia della letteratura americana" nel capitolo "Un terzetto di gentiluomini" in cui si parla di Irvin, Cooper e Poe e precisamente a pagina 115 dell'edizione Einaudi. Qualche pagina prima Cunliffe scrive: " Questo è quello che innalza Poe sulla folla degli altri scrittori: e cioè la qualità dell'intelligenza e la coscienza cha ha di quel che fa. I suoi racconti, osserva Baudelaire, mostrano "l'assurdo che si insedia nell'intelletto, e lo governa con una logica spietata."


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 11 Marzo 2012 10:47:21
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Secondo molti studiosi la psicoanalisi affonda le sue radici nella Cabala, la tradizione esoterica dell'antica mistica ebraica a cui avrebbe fornito le basi interpretative. E' proprio alla Cabala che si ispira Richard Zimler nel suo giallo storico “Il cabalista di Lisbona. Dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492, anche in Portogallo il re Manuel, su forti pressioni dei regnanti spagnoli, fu convinto a cacciare gli israeliti. Per non perdere i ricchi esponenti della comunità ebraica il re decise di convertirli a forza al cristianesimo, dando loro vent'anni per liberarsi dalla vecchia religione. Moltissimi ebrei si convertirono solamente esteriormente rimanendo fedeli al loro credo, rischiando continuamente la vita. Tra loro c'era anche Berekiah Zarco, protagonista del romanzo. Durante il pogrom antiebraico dell'aprile 1506 nel quartiere di Alfama a Lisbona, viene ritrovato in una cella chiusa dall'interno il cadavere del cabalista e miniaturista Abraham Zarco, zio di Berekiah. Tocca proprio a Berekiah indagare sulla misteriosa morte del parente, aiutato dal giovane musulmano Farid. Tra intrighi, mille ombre di complotti, traffici di libri pericolosi, Zarco si fa strada nella cupa Lisbona, vero labirinto pieno di insidie e di trappole e alla fine riesce a trovare la soluzione di questo giallo molto particolare ma estremamente interessante, caratterizzato dalla grande aderenza storica.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 11 Marzo 2012 10:48:40
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l giallo storico, tanto in voga attualmente, ha una illustre madrina, Agatha Christie. Infatti il più famoso romanzo d’indagine ambientato nell’antichità è “C’era una volta” “Death comes as the end “ un intricato giallo familiare ambientato nell’antico Egitto. La Regina del giallo conosceva bene quel periodo storico in quanto in seconde nozze sposò il celebre archeologo Max Mallowan. La Christie che era più vecchia di quindici anni del marito era solita ironizzare su questo fatto dicendo “Un archeologo è un marito ideale: più invecchi e più s'interessa a te.” La lunga frequentazione dei siti archeologici che si protrasse per due decenni, creò l’ambientazione perfetta per altri suoi capolavori come “Poirot sul Nilo” e “Non c’è più scampo” ambientato in Mesopotamia, entrambi con protagonista l’investigatore belga. Tra gli investigatori in “peplum”, il più famoso e simpatico è sicuramente Publio Aurelio Stazio senatore romano ed ex console che vive le sue avventure del secolo d’oro di Roma, il primo dopo Cristo. Nato dalla fantasia di Danila Comastri Montanari, Publio Aurelio compare per la prima volta nel 1990 nel romanzo “Mors Tua” che vinse il Premio Tedeschi e conseguentemente fu pubblicato nel Giallo Mondadori nello stesso anno. Al fortunato esordio sono seguiti sino ad ora altri quattordici libri di successo travolgente tra cui è doveroso segnalare “Cave Canem”, Moriture te salutant”, “Cui prodest?” e “Parce sepulto”. Sofisticato esteta ed amico personale dell’Imperatore Claudio, Publio Aurelio non disdegna di sporcarsi le mani per seguire il suo innato istinto per le indagini che lo portano a viaggiare per il mondo allora conosciuto, dalla Gallia alla Campania, sino ad Olimpia, il raffinato e licenzioso patrizio romano fiuta l’omicidio e non lesina alcuna spesa per trovare il colpevole e sciogliere l’enigma. Oltre al protagonista, mattatore di ogni indagine è lo scaltro liberto Castore, segretario di Publio Stazio che antesignano di Watson, lo aiuta e segue nelle inchieste. La Comastri Montanari è riuscita nel difficile compito di situare vicende gialle in un ambiente inconsueto, ma storicamente molto accurato, arricchendo le indagini con toni piuttosto divertenti e originali.
Questo stesso periodo è stato scelto come ambientazione di un romanzo molto particolare, non giallo di L. Sprague De Camp “L'abisso del passato” in cui un uomo contemporaneo viene risucchiato nel tempo e approda nella Roma di 1.500 anni fa con tutti i problemi e le avventure insite in questo particolare viaggio nel tempo.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 13 Marzo 2012 21:29:33
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L’enorme successo mondiale de “Il nome della rosa” di Umberto Eco ha creato molto interesse sul giallo storico e ha stimolato scrittori e lettori a rivalutare questo genere, sino ad allora poco frequentato. In quel periodo solo Ellis Peters con il suo frate detective Fratello Cadfael godeva di un relativo seguito, che divenne vero caso editoriale solo dopo la comparsa del collega Guglielmo da Baskerville creato da Umberto Eco, che gli diede il nome pensando al filosofo inglese Guglielmo di Occam, famoso per il “rasoio” logico che porta il suo nome (“il rasoio di Occam” dice che ”Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”: “A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”, che è una delle massime preferite da ogni investigatore, sia reale che di fantasia) e a Baskerville, toponimo famoso perché richiama uno dei più conosciuti romanzi di Sir Arthur Conan Doyle “Il mastino dei Baskerville”.

Fratello Cadfael è protagonista di una ventina di romanzi tra cui spiccano “Il novizio del diavolo”, “Una bara di troppo” e “Mistero doppio”. Nel 1994 la BBC trasmise una serie di telefilm basati sui romanzi della Peters, che vengono riproposti periodicamente anche sui teleschermi italiani.

Un’altra scrittrice che ambienta i suoi gialli nel medioevo è Candace Robb, cha ha affidato il ruolo del solutore di misteri all’arciere Owen Archer che al servizio dell’arcivescovo John Thoresby affronta numerosi casi di omicidio nella città inglese di York. Il primo romanzo della Robb è stato “La rosa del farmacista”.


Uno dei più colti e prolifici autori di gialli medioevali è Paul Doherty che scrive usano diversi pseudonimi tra i quali il più noto è certamente Paul Harding a cui si deve la serie di Fratello Athelstan, mentre la serie che ha come protagonista l’erborista Kathryn Swinbrooke è firmata con il nome di C. L. Grace.

Un detective d’eccezione, invece è protagonista dei gialli medioevali scritti da Giulio Leoni. Infatti è il priore Dante Alighieri che indaga su inquietanti delitti nella Firenze del Duecento. Caratterizzato da una personalità irosa e permalosa, il Dante di Leoni esordisce nel romanzo “Dante Alighieri e i delitti della Medusa” e continua le sue inchieste in “I delitti del mosaico”, “I delitti della luce” e “La crociata delle tenebre”.

Nel romanzo “La mossa dell’alfiere” di Diane Stuckart il detective è nientemeno Leonardo da Vinci che, ospite a Milano di Ludovico Sforza, viene incaricato dal duca di indagare sulla morte di un nobile milanese ucciso durante una partita di scacchi viventi. A questo romanzo è seguito “La dama di Leonardo” in cui il genio di Vinci vive una nuova indagine nell’atmosfera inquietante del Castello Sforzesco.

A questi investigatori particolari grazie al francese Raphael Cardetti si aggiunge l’autore del “Principe”, protagonista de “La vendetta di Machiavelli” singolare e sorprendente romanzo che non segue le vicende storiche ma utilizza i personaggi in un ambiente storico donando loro nuove personalità ben diverse da quelle che conosciamo dai trattati storici. Il giovane Machiavelli è alle prese con un complotto diabolico durante il governo di Savonarola in cui Firenze vive un periodo di cupo terrore, e alla fine del romanzo ci sarà una sorpresa sconvolgente.

Scritto Da - IlCinese on 16 Marzo 2012 21:21:37


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 16 Marzo 2012 21:19:35
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Anche un grande giallista come John Dickson Carr si cimentò con successo nel genere storico con alcuni romanzi davvero notevoli come “Capitan Tagliagola” ambientato in epoca napoleonica, dove uno spietato assassino si aggira nell’accampamento francese che si appresta a varcare la Manica per invadere l’Inghilterra. Solo un abile agente segreto britannico riuscirà a risolvere l’enigma. Anche “La corte delle streghe”, “La sposa di Newgate”, “La fiamma e la morte” e “Ma il terrore rimane” sono ambientati nel passato, ma il vero capolavoro dello scrittore americano è senza dubbio “Il diavolo vestito di velluto”. In questo romanzo il giallo si fonde in modo mirabile con la ricostruzione storica del periodo di Carlo II Stuart.
Nicholas Fenton, professore di storia a Cambridge è tormentato dal fantasma della bella donna morta avvelenata nella casa in cui sta trascorrendo le vacanze. La donna si chiamava Lydia Fenton ed era stata uccisa tre secoli prima esattamente il 10 giugno 1675. Fenton sa tutto di quel brutale delitto, perfino che il marito della vittima si chiamava come lui, ma non conosce il nome dell’assassino perché le ultime pagine della cronaca dell’omicidio sono state strappate, e lui non vuole solo scoprirlo ma vuole addirittura impedire che il delitto avvenga con un viaggio attraverso il tempo grazie ad un patto faustiano con il diavolo.
La grande abilità narrativa di Dickson Carr fa sì che il lettore rimanga stregato dall’atmosfera soprannaturale, sino al colpo di scena finale che dovrebbe riportare tutto nei binari della normalità logica, se non ci fosse un singolare particolare che lascia tutto in sospeso tra l’incubo e la realtà.


Scritto Da - IlCinese on 16 Marzo 2012 21:22:06


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 16 Marzo 2012 21:21:22
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Se l’eroe del romanzo di Dickson Carr viaggia coraggiosamente nel tempo per scoprire un assassino, nel bellissimo giallo di Josephine Tey “La figlia del tempo” l’investigatore Alan Grant svolge la sua indagine nel letto di un ospedale.

Costretto a letto da un banale incidente Grant si annoia a morte e per caso si trova ad affrontare un caso celebre che riguarda nientemeno che Riccardo III re d’Inghilterra e che vede come vittime i suoi nipotini, figli di Edoardo IV, che furono rinchiusi nella Torre di Londra. Secondo la leggenda furono fatti uccidere da Riccardo III per usurparne il trono, ma Grant, pian piano, sfruttando il suo intuito da vero segugio di razza, si trova a capovolgere nettamente le tante bugie che si sono accumulate nei secoli su questa vicenda e, convinto che - come dice il vecchio proverbio - “La verità è figlia del tempo”, riesce a trovare il bandolo della matassa di questo intricato giallo storico.

“La figlia del tempo” è il capolavoro della scrittrice scozzese Josephine Tey e fu lo spunto per un altro notevole romanzo di Colin Dexter “Questione di metodo” dove l’ispettore Morse, ricoverato in ospedale a causa di un’ulcera perforante, si dedica ad un’indagine nel passato grazie ad un libretto regalatogli dall’anziana moglie di un ricoverato, che riporta il resoconto dell’inchiesta sulla morte nel 1859 di una ragazza annegata nell’Oxford Canal. Ben presto Morse capisce che i due uomini condannati a morte per l’uccisione della ragazza sono innocenti e trova le prove per scagionarli.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 19 Marzo 2012 21:13:03
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Anche il più famoso e autorevole filosofo dell'antichità, Aristotele, è protagonista di alcuni gialli storici per merito della professoressa canadese di letteratura Margaret Doody. Aristotele, nato a Stagira, in Grecia, nel 384 a.C., e perciò detto anche lo Stagirita, fu precettore di Alessandro il Grande e le sue opere influenzarono enormemente il pensiero occidentale antico (per nascondere il contenuto del secondo libro delle “Poetica” di Aristotele il monaco Jorge da Burgos commette i suoi delitti nel capolavoro di Umberto Eco “Il nome della rosa”).
In seguito alle invasioni barbariche e al crollo dell'Impero Romano i lavori di Aristotele vennero pressoché dimenticati e la sua importanza fu riscoperta nel medioevo dal saggio arabo Averroè che riuscì a farlo conoscere al mondo medioevale occidentale. In qual contesto la sua autorevolezza era talmente grande che per troncare un discorso si usava citarlo dicendo “Ipse Dixit” (L'ha detto lui).

Il primo libro della Doody con protagonista lo Stagirita fu nel 1978 “Aristotele detective” che, pubblicato nel Giallo Mondadori nel 1980, non ebbe successo e la scrittrice canadese abbandonò al suo destino il filosofo investigatore. La pubblicazione del libro da parte di Sellerio nel 1999 fu invece un grande successo e spinse la Doody a riprendere la serie con “Aristotele e la giustizia poetica”, “Aristotele e il mistero della vita”, “Aristotele e l'anello di bronzo”, “Aristotele e i veleni di Atene”, “Aristotele e i misteri di Eleusi”, “Aristotele e i delitti d'Egitto” e "Aristotele e il giavellotto fatale", tutti editi da Sellerio, che è diventato editore di riferimento delle opere di Margaret Doody.

Ambientati in un contesto storico molto curato e attendibile, i romanzi hanno intrecci gialli accettabili e forniscono un carismatico precursore al celebre metodo deduttivo di Sherlock Holmes. Un'altra somiglianza con il detective creato da Sir Arthur Conan Doyle è dato dalla presenza del giovane Stefanos che fa le veci del dottor Watson e riporta alla memoria anche l'Archie Goodwin, galoppino di Nero Wolfe, perchè svolge le indagini che poi vengono sbrogliate dal filosofo, che come Nero Wolfe, difficilmente si muove da casa.
Gialli estremamente godibili, i romanzi della Doody coniugano in modo eccellente erudizione storica e intriganti plot polizieschi.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 23 Marzo 2012 20:19:46
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Secondo il diplomatico, scrittore e studioso della cultura cinese, Robert van Gulik il romanzo giallo nacque in Cina (e dove se no?) tra il 630 ed il 700 dopo Cristo con i resoconti delle inchieste del giudice Ti Jen-Tse, giovane magistrato che risolse numerose casi criminali, sul quale fiorirono numerosi racconti anonimi e ancora nel XVIII secolo era il protagonista di una grande saga criminale, “Ti Goong An” (Le tre inchieste del giudice Ti). Oltre che famoso investigatore, Ti fu anche un brillante statista e nella seconda parte della sua carriera sostenne un ruolo importante nella politica interna ed estera della Cina.
Van Gulik ha tradotto (in realtà ricreato e spesso anche inventato) diverse inchieste del giudice Ti. Nella sua versione attualizzata Ti è un giudice alto e robusto, ragionatore infallibile, ma anche un uomo d’azione. Esperto di arti marziali, il magistrato ha tre mogli e si avvale di tre luogotenenti, tra cui due sono ex delinquenti, incaricati delle missioni sporche, perquisizioni illegali, interrogatori “convincenti”, contatti con gli informatori.

Nella versione di van Gulik il giudice si chiama Dee e compare per la prima volta nel libro "I celebri casi del giudice Dee", che conserva in gran parte l’impianto dell’originale opera cinese del diciottesimo secolo. Dopo aver tradotto queste prime indagini van Gulik si appassionò al suo personaggio e decise di ideare nuove avventure dell’onorevole Dee, che pubblicò nel 1956 con il titolo di “I delitti del labirinto cinese”. In seguito al grande successo riscosso con questo giallo, il sinologo olandese scrisse “I delitti della campana cinese”, “I delitti dell’oro cinese" (che fu lodato anche da Agatha Christie), “I delitti del lago cinese” e altri dieci romanzi tutti pubblicati da Garzanti, tra cui bisogna ricordare “Il monastero stregato” e “Il fantasma del tempio”.

Ambientate nella Cina più misteriosa e pittoresca, le avventure del giudice Dee appassionano per la precisa ricostruzione storica che si fonde perfettamente con l’estrema fantasia degli intrecci, sempre a cavallo tra storia e mito. Una caratteristica di queste inchieste è il convergere nella narrazione di due e o tre indagini diverse, che alla fine vengono risolte dall’intuito dell’investigatore.
Nel 2006 lo scrittore francese Fréderic Lenormand ha fatto rivivere il molto onorevole magistrato in dodici nuove avventure non ancora tradotte in italiano. Anche un altro giallista francese Sven Roussel si è cimentato con questo protagonista della storia cinese scrivendo “La dernière enquète du Juge Ti”, mentre l’autore americano di origine cinese Zhu Xiao Di nel suo libro “Tales of Judge Dee“ si ricollega ai resoconti che si riferiscono al vero personaggio storico.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 25 Marzo 2012 21:22:51
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Il più famoso investigatore di origine cinese è stato sicuramente Charlie Chan, nato nel 1925 dalla fervida fantasia di Earl Derr Bigger che capovolse la tendenza in atto nella tradizione del giallo di quel periodo, ricca di personaggi orientali sinistri e misteriosi. Il più noto di questi “villain” fu senza dubbio il genio del male dottor Fu Manchu creato da Sax Rohmer nel 1912, che divenne l’emblema del cosiddetto “pericolo giallo” che creava inquietudine e ansia nell’opinione pubblica mondiale. Stanchi di questi cliché ormai abusati, già prima della Grande Guerra i membri del Detection Club lanciarono lo slogan “Basta con i cinesi misteriosi”.
Già scrittore di romanzi ormai dimenticati come “Seven Keys to Baldpate” e “Love Insurance”, Earl Derr Bigger ritornò al poliziesco con un romanzo a puntate pubblicato sul Saturday Evening Post, “La casa senza chiave”, in cui compare per la prima volta l’investigatore Charlie Chan detective anomalo in quanto come scrisse Bigger, “un amabile cinese dalla parte della legge e dell’ordine non c’era mai stato”.
Charlie Chan, cinese di nascita, si trasferisce a Honolulu nelle Hawaii dove entra nella polizia e si distingue presto per il suo intuito e per le doti di raffinato investigatore. Le sue armi segrete sono i cosiddetti “Sette Fiori”: cortesia, humour, pazienza, lentezza, rassegnazione, umiltà e prudenza. Dotato di queste qualità Charlie Chan si impose ben presto all’attenzione del pubblico di lettori, ma soprattutto divenne un personaggio cinematografico incredibilmente celebre. A partire dal secondo romanzo, “Il pappagallo cinese”, Chan conobbe un vasto successo nelle sale grazie anche al suo interprete più famoso, Warner Oland, che stranamente era svedese. In quel periodo le Major di Hollywood erano riluttanti a dare i ruoli importanti agli asiatici, al cui posto facevano recitare spesso e volentieri attori bianchi. Oland che impersonò anche il diabolico Fu Manchu, fu il volto di Charle Chan in ben 16 film, dal 1931 al 1937.

Dopo i primi due romanzi Bigger fece in tempo a scrivere solo altre quattro avventure: “Charlie Chan e la donna inesistente”, “Charlie Chan e il cammello nero”, “La crociera del delitto” e “Charlie Chan e il canto del cigno” del 1932, titolo profetico in quanto Bigger morì nel 1933 di infarto. Di fronte a questa modesta produzione letteraria stupisce il grande numero di pellicole ispirate al saggio detective cinese. Dal 1931 al 1981 si contano ben 57 film su Charlie Chan e l’ultimo interprete del poliziotto hawaiano fu nientemeno che Peter Ustinov in “Charlie Chan e la maledizione della regina drago”.

Una delle caratteristiche principali di Chan è la sua abitudine di fare citazioni e ricordare aforismi e proverbi come: “Un uomo senza nemici è come un cane senza pulci”, “Affrettati solo quando devi ritrarre la mano dalle fauci della tigre” e “Un cattivo alibi è come il pesce, non può resistere alla prova del tempo”. Una sua famosa sentenza - “Un lungo viaggio deve sempre cominciare con un breve passo” - fu addirittura parafrasata da John Kennedy che disse: "Un viaggio di mille miglia deve avere inizio con un singolo passo”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 29 Marzo 2012 21:05:41
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Un altro libro ambientato nel passato che ha come protagonista un personaggio famoso è “Critica della ragion criminale” di Michael Gregorio, nome d'arte della coppia di scrittori Michael Jacob e Daniela Di Gregorio. Come suggerisce il titolo, la vicenda del libro ruota attorno al filosofo tedesco di Koenigsberg, Immanuel Kant, il cui libro “Critica della ragion criminale” apre le porte del male nella gelida Prussia che, all'alba del diciannovesimo secolo, aspetta trepidante l'attacco di Napoleone.

L'antico allievo del filosofo, Hanno Stiffeniis, magistrato nella placida cittadina di Lotingen, viene incaricato direttamente dal re Federico Guglielmo III delle indagini sugli atroci omicidi che terrorizzano il paese. Con l'aiuto del vecchio e malato intellettuale, Stiffeniis affronta il male assoluto, in un'ambientazione cupa e lugubre che ricorda i migliori romanzi gotici e pian piano afferra la sorprendente verità che, sfuggente e camaleontica, ci ricorda il celebre aforisma di Friedrich Nietzsche: “Quando guardi troppo nell'abisso, l'abisso guarda te”.

A questo libro d'esordio gli autori hanno fatto seguire “I giorni dell'espiazione”, in cui il procuratore Stiffeniis indaga con l'ausilio della moglie Helena sul tremendo omicidio di tre bimbi; mentre nel recente “Luminosa tenebra”, uscito nel 2010, il magistrato è impegnato per conto dell'occupante francese ad indagare sulle misteriose morti di alcune raccoglitrici di ambra sulle spiagge baltiche.



Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 29 Marzo 2012 21:06:13
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La storia romana e il primo secolo dopo Cristo sono stati scelti dal giornalista e scrittore Robert Harris per ambientare il suo giallo storico “Pompei”, che ha sullo sfondo proprio la catastrofica eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C. Il protagonista del romanzo è Marco Attilio Primo, aquarius, ossia il responsabile dell'acquedotto dell'Aqua Augusta che fornisce l'acqua a diverse città nel golfo di Napoli, che indaga sulle stranezze che avvengono attorno a questa struttura così importante per la fornitura idrica della zona. Assieme a Pilinio il Vecchio, capo della flotta imperiale stanziata a Miseno, Attilio si trova ad investigare sulle misteriose perdite d'acqua che mettono in pericolo l'economia della città, su di una truffa che coinvolge pezzi grossi dell'amministrazione pubblica e sulla strana sparizione dell'ingegnere Esomnio, predecessore di Attilio.
Pur non essendo un giallo vero e proprio, “Pompei” affascina per la cura con cui è stata ricostruita la vita di quel periodo e per il perfetto meccanismo del thriller che fa trepidare per i protagonisti, costretti a far fronte alla tremenda eruzione.
Robert Harris ha continuato a occuparsi di romanzi storici con “Imperium”, primo volume di una trilogia basata sulla figura dell'avvocato e uomo politico Cicerone, a cui ha fatto seguito “Conspirata” del 2010.

Harris si mise in luce nel 1992 con un giallo storico particolare - “Fatherland” - in cui immagina un'Europa governata dal nazismo e da Adolf Hitler che hanno vinto la seconda guerra mondiale. Protagonista di questo romanzo ucronico (basato sul presupposto che la storia abbia preso un corso diverso da quello effettivo) ambientato nel 1964, è l'agente Xavier March che indaga sulla morte di un gerarca nazista assassinato in un parco. Seguendo il suo intuito March risale pian piano tutta la scala gerarchica dello stato e mette in pericolo uno dei segreti meglio custoditi del Reich, la conferenza di Wannsee, dove si decise la soluzione finale nei confronti degli ebrei. Strutturato in modo così originale, questo giallo colpisce per le continue sorprese che abbiamo di fronte a scenari storici immaginari e anche per la solida trama che non sfigura di fronte a tanti romanzi d'azione.

In “Enigma”, scritto da Harris nel 1995, ambientato durante la seconda guerra mondiale, il protagonista è Tom Jericho, scienziato che lavora a Bletchley Park, principale struttura del servizio segreto inglese dedicata allo studio e all'analisi dei codici segreti tedeschi, per riuscire a decifrare i codici della macchina Enigma. In questo periodo così cupo per le sorti dell'umanità Jericho indaga sulla scomparsa della fidanzata Claire, e alla fine si scoprirà che le due inchieste (su Enigma e su Claire) tendono a convergere, facendoci scoprire un mondo ed un ambiente veramente originali.

Scritto Da - IlCinese on 29 Marzo 2012 21:07:15


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 01 Aprile 2012 20:41:51
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Eric Ambler (1909-1998), oggi piuttosto dimenticato, è stato uno degli scrittori più letti del secondo dopoguerra. La sua produzione letteraria non era peculiarmente caratterizzata dal “whodunit” del giallo classico all’inglese, ma mescolava questo aspetto all’intreccio spionistico, anticipando in questo di molto Ian Fleming con il suo James Bond.
L’ambientazione dei romanzi di Ambler è quella delle classiche storie di spionaggio: Istanbul, Atene, Parigi, Londra e altre città che caratterizzano al meglio quel periodo che sta tra la prima guerra mondiale e la guerra fredda, che è la culla del genere spionistico. Ambler riesce a conferire un caldo charme ai suoi personaggi, sempre in bilico tra la loro “piccola storia personale” e la grande Storia di cui sono minuscoli ma non irrilevanti ingranaggi.

Il romanzo più noto di Eric Ambler è forse “Topkapi”, da cui fu tratto un famoso film con Melina Mercouri e Peter Ustinov, ma libri come “La maschera di Dimitrios”, “Epitaffio per una spia” e “Il caso Schirmer” sono rimasti nell’immaginario collettivo per una caratterizzazione perfetta di un’epoca in cui niente era come appariva e tutti avevano qualcosa da nascondere.

Secondo Alberto Tedeschi, uno dei maggiori esperti di gialli, “Gli elementi che caratterizzano i gialli di Ambler, sono il pericolo, il mistero e il ritmo incalzante dell’azione. Ciò non vuol dire che Ambler sia un autore di semplici thriller coloriti, di romanzi basati sulla violenza su fatti brutali. L’abilità di Ambler consiste soprattutto nel creare uno stato di tensione che inchioda i personaggi, e di conseguenza i lettori, fino all’ultima pagina dei suoi romanzi. Gli intrighi che Ambler costruisce sono 'gentili', gli assassini sofisticati, le ingarbugliate matasse dei suoi imbrogli si dipanano artisticamente”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 05 Aprile 2012 21:12:08
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Non poteva essere che Trieste la protagonista di gialli dello scrittore tedesco Veit Heinichen che da fenomeno letterario limitato alla Germania si è poi esteso gradualmente al resto d'Europa coinvolgendo anche l'Italia, dove i libri sono pubblicati dall'editore e/o nella collana Noir Mediterraneo, assieme ad autori del calibro di Massimo Carlotto e Jean-Claude Izzo.

Trieste, antico porto strategico dell'Impero asburgico e ponte culturale ed economico tra Mediterraneo e Mitteleuropa, tra la civiltà del vino e quella della birra, è l'ambiente ideale per indagare sui mille traffici tra queste due zone europee di straordinaria vitalità e complessità.
L'eroe di Heinichen è il commissario Proteo Laurenti, originario di Salerno, che piano piano riesce a vivere il respiro e l'atmosfera di una città dal fascino incredibile ed è capace di sintonizzarsi al meglio con i problemi della sua collocazione geopolitica.

Il romanzo d'esordio di Proteo Laurenti è “A ciascuno la sua morte” del 2001 e questa è la presentazione tratta dal sito dell'editore:
Una mattina nella calda estate del 1999 il commissario Proteo Laurenti viene svegliato da una telefonata dei suoi uomini; uno yacht di lusso è andato a scagliarsi a folle velocità contro la costa triestina distruggendo un allevamento di cozze. Il proprietario della barca è Bruno de Kopfersberg, una sua vecchia conoscenza su cui aveva indagato all’inizio della carriera per via della morte della moglie Elisa. Un caso mai chiarito, un’ossessione per Laurenti che non era riuscito a provarne la colpevolezza, un incubo che ritorna dal passato. Che fine ha fatto Kopfersberg? Forse è morto, o magari si nasconde da qualche parte. E se è morto, chi poteva avere interesse a ucciderlo? E poi, di cosa si occupa realmente la sua azienda di import-export? Perché tanti misteri e nessuno che voglia veramente aiutarlo a procedere nelle indagini? Ma è dall’ambiente della prostituzione che arrivano i primi importanti indizi: l’assassinio di una prostituta che ricattava Kopfersberg e Draki_ per via dei loro loschi affari mette Laurenti sulla buona strada. Scoprirà che l’imprenditore di origine austriaca e i suoi soci gestiscono un ampio traffico di prostitute dall’est europeo e che insieme ad alcuni esponenti della Sacra Corona Unita stanno per mettere le mani su un affare di dimensioni colossali: la fornitura per conto dell’Unione europea di generi di prima necessità alle vittime del terremoto in Turchia.
Come al solito, niente è mai come sembra e la corruzione, il motore che muove gli affari anche nella tranquilla Trieste, città di provincia apparentemente lontana dai grandi traffici, lambisce lo stesso corpo di polizia.

Dopo il successo di questo suo primo giallo Heinichen ha scritto nel 2002 “I morti del Carso”:

Dopo la Marsiglia di Jean-Claude Izzo, la Barcellona di Andreu Martin e Manuel Vasquez Montalban, è la volta di un altro affascinante porto del Mediterraneo, di diventare scena di intrighi e avventure poliziesche di un nuovo maestro del noir: Trieste. Trieste si presta per la sua ricca storia e per il suo presente di luogo di traffici e migrazioni a diventare oggetto dell'immaginazione di uno scrittore di gialli. Da una parte la trama di questo noir affonda le radici nella tragica esperienza della seconda guerra mondiale, con la drammatica vicenda delle foibe che ancora oggi non ha placato ferite e polemiche. D'altra parte, l'intreccio del romanzo si estende per le numerose vie dei tanti traffici odierni, legali e illegali, che si sviluppano attorno a Trieste. La città giuliana è infatti crocevia tra Est e Ovest, alle porte di quel mondo dell'Europa orientale disintegratosi con la caduta del muro e in particolare di quel paese, l'ex Jugoslavia, da poco uscita da una feroce guerra interetnica. Ma oltre l'Europa dell'est è l'Oriente che preme alle porte di Trieste con i suoi uomini, le sue merci proibite, le sue organizzazioni criminali. In questo pericoloso e affascinante contesto, di cui giunge in superficie solo ogni tanto qualche punta dell'iceberg attraverso la cronaca nera, si svolgono le indagini del personaggio inventato da Veit Heinichen: il commissario Proteo Laurenti, salernitano trapiantato a Trieste e perennemente diviso tra pericolose inchieste e problemi di una invadente famiglia meridionale.

“Morte in lista d'attesa”è del 2003:

"Sono tempi di grande agitazione per il commissario Proteo Laurenti, di novità non facili da gestire né tantomeno esenti da rischi. Trieste, dove risiede da 25 anni e dove dirige un commissariato di polizia, sembra mutata negli ultimi tempi. Laurenti riconduce questi cambiamenti a un governo che, nella forma e nella sostanza, da una parte inasprisce i rapporti con chi gestisce il malaffare, dall’altra sembra distratto e malleabile… Alcune novità lo toccano più da vicino: Proteo non abita più nella stessa casa, ha fatto a scambio con quella di Galvano, il vecchio medico legale. E a suo vantaggio: l’abitazione del medico, che a 82 anni suonati manifesta una vulcanica riottosità ad andare in pensione, è più bella, situata in una zona residenziale che affaccia sul mare. Questo scambio non manca di suscitare i sospetti delle malelingue e di quelli a cui pesta regolarmente i piedi. Come se non bastasse, la sua storia con l’avvenente Ziva, sostituto procuratore croata, continua clandestinamente. A complicare la vita di Laurenti c’è il vecchio cane poliziotto, Cluzot, che Proteo decide di adottare contro il volere di tutti. Questa volta, il caso che il commissario ha per le mani è un intricato groviglio in cui c’è di mezzo anche un traffico illegale di organi. Dietro la regia di un gruppo di notabili triestini titolari della clinica privata Salvia, nota meta di restauro chirurgico-estetico per i ricconi del jet-set internazionale, questo traffico semina cadaveri di gente che per miseria si vende un rene per ritrovarsi però “svuotata” di tutte le parti “buone” e gettata via dietro l’etichetta di morte per “cause naturali” o per incidente. Nel giro capitano due gemelli rumeni dei quali il primo,Vasile, muore in un tentativo di fuga. Il gemello Dimitrescu, con l’intento di vendicare Vasile, finge di voler vendere un organo per uccidere gli intermediari che fanno capo alla clinica. Nell’intreccio si inserisce l’enigmatica figura di un giornalista svizzero, Ramses Frei, la cui amata compagna Monica, incinta, è morta misteriosamente a Malta. Il giornalista conduce una sua indagine privata che lo porta a Trieste dove viene fatto oggetto di attentati. Proteo Laurenti lo incontra in diverse occasioni e stringe con lui un intricato rapporto di amicizia. Quando il chirurgo di punta della clinica viene trovato in fin di vita, mutilato, in molti pensano a una vendetta mafiosa o a una storia a sfondo sessuale. Ma Laurenti non ne è persuaso e conduce le sue indagini riuscendo infine a sollevare il velo sulla verità e a inchiodare l’assassino del chirurgo. Anche in questa nuova avventura noir di Heinichen, ancora più intricata e movimentata delle precedenti, i luoghi, i personaggi, e tutti gli elementi del dramma poliziesco giocano su diversi livelli in una struttura imperniata sul tema del doppio. In questa vicenda tutto è articolato in un gioco di specchi e di rimandi: il gruppo della clinica triestina che specula sul traffico di organi e nel contempo frequenta la crema dell’alta società; i due poli del traffico, ovvero Trieste con tutto il peso culturale e storico-politico che incarna, e dall’altro capo Malta; i paesi dell’est con le nuove mafie; i due gemelli che rappresentano anche il doppio metaforico della vittima e del vendicatore. E poi ancora il vecchio Galvano con il suo talento e la sua originalità, e un modo d’operare soppiantato da uno più asettico e burocratico; la moglie del commissario e la sua amante; infine, la coppia formata dal commissario e dal cane in un rapporto di fraterna e tragicomica simbiosi. Entrambi caratteriali e scomodi, infatti, non esitano a spendersi con generosità e determinazione, pagandone anche il prezzo. Al termine di questa avventura così ricca di azione e di mistero, densa di interrogativi e spunti di riflessione, il lettore non mancherà di proiettare queste due figure in un futuro che si spera più sereno e soprattutto meno intossicato dal veleno di un’umanità tanto feroce e predatoria dietro le apparenze dell’opulenza e del successo."

“Le lunghe ombre della morte”è del 2005:

"In un maggio precocemente caldo due fatti sconvolgono Trieste e minacciano di rovinare l’estate del commissario Laurenti: il ritrovamento del cadavere di un uomo nudo in una valle appartata del Carso e la scoperta fortuita di un vasto deposito di armi, munizioni e documenti risalenti alla Seconda Guerra mondiale, all’occupazione tedesca e all’amministrazione militare alleata della città. Due casi all’apparenza estranei ma che presentano un inatteso collegamento: vi è coinvolta Mia, giovane australiana figlia di emigrati triestini, giunta in città per trascorrere le vacanze e sbrigare le procedure inerenti l’eredità della vecchia zia.
La scoperta del deposito costringe anche Laurenti ad addentrarsi nei meandri di una storia cittadina che non conosce e che non ha vissuto di persona. Le indagini lo portano a riaprire controvoglia due inquietanti casi degli anni Settanta rimasti insoluti: la morte del collezionista Diego de Henriquez, morto in circostanze oscure nel rogo del suo magazzino, e l’omicidio del professor Perusini, insigne studioso di tradizioni popolari. L’intraprendenza di Laurenti lo porta a collidere con interessi superiori, a scontrarsi con poteri forti che non tollerano l’ingerenza di un semplice commissario di provincia. E, a complicare ulteriormente le cose, Laurenti non immagina che una delle tante indagini di cui deve occuparsi, la più strana e a tratti ridicola, porta direttamente a casa sua.
Con questo nuovo racconto, Veit Heinichen ci restituisce uno spaccato della storia più recente di Trieste e rende partecipe il lettore dei fantasmi che ancora la popolano e ne lacerano il tessuto sociale."


Scritto Da - IlCinese on 05 Aprile 2012 21:16:02


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 05 Aprile 2012 21:17:57
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“Danza macabra”del 2007:

"Le società del benessere producono valanghe di scorie. Che farne? La risposta arriva da un’azienda specializzata nello smaltimento dei rifiuti che conduce i propri affari negli uffici del consolato di un piccolo quanto sconosciuto paese dell’est. Non c’è alcun dubbio: con la spazzatura si guadagna, soprattutto se si è in grado di sfruttare le leggi a proprio vantaggio. Quando però in uno di quegli uffici viene trovata una giovane massacrata di botte, il caso finisce sul tavolo di Laurenti. Nel corso delle indagini il commissario si imbatte in affari criminosi di enorme portata ma non sospetta che il suo nemico giurato, Viktor Drakič, sia tornato in città per perseguire i propri intenti. Drakič però ha un solo desiderio: vendicarsi una volta per tutte uccidendolo.
Veit Heinichen inscena così un’avvincente danza macabra nella quale il suo eroe dovrà lottare per rimanere in vita.
Grazie all’azione incalzante, alle svolte a sorpresa, ai personaggi pieni di brio, ai dialoghi pungenti e a un intreccio come al solito di grande attualità, Danza macabra si annuncia come il miglior romanzo di Veit Heinichen."

“La calma del più forte” pubblicato nel 2008:

"Una tersa mattina di dicembre, durante una gita in bicicletta sul Carso, l’ispettrice di polizia Pina Cardareto viene aggredita da un cane da combattimento, che scompare improvvisamente nel nulla. Qualche giorno dopo, il commissario Proteo Laurenti, di ritorno a Trieste da una conferenza sulla sicurezza per l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen, si ritrova involontariamente sulla scena di un delitto: a pochi metri da lui, Marzio Manfredi, un imbalsamatore di animali triestino che vive accampato come un barbone in un rifugio di fortuna sul Carso, viene ritrovato morto, strangolato da un cappio di metallo. I due eventi, apparentemente non collegati l’uno con l’altro, sembrano però condurre su una pista comune. Tutto ruota infatti attorno alla figura di Goran Newman, noto come «Duke», misterioso uomo d’affari che opera nel campo della speculazione finanziaria con enormi traffici di denaro di dubbia provenienza: l’imprenditore sembra essere il bersaglio di un attentato organizzato dal gruppo irredentista «Istria libertà, Dalmazia nostra», che vede coinvolto anche il defunto Manfredi e altri soci implicati in giri poco puliti – tra cui l’organizzazione di incontri clandestini tra cani da combattimento. A complicare ulteriormente la situazione, mentre la squadra di Laurenti indaga, il braccio destro del commissario, Pina, intreccia una relazione sentimentale con Sedem, il figlio di Duke, un ragazzo costretto su una sedia a rotelle, accorso in aiuto dell’ispettrice durante l’incidente sul Carso…
In un romanzo di scottante attualità, Veit Heinichen spalanca i retroscena della crisi economica mondiale in corso, addentrandosi nei labirinti della mafia dell’alta finanza, tra politici corrotti, affaristi senza scrupoli, speculazione edilizia, bolle finanziarie e mutui Subprime. E sullo sfondo di un’Europa alla vigilia di radicali trasformazioni politiche, in cui Trieste diventa un necessario punto d’incontro tra Est e Ovest, trascina il lettore nella discesa agli inferi di un testimone d’eccezione: il cane Argo, vittima emblematica di un’umanità ossessionata dal*****denaro e capace di trasformare perfino il suo amico più fedele in uno strumento di morte."

E “Nessuno da solo” scritto nel 2010:
"Nel porto di Trieste, uno dei più importanti in Europa per il commercio del caffè, il caffè non tostato più costoso al mondo viene rubato a sacchi – cosa che non preoccupa troppo il commissario Laurenti. Almeno non tanto quanto il ritrovamento del cadavere di un annegato, il ricatto ai danni di un'importante deputata inglese e la rischiosa indagine privata di una giornalista di origini etiopi. Nel suo settimo caso il commissario Laurenti deve mettere in gioco non solo fascino discreto e testardaggine, ma anche tutto il suo coraggio per acciuffare l'avversario.
http://www.edizionieo.it/catalogo_visualizza.php?Id=935
Da buon giornalista Heinichen ha scritto anche una guida alla città in cui ha deciso di vivere “Trieste. La città dei venti:
(“Su un molo del porto di Trieste non a caso c’è una rosa dei venti: Trieste è la città dei venti. Che si tratti di bora, libeccio, scirocco o maestrale, tutti questi venti hanno contribuito a portare da ogni punto cardinale le più diverse tradizioni culinarie e culturali nella città portuale italiana. Nelle vigne sul Carso affacciate sulla città, nelle saline e nei villaggi di pescatori sull’Adriatico o nel corso di passeggiate sulle tracce di Svevo, Rilke e Joyce, Veit Heinichen e Ami Scabar ci invitano a scoprire attraverso tutti i sensi"
http://www.edizionieo.it/catalogo_visualizza.php?Id=788 )
e in cui a qualcuno non piacciono i giudizi e le piccole e grandi corruzioni della città giuliana che Heinichen denuncia nei suoi romanzi e gli sono costate anonime e infamanti accuse di pedofilia subito smentite con sdegno e risoltesi con la sua totale innocenza, quasi uno scambio di ruoli tra scrittore e protagonista di un giallo, tra finzione e realtà che sarebbe piaciuto a Borges.


Autore Discussione: Farfarella21
Replicato il: 07 Aprile 2012 14:14:42
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GRAZIE, parola di appassionata del giallo :-)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 08 Aprile 2012 20:33:54
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Grazie a te per la stima Farfarella :-)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 08 Aprile 2012 20:35:11
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New York, fine degli anni venti. Al “Roman Theatre” mentre è in corso la rappresentazione della commedia “Il gangster” viene rinvenuto il corpo senza vita di quello che si rivelerà un ricattatore ed un losco individuo, Montz Field. Questa la è scena in cui si rivela l'investigatore più geniale della storia del giallo Ellery Queen. Il libro, pubblicato nel 1929, si intitola in italiano “La poltrona n° 30” ma il titolo inglese è particolare. Infatti “The Roman Hat Mystery” inaugura una serie definita dallo schema The + aggettivo di nazionalità + sostantivo + mystery che ricorda lo schema caratteristico dei romanzi di S.S. Van Dine che hanno Philo Vance come protagonista che presentano The + sostantivo + murder case come marchio di fabbrica.
Non è questo il solo richiamo al sofisticato detective creato da Van Dine nei romanzi di Ellery Queen che è stato chiaramente plasmato sul modello creato tre anni prima nel libro “La strana morte del signor Benson”.
Avendo, come Vance, un progenitore diretto in Sherlock Holmes. Ellery Queen focalizza le sue indagini sul ragionamento logico deduttivo che porta a livelli eccelsi, lasciando il lavoro sporco, quello di fare le indagini materiali alla squadra coordinata dal padre, l'ispettore della polizia di New York Richard Queen.
Scritto per partecipare ad un concorso, che poi vinsero, il romanzo fu scritto da due cugini ventiquattrenni Manfred B. Lee e Frederic Dannay che scelsero di firmarsi come il protagonista delle loro storie, per dare più visibilità al loro eroe.
Richard ed Ellery rappresentano i due aspetti dell'investigazione, la raccolta delle prove e l'elaborazione di queste attraverso un percorso logico e psicologico. Sono, in pratica, un'unica persona, un unico detective che, per il fatto di essere sdoppiato, nella finzione letteraria, in due personaggi distinti, risulta più umano più reale, senza avere la boria e la presunzione dei detective che lo hanno preceduto.
Tutti i rompicapi che la premiata ditta Ellery Queen ha prodotto in più di quarant'anni di onorata carriera rispondono in genere ad un connotato fondamentale, sono delle perfette scatole cinesi. Prima di arrivare alla soluzione dell'enigma, si è sempre costretti ad aprire, con estrema attenzione, tutta una serie di scatole successive, a chiarire un'infinità di piccoli o grandi misteri che, in genere, con la soluzione vera e propria non hanno molto a che fare, ma che in realtà rispondono a due scopi ben precisi: distrarre il lettore dalla pista giusta, senza barare con lui e creare una cornice psicologica nella quale inserire gli sviluppi della vicenda e giustificarne la conclusione.
Una delle prima scatole cinesi nella quale ci si imbatte è proprio la loro identità, infatti i loro veri nomi sono Manford Lepofsky e Daniel Nathan, essendo figli di poverissimi immigrati polacchi costretti a nascondersi dietro pseudonimi perché quello era un periodo in cui spirava una brutta aria per gli europei di lingua non inglese.
Un altro dei misteri della loro lunga carriera è stato quello della stesura di molti libri firmati con il famoso nome. A partire dal romanzo del 1958 “Colpo di grazia”, che doveva essere l'ultimo dell'investigatore, infatti diversi gialli furono scritti da altri autori su tracce predisposte da Frederic Dannay e portarono ad una connotazione da una parte ancora più definita dal punto psicologico delle trame come in “Bentornato Ellery” e “...e l'ottavo giorno...”, mentre in seguito si ebbe uno spostamento d'interesse vero tematiche più noir che sconfinarono anche nel versante spionistico.
Un altra delle diversioni e dei depistaggi dei due gemelli siamesi si verificò nel 1932 quando, forse stanchi del successo del loro ingombrante personaggio, crearono un nuovo detective Drudy Lane, presentandolo con un altro pseudonimo Barnaby Ross.
Come suggerisce il suo nome che richiama un celebre teatro londinese Drudy Lane è un ex attore scespiriano ritiratosi dalle scene che per diletto si interessa a risolvere enigmi polizieschi. Il suo romanzo d'esordio è “La tragedia di X” in cui il procuratore Bruno e l'ispettore Thumm pregano Drury Lane di aiutarli a risolvere l'assassinio di un agente di cambio senza scrupoli.
A questo libro seguirono “La tragedia di Y”, “La tragedia di Z” e “Cala la tela” in cui la vicenda ruota intorno ad un manoscritto di Shakespeare rubato da un museo di New York e che contiene un finale davvero sorprendente.

Nel tempo Ellery Queen è diventato sinonimo di investigatore infallibile e di scrittore affascinante anche grazie all'innovazione della “Sfida al lettore” in cui l'autore porta il fedele lettore nel romanzo mettendolo in competizione con se e con la trama: Fedele al mio motto, giocare franco con il lettore, vi ho dato le carte che ho anch'io in mano. Tutto quello che so io, lo sapete anche voi. Mettete nell'ordine conveniente le indicazioni che vi ho fornito, e la conclusione logica si presenterà sa sé alla vostra mente, indicando il solo assassino possibile.”
Un altro merito dei due scrittori è aver creato l'Ellery Queen's Mystery Magazine, la rivista creata nel 1941 e che ha pubblicato e pubblica ancora quanto di meglio sia stato pubblicato in materia di romanzi gialli.
(continua)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 12 Aprile 2012 20:41:50
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Nato quasi per caso, Ellery Queen divenne in breve tempo l'investigatore più amato ed ammirato dai lettori di gialli. Per capire le ragioni di questa predilezione e per definire la cronologia della produzione queeniana penso sia utile dare la parola a Francis M. Nevins Jr scrittore di gialli che scrisse un saggio su Ellery Queen molto interessante “Royal Bloodline. Ellery Queen Author and Detective” che è stato tradotto in italiano soltanto nelle introduzioni ai racconti di Ellery Queen editi da Mondadori nel 1984.
“I libri prodotti da Dannay e Lee in questi primi anni, da “The Roman Hat Mystery” fino a “The Spanish Cape Mystery” sono di solito considerati come il Primo Periodo di Queen. L'inconfondibile marchio di fabbrica di tale periodo è il ripetesi degli aggettivi di nazionalità nei titoli (aggettivi molte volte non pertinenti ma di sicura riconoscibilità). Un altro segno distintivo, più significante ma meno evidente, è l'enorme influsso esercitato da Van Dine, influsso che cominciò a diradarsi intorno al 1932 per svanire poi completamente (come pure il fascino di Van Dine suoi lettori) nel 1935. L'Ellery fittizio di questi primi “Problemi di deduzione” è un saccente capace si spiccicare paroloni, avvolto in un toga di allusioni classicheggianti e con tanto di pince-nez... in breve un'imitazione ravvicinata di Philo Vance o, come lo definì Manfred Lee in anni più recenti, il più grande presuntuoso con la puzza sotto il naso mai sceso in terra. Per coloro che non amano il Queen del Primo Periodo, un gruppo che apparentemente include gli stessi autori, a giudicare dalle interviste rilasciate verso la fine della vita di Lee, questi romanzi sono sterili, privi di vita, esercitazioni spietatamente intellettuali, tecnicamente eccellenti ma privi di ogni traccia di personalità umana, di calore e di emozioni che non siano le passioni della mente.
Per quelli che invece amano il Primo Periodo, incluso il sottoscritto e la maggior parte dei Queenofili, questi libri sono splendidi tour de force inventivi e non sono affatto privi di interesse per quanto concerne l'umanità dei personaggi o altri elementi fondamentali ma toccherà ai lettori giudicare.”
“Il secondo romanzo di Queen, “The French Powder Mystery” (Sorpresa a mezzogiorno) del 1930, è ancora più sorprendente del primo, almeno sotto il profilo tecnico.
Si apre la mattina di martedì 24 maggio, con una riunione ad alto livello della polizia nell'appartamento dei Queen, sull'atteggiamento da tenere contro dei grossi trafficanti di droga ma poco dopo l'aggiornamento della riunione i due Queen vengono distolti dalla droga (o almeno così sembra) e posti di fronte ad un omicidio. Il cadavere di Winifred Marchbanks French è ruzzolato fuori da un letto pieghevole a muro in una vetrina dei favolosi Grandi Magazzini French, cogliendo piuttosto alla sprovvista tanto la modella quanto la folla che osservava dall'esterno. (…)
Se tuttavia i Grandi Magazzini French sono enormi, gli indizi concreti relativi all'omicidio sono minimi. Nella borsetta della donna uccisa c'è un rossetto che non combacia con quello sulle sue labbra. Un pezzo di feltro feltro verde che protegge la parte inferiore di un fermalibri di onice non è della stessa tonalità di colore del feltro sul fermalibri appaiato. Un cappello e un paio di scarpe non si trovano nel luogo in cui dovrebbero essere.
Partendo da simili minuzie Ellery forgia una catena di logica ferrea in una scena di crescendo che Anthony Boucher ha lodato come “l'epilogo probabilmente costruito in modo più ammirevole di tutta la storia della narrativa poliziesca.”
Queen tiene nascosto il nome dell'assassino attraverso trentacinque pagine, piuttosto fitte, di spiegazioni, in pratica fino alle ultime due parole del romanzo, un'impresa che non ha praticamente uguali nel genere.”
In effetti “Sorpresa a mezzogiorno” affina le qualità già presenti nel romanzo d'esordio e mette un piedi un intrigo molto curato e funzionante ma che, a parer mio, è inficiato dal fatto che l'indizio principale incolpa uno e solo uno dei possibili colpevoli e l'indubbiamente valida soluzione nasconde abilmente l'inevitabile conclusione.
(continua)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 15 Aprile 2012 19:17:33
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Oltre ai libri citati “La poltrona n° 30” e “Sorpresa a mezzogiorno” il Primo periodo Queeniano si compone anche di “Un paio di scarpe” (The Dutch Shoe Mystery), “L'affare Khalkis” (The Greek Coffin Mystery), “Il mistero delle croci egizie”, (The Egyptian Cross Mystery), “Ventimila hanno visto”, (The American Gun Mystery), “Il caso dei fratelli siamesi”, (The Siamese Twin Mystery), “Il delitto alla rovescia” (The Chinese Orange Mystery) e “Il mistero di Capo Spagna” (The Spanish Cape Mystery).
Effettivamente i primi romanzi risentono dell'influenza di Van Dine anche per l'ambientazione di un universo chiuso come il teatro di “La poltrona n° 30”, il grande emporio in “Sorpresa a mezzogiorno” e l'ospedale in “Un paio di scarpe”.
Nello scrivere questa serie di gialli i cugini Lee e Dannay si dedicarono anche alla creazione di un nuovo detective l'anziano attore Drudy Lane firmandosi con lo pseudonimo di Barnaby Ross. La cui vera identità fu rivelata solo nel 1940 ma i lettori più scaltri avrebbero potuto intuire la verità in quanto nella prefazione al primo romanzo si faceva riferimento al primo caso di Ellery, “l'ormai antico caso Barnaby-Ross.”
Nel romanzo d'esordio “La tragedia di X” del 1932, Drudy Lane, che ha dovuto lasciare la carriera d'attore per l'ormai totale sordità, offre i suoi servigi alla polizia di New York mandando una lettera in cui spiega la soluzione di un caso insoluto. Poiché questa si rileva esatta l'ispettore Thumm e il procuratore Bruno si recano a “The Hamlet”, castello in cui vive Lane e che è popolato da vecchi teatranti che vivono della generosità dell'ex attore.
I due funzionari chiedono l'aiuto di Drudy Lane per scoprire il misterioso omicidio di un agente di borsa ucciso da una palla di sughero piena di aghi intinti nella nicotina pura.
Per Francis M. Nevins Jr “La tragedia di X” dev'essere considerato fra i supremi capolavori dell'Età dell'Oro della narrativa d'investigazione, trattandosi di un libro estremamente complesso, sorprendentemente ingegnoso e stupendamente onesto nei confronti del lettore. Queen usò questo romanzo per introdurre due motivi che sarebbero diventati segni distintivi della sua produzione.
Il primo è un caratteristico rapporto fra vittima ed assassino il cui “locus classicus” è “La valle della paura” di Conan Doyle. Il secondo motivo presentato in “La tragedia di X” fu lasciato praticamente immutato per quasi vent'anni ma divenne un autentico marchio di fabbrica di Queen durante gli anni Cinquanta e Sessanta. Sto parlando naturalmente del classico artificio Queeniano del Messaggio in Punto di Morte. (…) questo giallo dovrebbe comparire in ogni lista riassuntiva, anche la più breve e sommaria, dei supremi capolavori della narrativa poliziesca, perché questo libro sarà ancora letto con rispetto e meraviglia dopo che i nostri nipoti saranno morti.”
Dopo questa entusiastica recensione andiamo a scoprire quali sono i romanzi di Ellery Queen preferiti da Nevins Jr che fu anche un buon autore di gialli oltre che studioso di letteratura poliziesca e biografo di Cornell Woolrich.
In un'autointervista Nevins Jr domanda: “Quali sono le storie migliori di Queen?” e si risponde:
“Ognuno ha le sue preferite. Del Primo Periodo Sceglierei i quattro romanzi del 1932 “L'affare Khalkis, “Il mistero delle croci egizie”, “La tragedia di X” e “La tragedia di Y”. Aggiungerei due racconti, “L'avventura della donna barbuta” e “L'avventura dell'orologio sotto la campana di vetro”, oltre a quel grande romanzo breve del 1935 “La lampada di Dio”. Del Secondo Periodo due racconti brevi del 1939 “L'avventura della finale di baseball” e “L'avventura del soprabito rubato”.
Degli anni Quaranta “Il paese del Maleficio” e “Il gatto dalle molte code”, più il racconto “L'avventura della bambola del Delfino”.
Degli anni Cinquanta, altri due romanzi “Il villaggio di vetro” e “Complimenti Mr. Queen”, un'indagine portata avanti dal solo ispettore Richard Queen. Degli anni Sessanta il romanzo “Bentornato Ellery!”, il racconto “L'indizio di Abramo Lincoln” e l'altro romanzo “Ellery Queen e la parola chiave”.

(segue)

Scritto Da - IlCinese on 15 Aprile 2012 19:20:29


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 19 Aprile 2012 20:52:27
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Il Secondo Periodo Queeniano viene fatto cominciare con “La casa delle metamorfosi” del 1936 e termina con “I denti del drago” del 1939. I romanzi di questa seconda fase dell'evoluzione di Ellery Queen sono caratterizzati dall'influenza delle riviste femminili alle quali i due cugini vendettero alcuni lavori e soprattutto dall'esperienza cinematografica di Dannay e Lee, che lavorarono a Hollywood come sceneggiatori per le maggiori compagnie. Queste frequentazioni con l'ambiente leggero e stravagante della Mecca del cinema ispirò direttamente i romanzi “Hollywood in subbuglio” e “Quattro di cuori”.
Il personaggio di Queen in questa fase di passaggio perde la caratteristica aria di superiorità e di onniscienza tipica di Philo Vance e si umanizza, frequentando ambienti diversi e stimolanti ed è sensibile all'universo femminile anche se i suoi libri non reggono ai capolavori dei periodi precedenti e successivi.
Anche se non è fulmineo e geniale come nei primi romanzi Ellery è sempre dedito alla ricerca della falla logica nella vicenda che si dispiega davanti a lui e si sente quasi il lavorio del suo ragionamento per trovare il piccolo indizio che lo porterà a risolvere il caso con soddisfazione.
In questo periodo Dannay e Lee, ormai all'apice del successo, furono impegnati, oltre che nella sceneggiatura di film, anche nella creazione di seguitissimi originali radiodrammi che in seguito fornirono lo scheletro per gli sceneggiati televisivi, trasmessi anche in Italia, che ebbero come protagonista Jim Hutton nei panni di Ellery Queen.
I romanzi di questo periodo di transizione, in ordine cronologico sono:
La casa delle metamorfosi (Halfway House, 1936)
La porta chiusa (The Door Between, 1937)
Hollywood in subbuglio (The Devil To Pay, 1938)
Quattro di cuori (The Four of Hearts, 1938)
I denti del drago (The Dragon's Teeth, 1939)
La relativa scarsa produzione di questi anni è dovuta anche ad un incidente letterario che costrinse gli autori ad abbandonare un romanzo in lavorazione quando scoprirono che Agatha Christie nel suo celebre “Dieci piccoli indiani” aveva anticipato il loro intreccio.
Nel 1940 poi Frederic Dannay ebbe un incidente automobilistico che stava per costargli la vita e inoltre i due cugini dedicarono le loro energie in un progetto ambizioso e molto impegnativo, la creazione della migliore biblioteca mondiale di racconti polizieschi che pose le basi di 101 years' Entertainment e successivamente dell'Ellery Queen Mystery Magazine.
(continua)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 19 Aprile 2012 20:53:28
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Il “Terzo Periodo Queeniano” comincia nel 1942 con “Il paese del maleficio” “Calamity Town” e abbraccia dodici romanzi e due raccolte di racconti e si snoda per sedici anni. “In questo periodo non ci fu nulla che Queen non osò tentare, scrive Francis M. Nevins Jr nel suo saggio, troviamo complessi enigmi deduttivi, ricchissime e minuziose caratterizzazioni, la dettagliata costruzione di una piccola città e di una metropoli, ognuna delle quali diventa autenticamente viva sulla carta. La creazione di un mondo ultraterreno nascosto e in cui tutto sembra alla rovescia, come in un segmento del mondo di Alice, esplorazioni nella storia, nella psichiatria e nella religione, vibranti dichiarazioni di odio per il Maccartismo e per altre dimostrazioni di idiozia politica, una sorta di storia d'amore di mezz'età tratteggiata con delicatezza, una nostalgica ricreazione della giovinezza di Ellery. (…)
Le tragedie personali incalzarono Dannay nel corso degli anni e lo colpirono ben più di una volta, assestando un colpo decisivo con la nascita del suo figlio minore, Stephen, affetto da danni cerebrali incurabili che lo portarono alla morte e soli sei anni di età. I temi ricorrenti della nascita-morte in romanzi così diversi tra loro come “Il gatto dalle molte code”, Complimenti Mr. Queen”, “Colpo di grazia”, “La prova del nove”, possono essere probabilmente attribuiti almeno in parte alla breve e infelice vita di Stephen, ma nessuno di questi romanzi fu il risultato più diretto della tragedia.”
Tra i tratti salienti dei lavori di questo periodo c'è la falsa traccia tesa a depistare il ragionamento deduttivo di Ellery, già presente in nuce in “L'affare Khalkis” ma che in seguito verrà perfezionate e portata a livelli eccelsi creando rompicapi sicuramente diabolici ma che avevano bisogno di una mente di prim'ordine come quella di Queen per riuscire a funzionare.
Un altro punto di contatto tra i gialli scritti dopo il 1942 è l'ambientazione nella piccola città di Wrightsville nel New England che diventa uno specchio in cui si riflette l'intera America.
Questi sono i romanzi che costituiscono il Terzo Periodo, forse quello più fecondo di Ellery Queen e quello in cui il suo nome divenne sinonimo di detective come quello del suo ispiratore diretto Sherlock Holmes:
Il paese del maleficio (Calamity Town, 1942)
Una volta c'era una vecchia (There Was An Old Woman, 1943)
L'assassino è tra noi (The Murderer Is A Fox, 1945)
Dieci incredibili giorni (Ten Days' Wonder, 1948)
Il gatto dalle molte code (Cat of Many Tails, 1949)
Il rovescio della medaglia (Double, Double, 1950)
L'origine del male (The Origin of Evil, 1951)
Il re è morto (The King Is Dead, 1952)
Le lettere scarlatte (The Scarlet Letters, 1953)
Il villaggio di vetro (The Glass Village, 1954)
Complimenti, Mr. Queen (Inspector Queen's Own Case, 1956)
Colpo di grazia (The Finishing Stroke, 1958)
“Il villaggio di vetro” ha la particolarità di non vedere come protagonisti padre e figlio Queen e fu scritto dal solo Dannay mentre “Complimenti Mr. Queen” vede all'opera solo Richard Queen.
Nel 1970 il regista francese Claude Chabrol girò la versione cinematografica di “Dieci incredibili giorni” con atori di primo piano come Orson Welles, Antony Perkins, e Marlene Jobert e con Michel Piccoli che nel film assume le funzioni di Ellery Queen nel ruolo di Paul Regis, un professore di filosofia alle cui lezioni Perkins smarrisce la sua fede in*****e al quale poi si rivolge per scoprire la causa delle sue strane amnesie.
Questo film, come tutti quelli derivati dai romanzi di Ellery Queen, non riuscì a trasmettere il mistero e la complessità dei gialli originari e malgrado il cast sontuoso e il regista famoso fu una grande occasione perduta.
(segue)


Autore Discussione: Ellie Harroway
Replicato il: 20 Aprile 2012 17:07:15
Messaggio:

Bellissima la tua rubrica. Complimenti. Piena di appunti & spunti appena colti, ti saluto :)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 20 Aprile 2012 20:52:04
Messaggio:

Ciao Tiziana, grazie a te per l'interesse.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 21 Aprile 2012 08:45:11
Messaggio:

Alcuni giorni fa su "Repubblica" Massimo Carlotto ha presentato il suo ultimo romanzo giallo "Respiro corto":

SCENA prima: mafiosi russi cacciano con armi da guerra un branco di lupi nel deserto contaminato di Chernobyl. Scena seconda: un narcotrafficante di Ciudad del Este, che si muove imitando la finta della grande ala Garrincha, sbaglia mossa e deve fuggire. Poi un altro ciak: una poliziotta di Marsiglia (lesbica, fanatica di Johnny Halliday) dalle iniziali impegnative BB, comanda una squadra ai confini della legalità. Infine quattro giovani brillanti laureati usano le loro sofisticate conoscenze di economia per rubare il mondo ai padri.
Respiro corto, il nuovo romanzo di Massimo Carlotto (Einaudi stile libero), è un mosaico appassionante, dove tutti i tasselli contribuiscono a restituire al lettore un'avventura frenetica e mai banale. Come un film da leggere. Un ostacolo ambizioso superato con abilità dallo scrittore padovano, che a Repubblica parla di questa svolta e dei "nuovi mali che trasfigurano la nostra società ", una rivoluzione da raccontare ancora una volta con il noir, che per correre al passo del "nuovo crimine, diventa globale".
Partiamo dai luoghi, sempre decisivi nei suoi libri: ci vuole coraggio a scegliere Marsiglia, la città del maestro Jean-Claude Izzo. Cosa l'ha spinta?
"Mi interessava Marsiglia, ne ero attratto: lì è in corso forse la più grande battaglia criminale d'Europa, la guerra dei Territori. La gente viene uccisa in strada ogni giorno e nessuno se ne occupa. Lo scontro tra le varie bande ha una tale forza da sconvolgere l'assetto stesso della metropoli che non ha più niente a che fare con quella di Jean-Claude. Penso che a lui, come l'ho conosciuto, avrebbe fatto piacere questa mia scelta".
Dunque è andato a Marsiglia per prepararsi?
"Vado sempre nei luoghi di cui mi occupo: ci sono stato parecchie volte e mentre ero lì mi sono imbattuto in un caso come quello che racconto in Respiro corto: terminato con la sconfitta di poliziotti e magistrati. Poi ho girato per le strade, per i locali: ho cercato volti e atmosfere a cui appigliarmi. Sono andato anche a Ciudad del Este, dove si sono saldati gli interessi del narcotraffico e del terrorismo di Al Qaeda: tanto da fondare una vera e propria banca d'affari da 10mila miliardi di fatturato. Qui ho visto le macchinette mangiasoldi di cui parlo nel libro e che danno un senso tangibile, fortissimo dell'enorme flusso di denaro di cui dispongono queste organizzazioni ".
Respiro corto, al contrario di altri suoi libri, non ha un solo protagonista, ma è un romanzo corale. L'inizio ricorda alcuni classici americani, alla Don Winslow o alla Elmore Leonard: scelta rischiosa dovuta a quale esigenza?
"Volevo lavorare su una storia complessa: la trasformazione del crimine e la sua ripercussione a livello mondiale. Ormai non siamo più di fronte alla semplice migrazione di organizzazioni verso altri Paesi: la mafia in America, la 'ndrangheta in Messico, oggi siamo di fronte a qualcosa di più profondo, ad un nuovo respiro globalizzato della criminalità. Per questo mi serviva un affresco corale, complesso come lo scenario da raccontare e capire".
Più che in altri suoi precedenti romanzi qui si intuisce una corposa documentazione, si avverte quasi la fatica fisica della ricerca sui meccanismi criminali. Come ha lavorato?
"Ho viaggiato e ho studiato parecchio. L'ispirazione mi è venuta girando per alcune università straniere, dove mi sono imbattuto nei figli di boss di diverse organizzazioni mafiose. Figli del Cartello della droga messicano, figli delle Triadi cinesi: studiano economia, ingegneria ambientale, marketing e pensano ad un futuro diverso per le loro attività. Un futuro che è già iniziato ed è proprio questa trasformazione, a tratti persino fisica, che mi interessa raccontare".
Lo scontro tra i boss all'antica e quelli che hanno sostituito i kalashnikov con i computer?
"Queste nuove generazioni pensano alla 'mafia' in maniera diversa, non concepiscono più sistemi verticistici: per capirci, un capo alla Provenzano non sarebbe più possibile. Non ragionano nemmeno più in base al Paese di provenienza, loro sono cittadini del mondo ed è quello che vogliono conquistare. Ho parlato a lungo con uno di questi ragazzi, un cinese che studiava economia e lui era molto critico verso la tradizione da cui proveniva, addirittura non si percepiva 'violento o criminale'. Adesso vogliono fare soldi infiltrandosi sempre più in profondità dentro i canali ufficiali della società e degli affari, stringono rapporti sempre più saldi con i politici e soprattutto con le grandi aziende. Agiscono e si muovono come se fossero multinazionali. La storia del legno di Chernobyl che ho raccontato nel libro è vera: in Slovenia fanno bare con materiali radioattivi".
Tutti i personaggi di Respiro corto, come già per i suoi precedenti, sono segnati da un cinismo, da una cattiveria quasi esemplari. Ma tutti raccontati senza giudizi. Come fa a tenere il registro di questo "terzo occhio letterario" così lucido?
"Innanzi tutto credo non sia compito mio, dello scrittore, dare giudizi. Per raccontare il male in maniera efficace devi farlo il più oggettivamente possibile. Da anni ormai animo questi personaggi: non hanno mai un dubbio, mai un'attenuazione della loro lucida ferocia. La loro evoluzione è un'evoluzione verso il male: sono sempre peggio e sono sempre più bravi a mimetizzarsi. Nel corso del tempo mi sono stupito della reazione dei lettori a questo o a quel personaggio: per esempio mi chiedo come possa piacere alle donne Giorgio Pellegrini (il cattivo di Arrivederci amore ciao e di Alla fine di un giorno tranquillo, ndr)".
Un altro elemento chiave è la crisi economica mondiale.
"La crisi colpisce tutti e dunque anche le attività criminali, costringendo le organizzazioni a modificare le loro azioni, i loro investimenti, ad espandersi verso nuovi territori. Ma la crisi ha fatto qualcosa di più profondo, qualcosa di più pericoloso all'interno della società".
Cosa?
"Ha inciso profondamente nelle dinamiche interne della società, ne ha cambiato la struttura stessa: il nuovo fenomeno che ci troviamo ad affrontare è quello di chi delinque per un tempo limitato. Devo pagare i debiti: faccio per tre mesi il corriere della droga. Devo comprare l'auto nuova: truffo la Finanza con false fatturazioni e via dicendo. La corruzione è aumentata per questo motivo e ora è a livelli impensabili persino prima di Mani Pulite: c'è gente che va in giro con il cartello: compratemi. Ed è cambiata anche la percezione degli altri. Una volta ti dovevi nascondere, adesso troviamo intercettazioni telefoniche dove le mogli fanno i complimenti al marito corrotto e insieme ai figli fanno la lista dei beni di lusso che vogliono. Poi c'è la cocaina, mai così diffusa e mai così trasversale: ci sono città, penso a Padova ma in genere a tutto il Nordest, dove il consumo è così massiccio da far pensare quasi ad una trasformazione chimica del tessuto sociale".
Altro tema: l'immigrazione. Con i poveri tra i poveri ostaggio delle mafie.
"Infatti, il nodo è questo. Non si parla del fenomeno dell'immigrazione in genere e delle sue dinamiche complesse su cui la politica deve lavorare, ma dei migranti usati come truppe, come carne da macello dalle organizzazioni criminali. L'ho visto nel Nordest con l'arrivo degli albanesi prima, poi degli uomini della ex Jugoslavia e infine con rumeni e bulgari. Queste sono ondate enormi che hanno una capacità fortissima di colpire e spazzano via tutti gli anticorpi: a partire dalla solidarietà".
Con una realtà così complessa e in continua evoluzione, il noir è ancora uno strumento adatto di comprensione?
"Penso che a questo genere vada dato il grande merito di avere anticipato con precisione e lungimiranza alcuni aspetti della degenerazione attuale: soprattutto economica ma anche di valori. Ora, la complessità della fase storica richiede però anche altri contributi, non può essere delegato tutto solo al noir: dai saggi alla fantapolitica alla docufiction serve lo sforzo di tutti. A me comunque al di là delle etichette interessa raccontare il conflitto in atto e come questo insieme alla crisi stia cambiando in profondità le nostre vite".
Il suo romanzo non ha un happy end. Ma, allo stesso tempo, per la felicità degli appassionati sembra lasciarsi aperta la porta per un sequel. È così?
"Certo la storia e i personaggi mi hanno conquistato, molto dipenderà dai lettori. Il futuro è nelle loro mani".
http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/04/1


Autore Discussione: Farfarella21
Replicato il: 21 Aprile 2012 10:25:36
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Penso di essere una discreta conoscitrice di gialli, ma mi hai saputo regalare tanti spunti per nuove letture appassionanti:-)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 22 Aprile 2012 21:25:47
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Colpo di grazia”, il romanzo che doveva concludere l'epopea di Ellery Queen secondo il progetto dei creatori, è una summa delle suggestioni e dei temi svolti nel corso di quasi un trentennio di indagini deduttive.
Il romanzo è l'alfa e l'omega del detective in quanto ha inizio nel 1905 (guarda caso la data di nascita dei cugini Frederic Dannay e Manfred Lee, che nacque solo pochi giorni dopo la data che segna l'inizio di questo giallo e che ha un'importanza notevole nella trama) e finisce nel 1957. Durante questi anni il caso resta irrisolto e solo il caso porta Ellery a ripercorrere quei dolorosi giorni in cui, giovane detective alle prime armi ma dotato di enorme presunzione, non riuscì a dare la svolta decisiva al caso.
Nel gennaio 1905 ad una giovane coppia benestante capita un incidente che accelera il parto della donna. La donna muore ma nascono due bambini, uno dei quali viene disconosciuto dal padre moribondo e abbandonato alle cure del dottore che l'ha fatto nascere e che lo adotta.
Venticinque anni dopo il figlio riconosciuto erede organizza una festa per dare una cornice fastosa sia alla presa di possesso del testamento e sia per sposare la sua promessa sposa.
Già dal principio si notano alcune suggestioni ricorrenti dell'opera queeniana come il tema della nascita e della morte, come in “Il gatto dalle molte code”, “Complimenti Mr. Queen” e “La prova del nove”, tema forse evocativo della morte del figlio di Dannay Stephen, deceduto a soli sei anni.
Un altro dei temi cardini su cui si sviluppa il libro è quello del doppio, sfruttato in tantissimi gialli di Queen da diventare quasi un marchio di fabbrica. Assieme ai messaggi creati e lasciati a bella posta per spingere sulla falsa pista il detective e al tema delle lettere dell'alfabeto che fanno pensare anche al romanzo di Agatha Christie “La serie infernale” “The ABC Murders” In “Colpo di grazia” c'è anche il “topos” classico della letteratura gialla all'inglese, il villino isolato, per colpa di eventi naturali oppure per costrizione, che contiene al suo interno un gruppo di eterogenei personaggi e tra cui si cela l'assassino.
Nel libro c'è un frammento di dialogo che svela alla perfezione il ragionamento logico di Ellery:
“Ricordati ciò che disse Oscar Wilde: L'uomo può credere l'impossibile, mai l'improbabile”.
-”E' giusto. Io per esempio, non avrei mai creduto all'improbabilità che tu entrassi in punta di piedi nella mia stanza d'albergo”.
-”Non ho fatto che ripetere ciò che ha detto Oscar Wilde. In quanto a me, non solo posso ma , spesso e volentieri, credo all'improbabile. Purché, naturalmente, i fatti non puntino verso altre conclusioni.”
E con questo schema mentale Queen riesce a risolvere i casi più difficili e ostici ma penso che per riuscire a sbrogliare un'indagine come “Il caso Khalkis” si sia invece ispirato al detto di Tertulliano “Credo quia absurdum” “Io credo perché è assurdo”.

Chi volesse approfondire il tema del doppio nei romanzi di Queen, può trovare infiniti spunti nell'ottimo saggio di Pietro de Palma leggibile nel sito “La morte sa leggere”.
http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2


Scritto Da - IlCinese on 22 Aprile 2012 21:27:24


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 25 Aprile 2012 17:25:48
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La produzione queeniana dopo “Colpo di grazia” si può dividere in due fasi distinte. Alcuni romanzi furono scritti in collaborazione con altri scrittori, principalmente Avram Davidson mentre la maggior parte dei gialli fu creata da diversi autori, sempre con il marchio di fabbrica “Ellery Queen” e il cui coinvolgimento nell'impresa fu scoperto diversi anni dopo.
I romanzi che vengono fatti rientrare nel “canone queeniano” sono:
Bentornato, Ellery! (The Player on The Other Side, finalista Edgar Award 1964, 1963)
...e l'ottavo giorno... (…And On The Eighth Day…, 1964)
Il quarto lato del triangolo (The Fourth Side of The Triangle, 1965)
Uno studio in nero (A Study In Terror, 1966)
Ellery Queen e la parola chiave (Face To Face, 1967)
La febbre dell'ottone (The House of Brass, 1968)
Disertore di coscienza (Cop Out, 1969)
L'ultima donna della sua vita (The Last Woman In His Life, 1970)
La prova del nove (A Fine and Private Place, 1972)
Questi romanzi vedono da una parte l'inclinazione per le soluzioni originali e ardite all'interno della traduzione deduttiva e dall'altra un ricerca della caratterizzazione estrema dei personaggi e la riuso di spunti tratti dai gialli dei periodi precedenti.
“Bentornato, Ellery” fu scritto assieme a Theodore Sturgeon mentre “...e l'ottavo giorno...”, “Il quarto lato del triangolo” e “La febbre dell'ottone” hanno avuto il contributo sostanziale dello scrittore di fantascienza Avram Davidson.
“Uno studio in nero”, ottimo apocrifo di Sherlock Holmes è invece stato ispirato dalla sceneggiatura del film omonimo in cui il detective creato da Sir Arthur Conan Doyle indaga sui crimini di Jack lo squartatore e il cui resoconto scritto arriva misteriosamente nelle mani di Ellery che partecipa a distanza di tanti anni all'inchiesta di cui tutti erano all'oscuro.
Gli apocrifi veri e propri invece sono:
L'eredità che scotta (Dead Man's Tale, 1961), di Stephen Marlowe
Alta infedeltà (Death Spins The Platter, 1962), di Richard Deming
Movente per un omicidio (Murder With A Past, 1963), di Richard Deming
Dopo la folgore (Wife Or Death, 1963), di Richard Deming
Assassinio su ricetta (Kill As Directed, 1963), di Henry Kane
Safari per una lolita (The Last Score, 1964), di Charles W. Runyon
Confessa o morirai (The Four Johns, 1964), di Jack Vance
Masters non ci vede chiaro (Blow Hot, Blow Cold, 1964), di Fletcher Flora
Lo zio buonanima (The Golden Goose, 1965), di Fletcher Flora
Una stanza per morirci (A Room To Die, 1965), di Jack Vance
Poliziotto di ventura (The Killer Touch, 1965), di Charles W. Runyon
La catena al piede (Beware The Young Stranger, 1965), di Talmage Powell
Mirate al cuore (The Copper Frame, 1965), di Richard Deming
Colpo di manovella (Shoot the Scene, 1966), di Richard Deming
Il seme della follia (The Madman Theory, 1966), di Jack Vance
Centomila dollari di disonore (Losers, Weepers, 1966), di Richard Deming
Bianca come cadavere (Where Is Bianca?, 1966), di Talmage Powell
Occhio al sultano, Corrigan! (Why So Dead?, 1966), di Richard Deming
La ricetta del diavolo (The Devil's Cook, 1966), di Fletcher Flora
Da questa parte si muore (Which Way To Die?, 1967), di Richard Deming
C'è chi spia, c'è chi uccide (Who Spies, Who Kills?, 1967), di Talmage Powell
Come va il delitto? (How Goes The Murder?, 1967), di Richard Deming
Indovina chi viene a ucciderti (Guess Who's Coming to Kill You, 1968), di Walt Sheldon
Buio dopo buio (What's In The Dark?, 1968), di Richard Deming
Vietato vietare (The Campus Murders, 1969), di Gil Brewer
Frontiera maledetta (Kiss And Kill, 1970), di Charles W. Runyon
Vietato essere neri (The Black Hearts Murder, 1970), di Richard Deming
Vietato essere uomini (The Blue Movie Murders, 1972), di Edward Hoch
Gli stili, le trame e le ambientazioni di questi romanzi sono i più vari e se qualcuno, specialmente quelli di Jack Vance, conservano le classiche tematiche queeniane altri se ne discostano in modo netto come “C'è chi spia, c'è chi uccide” e “Indovina chi viene ad ucciderti” che la Mondadori pubblicò nella collana “Segretissimo” proprio per la trama dal netto aspetto spionistico.
Con la morte di Manfred Lee avvenuta nel 1971 si chiuse definitivamente la lunga vita di Ellery Queen cominciata nel 1928 quando due giovani di New York si misero a scrivere un romanzo poliziesco per vincere i 7500 dollari messi in palio dalla rivista Mclure's e dalla casa editrice Stokes.
I due intraprendenti ventitreenni vinsero il concorso ma la rivista Mclure's chiuse e la rivista che prese il suo posto attribuì il premio alla sconosciuta Isabel Briggs Myers che abbandonò il genere giallo dopo soli due libri.
Per fortuna la delusione provata non demotivò Manfred Lee e Frederic Dannay che hanno regalato a milioni di appassionati di gialli tantissimi romanzi di livello eccelso che continuano a intrigare e deliziare intere generazioni di lettori.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 28 Aprile 2012 19:02:37
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Dopo tanti romanzi e racconti apocrifi che narrano l'epopea di Sherlock Holmes, ora giunge il primo seguito autorizzato dagli eredi di Sir Arthur Conan Doyle. Lo scrittore prescelto è Anthony Horowitz, autore di romanzi per ragazzi che ha scritto "La casa della seta" pubblicato da Mondadori.
Questa è la presentazione del libro uscita alcune settimane fa su "Repubblica":

Per Sherlock Holmes risorgere è quasi un' abitudine. Già il suo creatore, Arthur Conan Doyle, era stato costretto a riportarlo in vita a furor di popolo dopo averlo fatto precipitare nelle gole della cascata di Reichenbach, sulle Alpi svizzere. Poi, una seconda vita di immensa popolarità come personaggio cinematografico (dagli oltre sessanta film solo nell' epoca del muto al recentissimo Il gioco delle ombre ). Ancora, protagonista di una lunga serie di sequel "apocrifi", tra cui Soluzione sette per cento, di Nicholas Meyer, dove il detective per liberarsi dal vizio della cocaina va a Vienna dal dottor Freud, o il racconto di Stephen King ( Il caso del dottore) con un Watson più brillante di Holmes. Oggi il detective più famoso del mondo rivive in La casa della seta (Mondadori, pagg. 294, euro 18), primo seguito autorizzato dagli eredi Conan Doyle. A realizzarlo è stato chiamato Anthony Horowitz, inglese cinquantacinquenne autore di romanzi per ragazzi che hanno venduto tredici milioni di copie (soprattutto nella serie della giovane spia Alex Rider) e sceneggiatore di serie tv come L' ispettore Barnaby o Foyle' s War. Horowitz ha scelto di scrivere un romanzo "classico", il più fedele possibile all' originale, mettendo in scena tutti i personaggi anche secondari, l' ispettore Lestrade, il fratello di Sherlock, Mycroft, e perfino il professor Moriarty. Misurarsi con il mostro sacro, dice, non è stato affatto arduo. «Onestamente, l' ho trovato piuttosto facile. Ci ho messo tre mesi, quando per scrivere un romanzo in genere ho bisogno di un anno. È stato soprattutto un grande piacere, mi hanno aiutato molto i racconti, che conoscevo bene». Quando ha incontrato Sherlock Holmes per la prima volta? «A diciassette anni. Mio padre mi regalò un libro, che ho ancora, con i quattro romanzi e i cinquantasei racconti di Conan Doyle dove compare Holmes. È stato amore a prima vista. Mi ha conquistato la capacità di far vivere il mistero nei luoghi della vita quotidiana. La scoperta che quartieri "noiosi" di Londra, anche quello dove abitavo, potevano diventare preda del male». Per un romanziere abituato a creare, è stato frustrante misurarsi con personaggi e atmosfere obbligati? «Per nulla, è stato un grande piacere, un divertimento immenso. Io, che li ho sempre amati, ho avuto in dono due dei più bei personaggi della letteratura, Sherlock Holmes e il dottor Watson. È come se a un bambino avessero regalato un' enorme scatola di dolci». Lei come spiega che un personaggio così tipico di un' epoca e di un luogo particolari abbia avuto una fortuna così universale e duratura? «Innanzitutto con lui nasce il detective moderno. A differenza di quelli che lo avevano preceduto, come l' Auguste Dupin di Edgar Allan Poe, Holmes è il primo a comparire sulle riviste popolari. Ogni mese la gente si precipitava a comprare le sue avventure, così come oggi attende le nuove puntate delle serie televisive. Ma secondo me, il punto chiave è la relazione tra il detective e il dottor Watson. Accanto all' eroe, che è un genio inarrivabile, Conan Doyle ha messo una persona educata, colta e intelligente, ma a un livello assolutamente normale. Una trovata irresistibile, che permette al lettore un' identificazione totale nelle storie che legge. Anche Agatha Christie ha usato un meccanismo simile con Poirot, ma Conan Doyle è uno scrittore molto più bravo». Nel suo romanzo c' è un tono esplicito di critica sociale dell' età vittoriana. È il tema delle condizioni miserabili dell' infanzia, dello sfruttamento dei bambini in modi orribili. «Si tratta di un elemento che ho introdotto io, che non si trova in Conan Doyle. È curioso, perché lo scrittore, pur essendo un conservatore, aveva una certa sensibilità sociale ed era interessato alla politica. Ma nelle sue opere, anche nei romanzi storici o romantici senza Holmes, non c' è proprio nulla di "sociale", niente di paragonabile a Dickens. All' epoca la condizione dell' infanzia era terribile. Bambini poveri, privi di ogni cosa, genitori, istruzione, casa. Per il pubblico di oggi tutto ciò è inaccettabile. Quindi ho pensato che avrei potuto aggiungere questo aspetto. Sono uno scrittore del XXI secolo e uno scrittore per bambini. Per quanto fedele volessi rimanere all' originale, devo esprimermi con la mia voce». Secondo lei perché il genere poliziesco continuaa essere così amato dal pubblico? «Mai come nelle "detective stories" il protagonista e il lettore sono così vicini, perché entrambi vogliono risolvere il mistero, e lo fanno insieme. In genere se un personaggio di romanzo dice "sono un giornalista" sono portato a credergli. Nel giallo invece devo dubitare, controllare, andare aventi e indietro nelle pagine per verificare. Così il piacere della lettura aumenta. Soprattutto, alla fine si arriva a conoscere la verità. E questo è molto appagante».
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubb


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 01 Maggio 2012 09:32:14
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Inghilterra, 1860. Una casa isolata dove avviene un rapimento che poi diventa un omicidio, un cane che abbaia, un ispettore scaltro e sagace che segue le piste visibili e segrete, un ambiente familiare che nasconde un assassino. Questi possono essere gli elementi di un buon giallo classico, “all'inglese” appunto ma sono anche i punti fondamentali di un fatto criminale che scosse l'Impero britannico e che fu sulle prime pagine dei giornali inglesi per lungo tempo, scatenanando furiose polemiche politiche e religiose. Questo giallo della cronaca reale è l'oggetto del libro “Omicidio a Road Hill House” di Kate Summerscale, che segue passo passo tutti i fatti e le indagini che seguirono il misfatto.
Nella villa del funzionario governativo Samuel Kent posta poco fuori la cittadina di Road, nel Somerset, il 29 giugno 1860 scomparve misteriosamente il piccolo Saville di soli 3 anni, figlio della sua seconda moglie, che dormiva nella stanza assieme alla bambinaia. Quando questa si accorse della sparizione del bambino si scatenò una ricerca che portò dopo poco tempo alla scoperta del povero corpo di Saville gettato in una latrina. Incaricato delle indagini è il valido ispettore Jonathan Whicher che non si fa ingannare dai falsi indizi predisposti per depistarlo e in breve costruisce una teoria che individua il colpevole del reato nella sorellastra Costance, accecata dalla gelosia e desiderosa di infliggere dolore infinito alla matrigna che odia. Pur non sostanziato da prove ineccepibili, Whicher fa arrestare Costance e la porta davanti al giudice che però la assolve. Alcuni anni dopo, convertita al cattolicesimo Costance confessa parzialmente e con reticenza la sua colpa e viene arrestata nuovamente e condannata e essere poi liberata diversi anni dopo e finire la sua vita centenaria, nel 1944 in Australia.
Nel suo libro la Summerscale ipotizza che Costance agì con la complicità del fratello William, che poi divenne un famoso botanico, anche lui geloso delle attenzioni che i fratellastri ricevavano dai genitori. Il saggio, oltre a fornire un puntuale resoconto del fattaccio e delle indagini, crea un'interessantissima cornice storica e letteraria all'omicidio che fece nascere l'interesse sulla figura dell'investigatore e fu un probabile modello per diversi investigatori di carta come il sergente Cuff protagonista del romanzo “La pietra di luna”, basato in parte sui tragici fatti di Road, e ispirò alcuni lavori di Charles Dickens.
Questo aspetto di ricerca e studio del ruolo dell'investigatore è messo in luce dal sottotitolo “Invenzione e rovina di un detective” in quanto sia pur capace di capire la dinamica del delitto, Whicher non ebbe la capacità di provarlo “senza nessuna ombra di dubbio” e la sua carriera fu notevolmente ostacolata da questo demerito.
Libro che si legge come giallo “Omicidio a Road Hill House” è anche un valido strumento che consente di paragonare letteratura e vita vissuta, dove “I fatti non tornano come tornano i conti” come sosteneva Friedrich Dürrenmatt, e getta un fascio di luce storica sui comportamenti sociali dell'Inghilterra vittoriana, luogo d'origine e d'elezione del giallo classico.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 06 Maggio 2012 15:00:33
Messaggio:

I Navajo sono il gruppo più numeroso di nativi americani e sono famosi tra gli amanti dei fumetti per essere il popolo in cui vive Tex Willer. In origine erano pastori e guerrieri, in continua lotta con i Pueblos di cui saccheggiavano i villaggi. I primi trattati con gli Stati Uniti vennero firmati nel 1846 e nel 1849, entrambi di breve durata, finché per pacificare la regione, nel 1863 Kit Carson, quello reale, non il finzionale compagno di Tex, usò le maniere forti, distruggendo gran parte delle loro greggi e riducendoli alla fame e costringendoli alla resa. Nel 1867, ormai persuaso di aver spento i loro istinti bellicosi il governo creò la Riserva Navajo e donò loro nuovi greggi di pecore. La Riserva Navajo, la più grande degli USA occupa una vastissima parte dell'Arizona e si spinge anche in Nuovo Messico e nello Utah e ospita la bellissima Monument Valley, resa celebre da tanti film di John Ford e da “C'era una volta il West” di Sergio Leone.
La Riserva Navajo è anche la suggestiva ambientazione dei gialli di Tony Hillerman, scrittore americano morto nel 2008. I suoi personaggi principali sono il tenente della polizia indiana Joe Leaporn e il sergente Jim Chee che indagano su misteri e delitti che molto spesso hanno radici nella spiritualità navajo. Pur attingendo ad una sensibilità antica, i due poliziotti riescono a destreggiarsi con abilità anche nelle indagini più complicate grazie al loro intuito ed alla loro grande umanità.
Il primo romanzo di Tony Hillerman è “Il canto del nemico” e come i due successivi, vede protagonista solo Joe Leaporn mentre Jim Chee fa il suo debutto nel libro “Il popolo delle tenebre” del 1980.
Il primo giallo che li vede affiancati è “Lo stregone deve morire” del 1986. Tutti i romanzi di Tony Hillerman sono da leggere per la grande cura antropologica che li contraddistingue e per gli ottimi intrecci gialli che intrigano per la loro varietà. Tra i migliori, per me, ci sono “Ladri del tempo” ambientato nelle rovine dell'antico popolo degli Anasazi, “Il vento oscuro”, “La via dei fantasmi”, Il contagio” e “La maschera del*****parlante”.
Pubblicati originariamente solo nei gialli Mondadori, ultimamente alcuni gialli di Hillerman sono stati stampati anche da Piemme.
Nella confinante riserva Hopi è invece ambientato un insolito giallo di Martin Cruz Smith “L'ala della notte”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 09 Maggio 2012 21:00:51
Messaggio:

Domenica Repubblica ha presentato "Il metodo del coccodrillo" di Maurizio De Giovanni con un intervista all'autore:
MAURIZIO DE GIOVANNI
06 maggio 2012 — pagina 48 sezione: CULTURA

Ricciardi va in pausa, entra Lojacono. Ricciardi è il commisario che scarpinando per la Napoli degli anni Trenta e ascoltando i fantasmi (è un po' paragnosta, ma non tanto da farsi spiattellare la soluzione) si è fatto strada per tanti romanzi (da Il senso del dolore, 2007, a Per mano mia, 2011) rendendo il suo autore Maurizio De Giovanni, già (e tuttora) funzionario di banca, un giallista di buon successo. Il commissario Lojacono, invece, è un nostro contemporaneo sotto tutti gli aspetti, dal tormentato fresco divorzio alle spalle (pena collaterale per un sospetto forse ingiusto di collusione mafiosa che gli ha sfasciato la famiglia e l' ha fatto trasferire dalla Sicilia) al rapporto col computer nell' ufficio denunce dello scalcinato commissariato partenopeo in cui la disgrazia lo ha catapultato, a far finta di lavorare giocando infinite partite a scopa contro l' avversario digitale finché il destino non lo richiama in servizio full time contro un imprendibile serial killer di ragazzi. Ma soprattutto il poliziotto Giuseppe Lojacono, protagonista di Il metodo del coccodrillo in questi giorni in libreria, è la scommessa di un salto di popolarità: dalla Fandango, che ha lanciato De Giovanni,a Mondadori - mentre Einaudi ripubblica la serie "Ricciardi" e la proseguirà dal prossimo autunno - e dalle storie della Napoli di una volta al noir sulle frontiere interiori del male. Com' è stato il passaggio, De Giovanni? «Un po' ansiogeno, grazie. Anche se in fondo io credo di scrivere sempre allo stesso modo. Ho cominciato a fare il narratore solo cinque anni fa, a 48 anni: più che un talento formidabile di scrittura, che sarebbe emerso prima, credo che alla base del mio lavoro ci siano le tante letture digerite, tutto materiale che cerco di riversare nelle mie storie». L' esperienza di buon lettore come primo bagaglio del romanziere? «È così. Nel mio scaffale, oltre a tutti i giallisti italiani e insieme al Conte di Montecristo che mi rileggo ogni cinque anni, ci sono Simenon e Ed McBain. Loro mi hanno convinto che non c' è relazione fisica più forte di un omicidio, tra due esseri umani. E nessun autoediting più efficace dell' impianto di un poliziesco per liberarsi delle parti superflue della scrittura. Voglio dire che tanto con Lojacono quanto con Ricciardi, come autore cerco di osservare gli avvenimenti insieme al lettore, senza soffocare la storia per la voglia di esibire uno stile». Tra lettore e scrittore, il passo è breve? Lei come lo ha fatto? «Per caso, con un concorso di racconti a cui mi hanno iscritto degli amici scommettendo che non ci avrei partecipato. Praticamente Ricciardi è nato per non dargli soddisfazione. Ma tra leggere e scrivere la differenza è come tra abitare in una bella casae costruirsela da soli. Una fatica. Comunque il lavoro in banca non lo lascio, perché non vorrei mai essere costretto a scrivere, se dovesse capitare che non ho niente da dire». Ma perché lasciare gli anni Trenta? «Intanto li ho abbandonati, insieme al mio Ricciardi, solo per un po' . Sembra strano pure a me, ma incontro per strada delle signore che mi chiedono in continuazione nuove puntate di quel personaggio. Con un Ricciardi all' anno sarebbe facile andare avanti per sempre. Però avevo in testa una storia che voleva essere raccontata altrimenti, e ci ho provato. Così, se funziona, finirò per trovarmi con due investigatori alla volta». Differenti, ma gemelli: tutti e due solitari con un passato difficile, rapporti tesi col resto del mondo e perfino contesi tra due donne. Cosa li distingue? «Beh, intanto Lojacono non ha visioni ma solo intuizioni e sospetti. E poi per lui non vedo grandi sviluppi sentimentali, pensa soprattutto alla figlia che da quando siè separato non può vedere più. Ma soprattutto sono diversi la città e la società in cui vivono. Quella di Il metodo del coccodrillo è una Napoli dura, piena di muri e di indifferenza, lontana dal cliché di una città chiacchierona e chiassosa. Il teatro giusto per la messa in scena di due solitudini, quella dell' investigatore ma anche quella dell' assassino. Al principio avevo addirittura pensato a capitoli alternati solo con le loro voci. Poi sono arrivate anche le voci degli altri, vittime e comprimari a chiedere spazio». Stare nel presente le avrà comunque risparmiato un bel po' di ricerca storica... «Lo pensavo anch' io, ma ho dovuto ricredermi. Ho dovuto imparare un sacco di procedura penale, invece, e anche il questore di Napoli, che per fortuna è un fan di Ricciardi, mi ha dato qualche consiglio. Perché quello che nelle diverse epoche non cambia è che un giallo deve essere preciso». Il suo nuovo poliziotto ha «gli occhi stretti, quasi da cinese». Un piccolo omaggio a McBain? «Ma certo, come il Carella dell' 87° distretto. Sono contento che l' ha notato. Coi 55 romanzi di quella serie ci ho passato la giovinezza. Volevo il mio Carella anch' io». - MAURIZIO BONO
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubb


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 11 Maggio 2012 21:21:00
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La struttura interna del romanzo poliziesco consente e quasi incoraggia l'utilizzo di intermezzi ironici ma allo stesso tempo difficilmente permette l'uso dell'umorismo e della comicità. Uno dei gialli che sconfessa questa tesi è “Delitti da mille e una notte” di John Dickson Carr in cui l'atmosfera stregata del museo in cui avviene un efferato omicidio viene stravolta dall'irruzione di uno scombinato professore ed è difficile seguire attentamente l'intreccio giallo per il gran divertimento di questa trama davvero stupenda. Uno scrittore che ha fatto dell'umorismo e della comicità il suo tratto caratteristico è invece Donald E. Westlake, prolifico giallista creatore del personaggio di John Dortmunder, sfigato ladro a cui ne capitano sempre di ogni colore. A capo di una scalcagnata combriccola di sciagurati, Dortmunder fa il suo esordio nel 1970 nel romanzo “Gli ineffabili cinque”, (The Hot Rock) che è stato portato sul grande schermo nel 1972 col titolo “La pietra che scotta” con Robert Redford nel ruolo di John Dortmunder. Visto il grande successo del libro le avventure dello sfortunato ladro sono proseguite con gli esilaranti “Come sbarcare il lunario” (Bank Shot), “Come ti rapisco il pupo” (Jimmy The Kid), “Nessuno è perfetto” (Nobody's perfect) e altri 9 divertenti romanzi. Oltre alla serie Dortmunder, Westlake ha scritto numerosi altri libri di indubbio spessore in cui fonde con maestria una perfetta costruzione gialla con un umorismo prorompente, inventando situazioni in partenza drammatiche che sfociano ben presto nel grottesco, senza per questo perdere la loro qualità “gialla”. Tra questi romanzi spiccano, “Guardie e ladri” del 1973, “Ma chi ha rapito Sassi Manoon?” del 1968, “Qualcuno mi deve del grano” del 1969, “Un bidone di guai” del 1971, “Ditelo con i fiori” del 1974 e “La danza degli aztechi” del 1976 che nel 1977 ebbe il privilegio di festeggiare il numero 1500 del Giallo Mondadori.
Scrittore molto prolifico, Westlake scrisse numerosi altri gialli con sotto lo pseudonimo di Richard Stark, che hanno come protagonista Parker, un duro, un autentico lupo solitario, nella migliore tradizione dell'hard boiled novel. Westlake si è inoltre servito dello pseudonimo di Tucker Coe per la serie in cui compare l'ex poliziotto Mitch Tobin, una singolare figura di investigatore che si isola sempre più al mondo per punirsi di essere stato l'involontaria causa della morte di un collega. Mitch Tobin compare nei romanzi “Oltre il muro”, Oggi a voi, domani a lui”, e “La menzogna di Mitch Tobin”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 16 Maggio 2012 21:19:08
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Forse nessuno scrittore come James Ellroy ha sentito sulla sua carne i morsi feroci dei delitti che avrebbe poi descritto in tanti suoi libri. Nel 1958, quando Ellroy aveva 10 anni sua madre Geneva fu uccisa da un assassino rimasto sempre sconosciuto e questo delitto cambiò drasticamente la vita del giovane James. Dopo un adolescenza sbandata in cui fece le esperienze più scellerate e più degradanti, Ellroy cercò la salvezza nella scrittura e nel giallo, che gli permise da un lato di sfruttare la conoscenza dei bassifondi e delle periferie più malfamate e dall'altro gli consentì di trovare una catarsi letteraria del brutale omicidio della madre. Il suo primo romanzo fu “Prega detective” in cui si trovano i punti fermi della sua produzione giallistica, Los Angeles, gli anni quaranta- cinquanta, le donne fatali, la polizia corrotta e/o incapace e violenta, il linguaggio nervoso e frenetico e le trame intrecciate che alla fine si riuniscono per creare un finale gonfio di amarezza e di sconfitte.
A questo primo lavoro, fu molto apprezzato, seguirono romanzi come “Clandestino”, “Le strade dell'innocenza”, “Perché la notte” e “La collina dei suicidi” in cui James Ellroy analizza sempre lo stesso mondo in cui è rimasto imprigionato dall'infanzia, quasi a rivivere e scontare ogni volta il suo trauma infantile. La svolta della sua carriera avvenne nel 1987 con “Dalia Nera” un romanzo ispirato dalla morte di Elizabet Short “La Dalia Nera” appunto, avvenuto nel 1947. In questo libro Ellroy mette a frutto e porta a compimento tutti i suoi tentativi di ricreare la vita di quegli anni tumultuosi e violenti della Hollywoodland del dopoguerra (solo dopo, nel 1949 perse il suffisso land, diventando la scintillante Hollywood mecca del cinema).
“Dalia Nera” è anche il primo capitolo della cosiddetta “Tetralogia di Los Angeles”, composta anche da “Il grande nulla” “L.A. Confidential” e “White Jazz”, romanzi caratterizzati da una stretta interdipendenza e dal perfezionamento dal metodo di scrittura Ellroy, che ha come punti di forza la brevità delle frasi, la netta predilezione per il dialogo a discapito delle descrizioni e soprattutto la visione cupa e quasi disperata dell'umanità costretta a fare a pugni ogni giorno per avere una speranza di miglioramento che si dimostrerà sempre un'irridente illusione.
Con “American Tabloid”, primo atto della cosiddetta “Trilogia americana” lo scrittore americano alza il tiro e ormai consapevole della sua capacità di illustrare al meglio la vita del suo Paese, osa affrontare il momento in cui l'America perse l'innocenza ovvero il delitto Kennedy. Il romanzo è un disperato affresco di quegli anni crudeli e l'icastica scrittura di Ellroy ci immerge in un inferno contemporaneo, descritto con la consueta realistica paranoia.
Dopo aver affrontato direttamente il peccato originale pubblico James Ellroy si sente pronto per affrontare in prima persona quello suo personale, l'omicidio di Geneva e da questa consapevolezza nasce nel 1996 “I miei luoghi oscuri” cronaca dell'omicidio e delle infruttuose indagini dello scrittore per trovare il colpevole dell'efferato assassinio.
“Sei pezzi da mille”, seguito di “American Tabloid” affronta i mille misteri e i mille complotti che si intrecciano dell'America nel periodo tra l'omicidio di Kennedy e la fucilata che pose fine alla vita di Martin Luther King. Nel terzo e ultimo capitolo della trilogia “Il sangue è randagio” invece viene analizzata la politica e la vita americana della fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni settanta e l'autobiografia di una nazione che tanto aveva affascinato nei primi due atti, perde mordente e diventa confusa ed oscura forse perché Ellroy si trova fuori dal suo ambiente amniotico, gli anni della tragedia e quelli della dissolutezza, che ha saputo descrivere in maniera mirabile.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 22 Maggio 2012 20:51:36
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Sin dalla sua nascita il genere giallo ha avuto una struttura narrativa che ignorava le tensioni interne della società e si chiudeva nel ristretto perimetro dell'inchiesta senza interessarsi del mondo che ferveva al di fuori delll'intrigo. Come per rendere ancor più evidente questo agnocistismo sociale molti romanzi si svolgono in posti chiusi e isolati come isole, castelli, magioni signorili e ville da nababbi, senza nessun collegamento sia fisico che ideale con il momento storico in cui è incastonata la storia. Solo da poco le questioni sociali fanno da sfondo ai romanzi di detection e Petros Markaris, scrittore e sceneggiatore greco, valido collaboratore di Theo Angelopoulos, è uno dei più validi esponenti di questa nuova frontiera della letteratura gialla. Nel suo ultimo libro "Prestiti scaduti" il commissario Kostas Charitos indaga su raccapriccianti delitti che hanno come movente e come sfondo la drammmatica crisi economica che scuote la Grecia. Dotato di grande umanità e perspicacia Charitos, affascinate Maigret mediterraneo, riesce a scoprire gli intrighi che si nascondono dietro gli omicidi ma soprattutto ci guida con mano nella vita di una Atene allo sbando ma ancora vitale e intrigante. Markaris è un maestro nell'alternare la trama poliziesca a frammenti di vita familiare del commissario ora occupato nei preparativi del matrimonio della figlia, ora impegnato a litigare bonariamente con la moglie Adriana, ottima cuoca preoccupata di sbarcare il lunario oppure interessato ad ogni lemma del vocabolario che studia devotamente.
Il primo romanzo di Petros Markaris è stato "Ultime della notte"del 2000, seguito nel 2002 da "Difesa a zona", da "Si è suicidato il Che" del 2004, "La lunga estate calda del commissario Charitos" del 2007, dal volume di racconti "I labirinti di Atene del 2008 e da "La balia" del 2009 ambientato a Istanbul, citta natale di Markaris. I romanzi di Markaris hanno come comun denominatore una serrata critica al mondo del giornalismo e all'ambiente affaristico, famelici complici che hanno creato i presupposti per il fallimento dell'economia greca.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 27 Maggio 2012 15:48:01
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Il 14 maggio ha iniziato le trasmissioni una televisione monotematica dedicata al giallo che naturalmente si chiama Giallo http://www.giallotv.it/
Dando una rapida scorsa ai programmi del primo periodo si nota la prevalenza di vecchi telefilm passati più volte nelle tv generaliste ma sempre godibili. Tra tante repliche spicca una vera e propria perla, la serie completa degli episodi di "Ellery Queen" girati a partire dal 1974 e trasmessi in Italiaper la prima volta nel 1979.
Questi sono gli episodi che costituiscono la serie:
0 23/3/1975 Delitto nei quartieri alti (Too Many Suspects)
1 11/9/1975 La notte di San Silvestro (The Adventure of Auld Lang Syne)
2 18/9/1975 Orologio da polso (The Adventure of the Lover's Leap)
3 25/9/1975 Il cane cinese (The Adventure of the Chinese Dog)
4 2/10/1975 Tre per uno (The Adventure of the Comic Book Crusader)
5 9/10/1975 Il mistero del 12º piano (The Adventure of the 12th Floor Express)
6 19/10/1975 Recita d'addio di Miss Aggie (The Adventure of Miss Aggie's Farewell Performance)
7 23/10/1975 Le memorie del colonnello Nivin (The Adventure of Colonel Nivin's Memoirs)
8 30/10/1975 La villa sulla collina (The Adventure of the Mad Tea Party)
9 13/11/1975 I veli di Veronica (The Adventure of Veronica's Veils)
10 11/12/1975 La maledizione del faraone (The Adventure of the Pharaoh's Curse)
11 18/12/1975 Premio letterario (The Adventure of the Blunt Instrument)
12 4/1/1976 Il falco nero (The Adventure of the Black Falcon)
13 11/1/1976 Il pugno della domenica (The Adventure of the Sunday Punch)
14 18/1/1976 Il trenino elettrico (The Adventure of the Eccentric Engineer)
15 25/1/1976 Il testimone diffidente (The Adventure of the Wary Witness)
16 1/2/1976 L'albero di Giuda (The Adventure of the Judas' Tree)
17 8/2/1976 Giallo a Hollywood (The Adventure of the Sinister Scenario)
18 29/2/1976 La donna in blu (The Adventure of the Two-Faced Woman)
19 29/2/1976 Il tiranno di Tin Pan Alley (The Adventure of the Tyrant of Tin Pan Alley)
20 14/3/1976 Il sonno del gangster (The Adventure of Caesar's Last Sleep)
21 21/3/1976 Cuore di pietra (The Adventure of the Hard-Hearted Huckster)
22 4/4/1976 Il pugnale scomparso (The Adventure of the Disappearing Dagger)
Purtroppo questi telefilm non furono ispirati ai grandi romanzi dei cugini Dannay e Lee (tranne l'episodio pilota ispirato al romanzo "Il quarto lato del triangolo) ma ebbero come traccia alcuni racconti oppure le sceneggiature dei radiodrammi dedicati al grande investigatore. Malgrado non raggiungano le vette dei migliori gialli creati dalla premiata coppia, questi sceneggiati ricreano in modo abbastanza fedele l'universo Queeniano fatto di logica e di deduzioni ed è sempre bello rivederli.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 27 Maggio 2012 15:50:40
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Solitamente lo scrittore di romanzi gialli frequenta il delitto esclusivamente nella sua fantasia e lo concepisce come punto d'origine di una trama che porta alla scoperta rapida oppure lenta e faticosa dell'assassino. La scrittrice inglese Juliet Marion Hulme più conosciuta come Anne Perry, invece, fu protagonista di un clamoroso omicidio che nel 1954 sconvolse il Regno Unito. Appena sedicenne Juliet, assieme all'intima amica Pauline Parker uccise la madre di quest'ultima a colpi di pietra perché si opponeva alla partenza della figlia che voleva seguire Juliet in Inghilterra. Questo sensazionale caso di cronaca nera ispirò ben due film, prima nel 1971 nella pellicola francese “E non liberaci dal male” e poi nel film neozelandese “Creature del cielo” diretto da Peter Jackson che celebre divenne più tardi per la trasposizione del capolavoro di Tolkien “Il signore degli anelli”.
Abbastanza stranamente il passato di Anne Perry fu per tanto tempo nascosto alla sempre crescente schiera di affezionati lettori. Questo è la stringata biografia che accompagna l'edizione di “Funerale in blu” pubblicata nella collana “I classici del Giallo Mondadori” nel 2003:
“Anne Perry nasce a Londra nel 1938. Dopo un lungo periodo trascorso in giro per il mondo, la scrittrice raggiunge un vasto successo internazionale con un romanzo poliziesco ambientato in epoca vittoriana. Incomincia così la serie dedicata all'ispettore Pitt, a cui farà seguito quella incentrata su William Monk. “
Franco Fossati nel suo “Dizionario del genere poliziesco” edito da Vallardi le dedica questa voce:
“Anne Perry
Nata a Londra nel 1938 Anne Perry ha fatto l'hostess di aria e di terra, lavorando anche nel settore alberghiero, nella moda e nelle assicurazioni. Ha trascorso diversi anni negli Stati Uniti diventando mormone ed è tornata in Gran Bretagna nel 1972. Dopo aver scritto alcuni romanzi storici senza ottenere alcun successo, a metà degli anni Settanta ha l'idea di scrivere un romanzo poliziesco ambientato nella Londra vittoriana e dà vita all'ispettore Thomas Pitt, da allora protagonista di numerose avventure accolte con grande favore soprattutto in Gran Bretagna, dove i lettori possono cogliere e apprezzare l'affascinante precisione storica dell'autrice.”

E' proprio un capolavoro di sviamento dalla realtà che invece vede la giovane Juliet scontare in carcere cinque anni di detenzione perché all'epoca dell'omicidio era troppo giovane per essere condannata a morte.
Il romanzo poliziesco d'esordio di Anne Perry è stato “Il boia di Cater Street” pubblicato nel 1979 e qui facciamo la conoscenza di Thomas Pitt giovane e determinato poliziotto che incontra la sua futura moglie Charlotte Ellison dama dell'alta società londinese che, per noia e per la sua innata curiosità lo aiuta nelle indagini sulla misteriosa scomparsa di una ragazza figlia di un amico di famiglia. Ambientato nel 1881, nello stesso periodo in cui Jack lo Squartatore e Sherlock Holmes percorrono le nebbiose strade londinesi, il romanzo offre un perfetto spaccato della società vittoriana con le sue regole rigidissime, le sue stridenti ipocrisie e il suo classismo esasperato. A questi schemi intollerabili si ribella Charlotte aiutata dalla sua fida sorella Emily e da Lady Vespasia Cumming-Gould anziana nobildonna, simpatizzante del movimento femminista delle suffragette, che permette alla coppia di investigatrici di entrare nel mondo dell'alta società, spesso protagonista di orrendi misfatti, precluso alle indagini dell'ispettore Pitt.
Bisogna tener conto infatti che la polizia londinese, fondata da Sir Robert Peel nel 1829 e i cui agenti vennero chiamati “bobbies” in suo onore, era vista dai rappresentanti dell'alta società come un'organizzazione di subordinati, capaci a mala pena di sedare una rissa e utili a proteggere il loro mondo dorato e corrotto ma meritevole di nessun rispetto e considerazione.

I romanzi successivi a “Il boia di Cater Street” che era stato concepito come episodio unico, hanno la particolarità di citare nel titolo vere località londinesi come Bluegate Fields, Highgate Rise e Callander Square.
Questi sono i romanzi di Anne Perry che hanno come protagonista Thomas Pitt:
1979 - Il boia di Cater Street (The Cater Street Hangman), Il Giallo Mondadori n. 1720; I Classici del Giallo Mondadori n. 803
1. 1980 - I peccati di Callander Square (Callander Square), Il Giallo Mondadori n. 1792; I Classici del Giallo Mondadori n. 828
2. 1981 - I misteri di Paragon Walk (Paragon Walk), Il Giallo Mondadori n. 1816; I Classici del Giallo Mondadori n. 841
3. 1981 - I bassifondi di Resurrection Row (Resurrection Row), Il Giallo Mondadori n. 2225
4. 1984 - Tragedia a Bluegate Fields (Bluegate Fields), Il Giallo Mondadori n. 2174
5. 1983 - Delitti a Rutland Place (Rutland Place), Il Giallo Mondadori n. 2292
6. 1985 - Incubo a Devil's Acre (Death in Devil's Acre), Il Giallo Mondadori n. 2140; I Classici del Giallo Mondadori n. 935
7. 1987 - Scandalo a Cardington Crescent (Cardington Crescent), Il Giallo Mondadori n. 2128; I Classici del Giallo Mondadori n. 885
8. 1988 - Silenzio in Hanover Close (Silence in Hanover Close), Il Giallo Mondadori n. 2190
9. 1990 - Intrighi a Bethlehem Road (Bethlehem Road), Il Giallo Mondadori n. 2216
10. 1991 - Incendio a Highgate Rise (Highgate Rise), Il Giallo Mondadori n. 2268
11. 1992 - Ombre su Belgrave Square (Belgrave Square), Il Giallo Mondadori n. 2320
12. 1993 - Veleni a Farrier's Lane (Farrier's Lane), Il Giallo Mondadori n. 2375
13. 1994 - Il parco delle teste tagliate (The Hyde Park Headsman), Il Giallo Mondadori n. 2475
14. 1995 - L'arco dei traditori (Traitors Gate), Il Giallo Mondadori n. 2633
15. 1996 - Il battesimo (Pentecost Alley), finalista Edgar Award 1997, Il Giallo Mondadori n. 2681; Mondadori Superblues (ISBN 88-04-43011-7)
16. 1997 - Il maniero (Ashworth Hall), Il Giallo Mondadori n. 2737
17. 1998 - Brunswick Gardens
18. 1999 - Bedford Square (Bedford Square), Il Giallo Mondadori n. 2703
19. 1998 - I segreti di Half Moon Street (Half Moon Street), Il Giallo Mondadori n. 2774
20. 2001 - Il complotto di Whitechapel (The Whitechapel Conspiracy), I Classici del Giallo Mondadori n. 969
21. 2002 - La medium di Southampton Row (Southampton Row), I Classici del Giallo Mondadori n. 1014
22. 2003 - L'amante egiziana (Seven Dials), I Classici de Il Giallo Mondadori n. 1053
23. 2005 - In un vicolo cieco (Long Spoon Lane), Collezione Immaginario Dark (Fanucci Editore, 2006)
24. 2008 - Buckingham Palace Gardens
25. 2010 - Betrayal at Lisson Grove
26. 2011 - Dorchester Terrace
Nel 1990 il romanzo “Il volto di uno sconosciuto” vede la partecipazione di un nuovo personaggio l'ispettore William Monk. Come Thomas Pitt anche Monk nasce di umili origini, figlio di un pescatore ma riesce a salire la scala sociale diventando poliziotto per lottare contro la sopraffazione e l'ingiustizia. Ambientati in un periodo precedente della storia britannica, William Monk ebbe un incidente nel 1856 in cui perse la memoria, i romanzi di questa serie condividono gli stessi valori di critica della società perbenista ciecamente convinta di essere il sale della terra già ampiamente messi in risalto dalla serie principale.
Per esempio nel romanzo “Una morte terribile e improvvisa” del 1993 William Monk, non più funzionario di polizia ma investigatore privato indaga sul delitto di una delle infermiere di Florence Nightingale, (la famosa “signora della lampada” eroina della guerra di Crimea, creatrice della moderna assistenza infermieristica) e si fa strada tra tradimenti, slealtà e omertà di casta scoprendo l'infernale mondo ospedaliero e il dramma sociale molto frequente ma innominabile dell'aborto.
Questi sono i romanzi della serie Monk:
1990 - Il volto di uno sconosciuto (The Face of a Stranger), Il Giallo Mondadori n. 2252
1. 1991 - Lutto pericoloso (A Dangerous Mourning), Il Giallo Mondadori n. 2310
2. 1992 - Scandalo in famiglia (Defend and Betray), Il Giallo Mondadori n. 2345
3. 1993 - Una morte terribile e improvvisa (A Sudden, Fearful Death), Il Giallo Mondadori n. 2414
4. 1994 - I peccati della lupa (Sins of the Wolf), Il Giallo Mondadori n. 2437
5. 1995 - La maledizione di Caino (Cain His Brother), Il Giallo Mondadori n. 2557
6. 1996 - Il piatto della bilancia (Weighed in the Balance), Il Giallo Mondadori n. 2581
7. 1997 - Il prezzo della colpa (The Silent Cry), Il Giallo Mondadori n. 2605
8. 1997 - Tragica promessa (The Whited Sepulchres o A Breach of Promise), I Classici de Il Giallo Mondadori n. 1037
9. 1999 - La radice del delitto (The Twisted Root), Il Giallo Mondadori n. 2751
10. 2000 - Delitti tra nord e sud (Slaves of Obsession), I Classici de Il Giallo Mondadori n. 944
11. 2001 - Funerale in blu (A Funeral in Blue), I Classici de Il Giallo Mondadori n. 983
12. 2002 - Morte di uno sconosciuto (Death of a Stranger), I Classici de Il Giallo Mondadori n. 1000
13. 2004 - Il carico d'avorio (The Shifting Tide), I Classici de Il Giallo Mondadori n. 1069
14. 2006 - Il fiume mortale (Dark Assassin), Roma: Fanucci Editore, 2009 (Vintage)
15. 2009 - Assassinio sul molo (Execution Dock) (Fanucci, 2010)

Oltre alle due serie principali Anne Perry ha da poco iniziato un nuovo filone ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, costituito da:
2003 - Alto tradimento (No Graves as Yet: 1914), Collezione Immaginario Dark (Fanucci Editore, 2005) e TIF - Tascabile Immaginario Fanucci (Fanucci Editore, 2006)
2004 - Giustizia in prima linea (Shoulder the Sky: 1915), (Fanucci Editore, 2005)
2005 - Angeli nell'ombra (Angels in the Gloom: 1916), (Fanucci Editore, 2006)
2006 - Appuntamento con la morte (At Some Disputed Barricade: 1917), (Hobby & Work, 2009)
2007 - We Shall Not Sleep: 1918

Scritto Da - IlCinese on 27 Maggio 2012 15:53:12


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 09 Giugno 2012 17:00:13
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Nato nel fertile humus culturale ed intellettuale del Positivismo ottocentesco come il romanzo poliziesco, il genere fantascientifico fu nei primi tempi latore di una visione fiduciosa nel futuro e ottimistica delle “magnifiche e progressive sorti delle umane genti”. Caratterizzato da trame ricche di speculazioni tecnologiche e di mondi “paralleli” la fantascienza sembra a prima vista un genere lontanissimo dal giallo eppure molti scrittori di Scienze Fiction si cimentarono con buoni risultati negli intrecci di detection. A partire dal maggiore esponente del genere Isaac Asimov, diversi autori furono attratti da entrambi i generi letterari. Isaac Asimov, nato in Russi nel 1920, fu il maestro incontrastato della fantascienza mondiale portata da lui a livelli filosofici e letterari di prim'ordine. Uno dei suoi più grandi successi fu il ciclo di “Fondazione” grande affresco che racconta la nascita e la morte di un impero che ricorda tanto quello Romano e che vede la grande intuizione della “psicostoria”, scienza immaginaria che consente di prevedere il comportamento umano in situazioni di svolta storica. Oltre a questo capolavoro Asimov è anche ricordato per “Io, robot,”, “Viggio allucinante”, “Paria dei cieli”, “Il tiranno dei mondi” e “Notturno”, scritto con Robert Silverberg, che da molti è considerato il miglior romanzo di fantascienza di tutti i tempi.
La produzione gialla di Asimov è focalizzata sui racconti brevi della serie dei “Vedovi neri” un gruppo di professionisti che ospitano un personaggio importante che pone loro un problema apparentemente insolubile che viene risolto immancabilmente dal meno quotato del raduno, il maggiordomo. Pur ingessati dallo schema rigido della narrazione questi racconti sono molto godibili per la fantasia e l'immaginazione di Asimov che spiazza e sorprende ogni volta. Le raccolte dei racconti dei Vedovi Neri sono:
“I racconti dei Vedovi Neri”
“Altri racconti dei Vedovi Neri”
“Il club dei Vedovi Neri”
“Gli enigmi dei Vedovi Neri”
“Il ritorno dei Vedovi Neri”
Oltre a queste raccolte sono meritevoli di considerazione anche i romanzi “Rompicapo in quattro giornate” e “Un soffio di morte” e “gli enigmi dell'Union Club” che riprende lo schema usato nei racconti dei Vedovi Neri ambientandolo nell'Union Club, dove il dipanatore delle matasse è il perspicace Griswold.

Se Isaac Asimov era uno scrittore di fantascienza prestato al giallo, Fredric Brown invece riuscì ad eccellere in ambedue gli ambiti letterari. Il suo romanzo giallo più noto è “I delitti di Babbo Natale”
conosciuto anche col titolo di “Il delitto che diverte” dove un commediografo di successo immagina la trama di un babbo natele che in piena estate gironzola per New York, raggiunge un grattacielo e lì compie un omicidio riuscendo a far perdere le proprie tracce. La trama sembra incredibile ma il principale di Bill Tracy, il commediografo ispirato, viene assassinato proprio da un babbo natale che si fa vedere platelmente nelle strade della Grande Mela. Poco dopo un'altra delle sue bizzarre idee viene messa in opera proprio nel palazzo dove abita e Bill deve improvvisarsi investigatore per salvare la pelle. Tra le altre sue opere sono da ricordare “La statua che urla” che ha ispirato il thriller d'esordio di Dario Argento “L'uccello dalle piume di cristallo” e “Il sangue nel vicolo”, primo romanzo di Brown che vinse il premio Edgar Allan Poe come migliore opera prima e che fu molto apprezzato dai critici che paragonarono Fredric Brown a mostri sacri del calibro di James M. Cain e Raymond Chandler.

Un altro scrittore di fantascienza attratto dalle trame poliziesche è stato Jack Vance, autore dei cicli “della Terra Morente” e “dei Principi Demoni” che fu tanto stimato da Frederic Dannay e Manfred Lee, i cugini creatori di Ellery Queen, che gli commissionarono alcuni romanzi siglati con la firma storica della coppia. Infatti i notevoli romanzi “Una stanza per morirci” e “Il seme della follia” scritti da Jack Vance sono stati pubblicati con il nome di Ellery Queen.
Un altro dei più famosi romanzi di Ellery Queen fu scritto da uno dei maggiori autori di Science fiction. “Bentornato, Ellery” fu infatti ideato da Theodeore Sturgeon, grande autore di romanzi ambientati nel futuro e sceneggiatore di “Star Trek”, celebre anche per la legge di Sturgeon “"Il novanta per cento della fantascienza è spazzatura, ma in effetti il novanta per cento di tutto è spazzatura".
Nel gruppo di autori di Ellery Queen ci fu anche Avram Davidson, altro nom enoto ai cultori della fantascienza, che scrisse due ottimi gialli “E l'ottavo giorno”, “Il quarto lato del triangolo” e un onesto ma scialbo “La febbre dell'ottone”, sempre con il nome di Queen.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 16 Giugno 2012 16:08:39
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Wells, Carolina del Nord. 1965. Nella piccola e sonnolenta cittadina del sud-est degli Stati Uniti viene trovato il corpo senza vita di Enrico Mantoli, direttore d'orchestra italiano che stava organizzando un festival di musica classica che avrebbe risollevato le sorti della località in gravi difficoltà economiche. Nel rituale giro di perlustrazione per individuare eventuali sospetti il poliziotto di ronda scopre nella sala d'aspetto della stazione un negro che detiene nel portafogli una grossa somma di denaro. Quando lo conduce dinanzi al capo della polizia si scopre che il negro è un ispettore della Squadra Omicidi della polizia di Pasadena, in California, Virgil Tibbs recatosi a Wells per far visita all'anziana madre. Vincendo tutti i pregiudizi razziali che opprimono la vita cittadina, facendo leva sulle sue grandi capacità deduttive Virgil Tibbs riesce a scoprire il colpevole dell'omicidio nonostante l'estrema ostilità del capo della polizia che alla fine riconoscerà i meriti dello straniero. Questa è la trama di “La notte calda dell'ispettore Tibbs”, romanzo d'esordio dello scrittore bianco John Ball. Virgil Tibbs è il primo investigatore di colore della storia del giallo se non consideriamo alcuni esponenti completamente dimenticati da tempo come Florian Slappey oppure Pharaoh Love. La carica sovversiva di un personaggio come Virgil Tibbs è ancor più notevole se si considera il periodo in cui il romanzo è stato scritto. Nel 1965 erano passati più di dieci anni da quando l'attivista per i diritti umani Rosa Parks venne arrestata per non aver ceduto ad un bianco il suo posto nell' autobus e le discriminazioni nei confronti dei neri erano continue e venivano considerate normali. Nel romanzo sono evidenziati bene questi scenari di apartheid perché a Tibbs viene negato l'ingresso nel bar anche se ormai era conosciuta la sua appartenenza alla polizia e ai negri vengono riservati dottori e sale d'aspetto distinti da quelli per WASP (White, Anglo-Saxon Protestant).
Virgil Tibbs è un poliziotto acuto, sensibile e intelligente e a queste doti unisce una notevole prestanza fisica fisica e una profonda conoscenza delle arti marziali, è cintura nera di karate (ha studiato con il celebre maestro Nishiyama) ed è anche esperto di aikido. Per pagarsi gli studi, ha lavato piatti ed è stato inserviente alla mensa nella sua università. Il personaggio di Virgil Tibbs è talmente reale, (e se posso permettermi un giudizio, assomiglia come carisma al presidente americano Barack Obama), che la polizia di Pasadena ha deciso subito di iscriverne il nome nei suoi ruoli, come se fosse autentico, un onore mai toccato prima ai grandi investigatori della fiction poliziesca.
Il romanzo ebbe tanto successo che Norman Jewison ne girò immediatamente la versione cinematografica che vinse ben 5 premi Oscar grazie anche alla superba interpretazione di Sidney Poitier nel ruolo di Virgil Tibbs.
Nel 1966 fu pubblicato il secondo romanzo di John Ball “The Cool Cottontail” (Virgil Tibbs e il morto senza nome) a cui seguirono “Virgil Tibbs: Prendi la berta Johnny” (Johnny Get Your Gun ),
“Virgil Tibbs: cinque giade preziose” (Five Pieces of Jade ), “Virgil Tibbs e gli occhi di buddha” (Eyes of the Buddha) dove per scoprire l'assassino di una giovane donna uccisa in un parco di Pasadena l'ispettore Tibbs si recherà anche in Nepal, “Una moglie per Virgil Tibbs” (Then Came Violence) e “Virgil Tibbs a Singapore” (Singapore). Al ciclo di gialli dedicato a Tibbs John Ball affiancò anche alcuni romanzi che hanno come protagonista il capitano Jack Tallon, “Un poliziotto tranquillo” e “Guai in vista capitano Tallon”, in cui Ball mostra il suo grande talento di osservatore del costume sociale.
Oltre a Tibbs un altro investigatore di colore è diventato protagonista della letteratura e del cinema giallo. Si tratta dell'investigatore privato John Shaft, creato dalla fantasia di Ernest Tidyman, giornalista e sceneggiatore famoso anche per la sceneggiatura del film “Il braccio violento della legge”. Mentre Tibbs è il nero “perbene” elegante cultore di filosofia, Shaft è il tipico ragazzo di Harlem, il ghetto nero di New York. Rimasto orfano giovanissimo, è cresciuto in mezzo alla strada, come tanti suoi coetanei negri, vivendo di piccoli furti. Durante la ferma militare si arruola nei Marines e viene spedito in Vietnam dove diventa un eroe.
Nel 1970 esce il suo primo romanzo “Shaft” a cui seguirono altri romanzi come “Shaft Amongst the Jews” e “The Last Shaft” che non ottennero molto successo, a differenza della trasposizione cinematografica “Shaft il detective” in cui l'investigatore viene impersonato da Richard Roundtree che conferisce a Shaft un atteggiamento molto più raffinato e politicamente corretto del suo omologo letterario e che diede anche vita ad un serie televisiva di buon livello.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 20 Giugno 2012 21:29:40
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Nel suo periodo d'oro, quello degli anni sessanta-settanta, la Rai Tv varò un'imponente programma di trasposizioni televisive di romanzi classici e anche di gialli che divennero famosissimi per la particolare cura posta sia nella sceneggiatura che nella regia. Tra questi sceneggiati, tra i quali ricordiamo “A come Andromeda”, “Il cappello del prete”, “La pietra di luna”, “I racconti di Padre Brown” e “Il segno del comando”, spiccano per importanza e gradimento le miniserie ispirati ai libri di Francis Durbridge.
Nato nello Yorkshire nel 1912, Durbridge cominciò giovanissimo a scrivere sceneggiati per la radio e poi si specializzò nel genere poliziesco diventando molto noto per i suoi intrecci in cui è sempre in agguato il colpo di scena e che sono perfetti per essere trasferiti sulla pellicola.
Il primo sceneggiato tratto dai suoi libri è stato nel 1963 “La sciarpa” a cui seguirono “Paura per Janet” nel 1964 e “Melissa” nel 1966. E' con il successivo telefilm “Giocando a golf una mattina” del 1969 che scoppiò la vera e propria Durbridge-mania che culminò nel 1973 con “Lungo il fiume e sull'acqua” titolo poetico che sicuramente migliora di molto il titolo originale “The Other Man” scritto nel 1956. In un barcone lungo il Tamigi viene trovato il cadavere di un misterioso italiano che durante il secondo conflitto mondiale era sommergibilista impegnato nella guerra missilistica.
Il primo sospetto è un atletico insegnante, David Henderson che ha come allievo il figlio dell'ispettore che indaga sull'omicidio. Mentre le prove contro il docente si accumulano e ormai le porte del carcere si stanno per aprire per lui, un clamoroso colpo di scena capovolge la vicenda e porta ad un sorprendente finale. Quasi scritto per la televisione questo romanzo, lineare nella scrittura, diventò un vero e proprio cult per merito della cura minuziosa che il regista Alberto Negrin e lo sceneggiatore Biagio Proietti, ottimi professionisti e veterani di innumerevoli successi, misero nel curare ogni minimo aspetto dello sceneggiato a cominciare dalla sigla “Vincent” cantata da Don Mc Lean che ebbe una grande notorietà.
Oltre ai libri già ricordati bisogna ricordare anche “Un certo Harry Brent” che ebbe una traduzione televisiva nel 1970 con protagonista Alberto Lupo.
Questi fasti televisivi oscurarono in Italia il personaggio più noto di Francis Durbridge, Paul Temple, che gli diede un'enorme fama in tutta Europa.
Nato nel 1938 come personaggio radiofonico, Paul Temple in breve tempo raggiunse la dignità letteraria e fu un'icona multimediale apparendo in diversi film e in numerose serie TV.
Scritti dal 1938 al 1989 i romanzi della serie Paul Temple spaziano nel tempo e si adeguano al modificare della vita sociale tanto che uno degli ultimi libri “Paul Temple and te Margo Mistery” è stato tradotto in italiano col titolo “Delitto a tempo di rock”.
Questi sono i romanzi della serie Paul Temple pubblicati in Italia:
1973, Una strana rapina (Paul Temple and the Hardware Robbery ), stampato nella collana I Gialli Longanesi con il numero 99.
1973, Il mistero di Ginevra, (Paul Temple and the Geneva Mistery), stampato nella collana I Gialli Longanesi con il numero 108.
1977, Ritorna Paul Temple (News of Paul Temple), stampato nella collana I Pocket Longanesi con il numero 620
1986, Delitto a tempo di rock (Paul Temple and the Margo Mystery), stampato nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1973.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 23 Giugno 2012 17:49:45
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E’ programmata per la fine di giugno su Canale 5 la serie TV prodotta dalla BBC “Inchieste dell’ispettore Zen” ispirata dai gialli dello scrittore inglese Michael Dibdin e che tra i protagonisti vede la presenza di Rufus Sewell e di Caterina Murino.
Aurelio Zen è un ispettore di polizia elegantissimo e tenebroso di origini venete che lavora a Roma e indaga su casi criminali che hanno come sfondo intrecci di politica, potere e corruzione molto credibili.
Nato a Wolverhampton nel 1947 e morto a Seattle nel 2007 Dibdin ha scritto diversi gialli con Aurelio Zen:
1988, Nido di topi (Ratking), stampato nel 1991 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2209.
1990, Vendetta (Vendetta), stampato nel 1990 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2186.
1992, La cabala (Cabal), stampato nel 1993 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2317.
1994, Laguna morta (Dead Lagoon), stampato dalla Passigli.
1996, Così Fan Tutti (Cosi Fan Tutti), stampato dalla Passigli
1998, Vendetta d'annata (A Long Finish), stampato dalla Passigli.
1999, Pioggia di sangue (Blood Rain), stampato dalla Passigli
2002, ...e poi muori (And Then You Die), stampato dalla Passigli.
2003, Medusa
2005, Back to Bologna
2007, End Games
Oltre ai seguenti che non hanno personaggi fissi:
1978, L'ultimo caso di Sherlock Holmes (The Last Sherlock Holmes Story), stampato nella collana Libreria del giallo.
1986, A Rich, Full Death
1989, The Tryst
1991, Turpi inganni (Dirty Tricks), stampato dalla Mondadori.
1993, The Dying of Light
1995, Dark Specter
2000, Thanksgiving
2001, The Vine
Questa è la presentazione dell’autore pubblicata nel giallo “La cabala” nell’edizione de “Il giallo Mondadori” del 1993:
“Michael Dibdin scrive crime novel e su questa definizione è irremovibile. Dice di essere perfettamente lucido su ciò che scrive: ottimi romanzi di seconda categoria. Ma non tutti sono d’accordo. Da Chandler alla P.D. James, la narrativa gialla si è spostata verso piani più alti-. Dibdin stesso, per quanto lui sostenga il contrario, è stato speso considerato un grande scrittore tout-court, non solo un grande scrittore di genere. Il fatto è forse ha paura di cadere. “Perché, dice, i romanzi di prima categoria non hanno la rete di protezione… questo genere ha invece centinaia di piccoli trucchi che consentono di farlo sempre volare…”
Il suo primo romanzo è “L’ultimo caso di Sherlock Holmes”, giallo in cui Holmes svolge indagini su Jack lo Squartatore.
“Era un pastiche, un remake del personaggio, del periodo in cui è vissuto e dello stile di Conan Doyle. Ho fatto la stessa operazione con Robert Browning, il famoso poeta inglese, ambientando la storia a Firenze nel 1855. Poi ho vissuto a Perugia per quattro anni e mezzo, facendo il lettore all’Università.
Sono tornato in Inghilterra nel 1984 e ho scritto il primo romanzo con il personaggio di Aurelio Zen “Vendetta”. E’ anche il mio primo romanzo ambientato nel mondo contemporaneo ed è stato premiato dal Gold Dagger (premio letterario assegnato annualmente dalla Crime Writers' Association (Associazione degli Scrittori di Romanzi Gialli), per il miglior romanzo giallo dell'anno).
A questo è seguito “Nido di topi”, “La Cabala” e “Turpi inganni” che non ha Zen come protagonista. E’ un giallo “ai limiti” nel senso che contiene un filo giallo, ma non è questo l’aspetto più importante della storia.
Della sua esperienza italiana e dell’Italia Dibdin dice: “in fondo io credo che l’Italia e l’Inghilterra siano molto simili. Solo che in Italia tutte le brutture sono in superficie, nel senso che la gente ne parla. E’ dato per scontato che ai vertici del potere ci sia corruzione, che la giustizia non funzioni, che le poste non funzionino, insomma che non funzioni niente. In Inghilterra, invece, è diverso, nel senso che il mito della società esiste. Tutto va bene, tutto funziona, si vive bene, tutto è perfetto. I politici non sono corrotti… va beh..la polizia è onesta. Poi leggi nei giornali i fatti e ti rendi conto che la realtà è un'altra. Quindi cambia l’apparenza, ma la sostanza è la stessa.
Insomma tutto il mondo è paese, molto più di quanto si creda.”
Il giallo Mondadori 27-6-1993
“La Cabala” è a mio parere il miglior romanzo di Dibdin e questo è il sunto nella quarta di copertina:
“Quando, in una fredda sera di novembre, il principe Ludovico Ruspini precipita dalla balconata della cupola di San Pietro e si sfracella al suolo, tra l’orrore dei fedeli, per gli inquirenti si apre un inquietante ventaglio di interrogativi. Cosa faceva il principe all’interno del Vaticano? Perché era sotto sorveglianza? E poi, è caduto o è stato spinto? Le autorità vaticane chiedono l’intervento della polizia italiana, ma premono anche perché il caso sia chiuso il più in fretta possibile con un verdetto di suicidio. L’ispettore Aurelio Zen però ha più di un dubbio. Zen esplora in profondità le implicazioni dello scandalo che la morte di Ruspini ha provocato e scopre che i possibili testimoni, uno dopo l’altro, vengono ridotti al silenzio. Qual è il segreto del Vaticano? Chi c’è dietro tutti i delitti? La risposta è difficile da afferrare e Zen sa che non sbroglierà il caso finché non riuscirà a penetrare nella più segreta delle società segrete: “La Cabala”. Un altro successo di Dibdin, maestro di scrittura a un tempo evocativa e solidamente documentata. Una trama complessa e appassionante. Insomma un autore che va sempre più affermandosi sul mercato internazionale”


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 29 Giugno 2012 20:23:17
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Tra le 1523 vittime del tragico affondamento del transatlantico Titanic avvenuto il 14 aprile 1912 ci fu anche un famoso scrittore di gialli, Jacques Futrelle che rifiutò di salire su di una scialuppa per permettere il salvataggio della moglie. Americano a dispetto del nome, Futrelle fu uno dei giallisti più noti del primo decennio del XX secolo. Dopo le prime esperienze giornalistiche a Boston, pubblicò due curiosi libri polizieschi “The Chase of the Golden Plate” e “La macchina pensante “The Thinking Machine”, nei quali compare per la prima volta un nuovo tipo di investigatore, il coltissimo Augustus S.F.X. Van Dusen, Ph D. (dottore in filosofia), L.L.D. (dottore in legge), F.R.S. (membro dell'Accademia Reale) M.D. (dottore in medicina), professore di un'università non menzionata. Van Dusen, soprannominato “La macchina pensante” degno discepolo di Sherlock Holmes, è uno scienziato dell'indagine e tiene in gran conto le analisi del sangue, la balistica e altre scienze che la criminologia comincia a scoprire in quegli anni. Il suo motto è “Logica, logica, logica” e, contrariamente a molti suoi colleghi decisamente misogini, non disdegna flirtare con le belle donne. Il suo lavoro più celebre è “Il problema della cella 13” che alcuni critici considerano tra i migliori 100 racconti gialli mai scritti. Durante un dibattito scientifico Van Dusen sostiene che niente è impossibile se il cervello umano è adeguatamente preparato e per provarlo partecipa all'esperimento che dovrà sostanziare le sue affermazioni, venendo rinchiuso in un carcere dal quale “La macchina pensante” dovrà evadere. Riuscirà a farlo con grande inventiva e poi sbalordirà tutti spiegando come ha fatto.
Tra gli altri suoi libri più famosi ricordiamo “Il re dei diamanti” e “La giarrettiera” (My Lady Garter) pubblicato postumo


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 02 Luglio 2012 18:40:17
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Malgrado sia nato quasi contemporaneamente al giallo anglosassone per molti anni il genere letterario di origine francese non riuscì ad ottenere il successo e la notorietà dell'omologo di lingua inglese. Nonostante diversi autori ormai dimenticati come Arnoluld Galopin, Louis Latzarus e Robert Destez abbiano scritto gialli di un certo livello la vera svolta avviene attorno agli anni Trenta quando si affacciano alla ribalta scrittori come Pierre Very, Stanislas-André Steeman, Georges Simenon e Claude Aveline. Questi autori tentano di liberarsi delle regole del giallo all'inglese che ritengono troppo scarno e molto simile ad un gioco intellettuale e cercano di avvicinarsi al romanzo puro, senza aggettivi. Il primo rappresentante di questa visione del genere è probabilmente Pierre Very con il suo detective Prosper Lepicq, avvocato parigino che adotta un particolare metodo per procacciarsi i clienti, copre infatti i colpevoli di un delitto per assicurarsi la loro difesa in tribunale. Very pubblicò ben 28 romanzi di mistero, come li definiva lui stesso. “Il mio sogno, scrisse, è quello di rinnovare la letteratura poliziesca rendendola poetica e umoristica. Da qui la decisione di scrivere una serie di racconti di mistero, una quarantina, nella linea dei capolavori di Chesterton, con personaggi che non saranno più burattini al servizio di un enigma da risolvere, ma esseri umani in lotta con la verità.”
Il primo celebre scrittore che affronta la sfida del giallo è però nel 1932 Claude Aveline che con il suo corposo romanzo “La doppia morte di Frédéric Belot” cerca programmaticamente di oltrepassare le frontiere di genere. Ad un intervistatore che gli chiedeva “Come si spiega che lei possa scrivere indifferentemente dei romanzi polizieschi e romanzi “psicologici”?” Aveline rispondeva: “Il fatto è che io non faccio nessuna distinzione tra gli uni e gli altri. La psicologia è un elemento indispensabile nel romanzo poliziesco, che, senza di essa, si ridurrebbe a un gioco, magari perfetto nella sua costruzione ma senz'anima. (…) Edgar Allan Poe scriveva con la stessa penna “Storie straordinarie”, poesie, saggi. L'ho già detto cento volte e non mi stancherò di ripeterlo: non esistono generi letterari deteriori.”
“La doppia morte di Frédéric Belot” è uno strano giallo anche perché pur essendo stato scritto nel 1932 costituisce l'ultimo atto della “Suite policière” composta da cinque romanzi scritti in quarant'anni. Nel 1970 l'autore ha ordinato la serie secondo questa sequenza:
1-“L'abbonato della linea U”- 1947
2-“Vettura 7, posto 15”- 1937
3-”Il getto d'acqua”- 1947
4-”L'occhio del gatto”- 1970
5- “La doppia morte di Frédéric Belot”-1932

Il protagonista de “La doppia morte” è l'ispettore Simon Riviére, giovane protetto del capo della Brigata Speciale Frédéric Belot, grande amico di suo padre. Una sera non avendo sue notizie Riviére va a cercarlo a casa e lo trova morente a terra, col viso insanguinato e poi, quando perquisisce la casa, trova dietro una tenda il cadavere di un altro uomo che riconosce essere quello di Frédéric Belot. Da questa incredibile situazione prende avvio una vicenda basata sul tema dello sdoppiamento della personalità che sarà presente anche in altri romanzi di Aveline, perché secondo l'autore “La vita si incarica di dimostrarci che tutto è possibile e che la fantasia più sbrigliata ha meno risorse del destino.”

Ne “L'occhio di gatto” l'ispettore Belot è alle prese con un caso che ha risvolti grandguignoleschi in quanto indaga sul ritrovamento di una mano tagliata che ha sull'indice un anello, l'occhio di gatto appunto. “Il getto d'acqua” invece è la storia ossessionante della famiglia Redoux sconvolta dalla sparizione della figlia. Sarà l'ispettore Belot a risolvere il mistero che porterà la tragedia in casa Redoux.
La particolare tecnica letteraria di Aveline è tale che, come scrisse esplicitamente “la storia poliziesca è una storia che ricomincia dalla fine. Se c'è un romanzo che si presta ad essere riletto, questo, contrariamente all'opinione generale, è il romanzo poliziesco. Il lettore ha seguito un indagine mettendosi nei panni dell'investigatore. Ebbene, ora può riprenderla, non più con gli occhi dell'autore, ma con quelli del criminale. Con gli occhi, il cuore, le viscere del criminale. Nel romanzo letterario “consueto” il lettore può sognare soltanto durante il primo contato con l'opera, qui, invece, si trova in grado di evocare un nuovo dramma. Qui può creare”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 06 Luglio 2012 17:37:54
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I maggiori esponenti del giallo francese furono due belgi entrambi nati a Liegi, Stanislas-André Steeman e Georges Simenon. Steeman debuttò con un romanzo-enigma all'inglese Il patto dei sei” (Six hommes morts) che ricorda molto da vicino “Dieci piccoli indiani” ma fu scritto ben otto anni prima del capolavoro della Christie. In questo libro compare per la prima volta il raffinato ispettore Wenceslas Vorobeitchik che, dopo un breve periodo nella polizia ufficiale, diventa investigatore privato. Wens dichiara di essere un cattivo poliziotto perché non ama “dubitare della parola degli altri”, contrariamente a Sherlock Holmes e ai suoi emuli, io tiro a indovinare sempre e mi sbaglio, una, due, dieci, venti volte. Ma non c'è caso nel quale, alla fine, io non riesca a cascare giusto.”
E' interessante notare che, prima di Wens, Steeman aveva creato la figura di un commissario alla Maigret, Aimé Malaise, fumatore di pipa, placido e sottile indagatore, un anno prima che Simenon pubblicasse il primo romanzo del suo famoso commissario.
Tra i gialli più riusciti di Steeman, che fu definito da Jean Cocteau “Il Fregoli del romanzo poliziesco” ricordiamo “L'assassino abita al 21”, “Legittima difesa” e “Il condannato muore alle cinque”.

Se i romanzi di Steeman sono ormai dimenticati, ciò non si può certamente dire dell'opera del concittadino Georges Simenon, autore di circa 400 romanzi (circa 200 firmati Simenon mentre gli altri con 23 pseudonimi diversi) e circa mille racconti. Di questa sterminata produzione ben 76 romanzi sono dedicati al suo personaggio più celebre Jules Maigret. Il commissario più famoso di Parigi fa la sua comparsa in alcuni libri scritti con lo pseudonimo di Christian Brulls e poi rinnegati da Simenon ma è in “Pietr il lettone” scritto nel 1929 ma pubblicato nel 1931 che Maigret diventa pienamente protagonista e icona di un certo tipo di indagine che privilegia l'aspetto psicologico a discapito di quello materiale. Nelle sue inchieste Il commissario Maigret tende a scoprire la vera personalità degli indagati e invece di chiedersi “Chi è stato?” si domanda invece “Perché è stato?” dando estremo rilievo alla comprensione dell'ambiente in cui si è verificato l'omicidio. Nel suo quarto libro “Il carrettiere della Provvidenza” viene descritta chiaramente la tecnica investigativa del commissario “Ci si domandava quel era la sua idea, e in realtà non ne aveva. Non cercava neanche di scoprire un indizio propriamente detto, ma piuttosto di impregnarsi dell'atmosfera.”
Di Maigret Simenon diceva: “Di veramente mio gli ho dato una regola fondamentale della mia vita: comprendere e non giudicare perché ci sono soltanto vittime e non colpevoli. Gli ho dato anche i piaceri della pipa, ovviamente. E l'assenza di figli perché, quando il personaggio è nato, non avevo ancora i quattro figli che poi ho avuto. Aggiungo che a Maigret ho dato un'altra regola: non bisognerebbe mai togliere all'essere umano la sua dignità personale. Umiliare qualcuno è il crimine peggiore di tutti.”
Protagonista dei romanzi di Simenon è indubbiamente anche Parigi, coi suoi sentimentali boulevard, i suoi amichevoli bistrot e i quartieri così ben descritti da Simenon come Montmartre e i bassifondi del Marais. Oltre a Parigi anche la provincia Francia fa da sfondo a molte avventure di Maigret e nel dopoguerra, in seguito alle accuse di collaborazionismo con i nazisti Simenon si recò in esilio volontario negli Stati Uniti, alcuni romanzi come “Maigret a New York” e “Maigret dal giudice” che è il romanzo di Simenon più venduto in assoluto con più di seicentomila copie stampate solo in Francia.
Tra gli altri gialli di Simenon ricordiamo “Il porto delle nebbie”, “Il cane giallo”, “Il caso Saint-Fiacre”, dove Maigret torna nel villaggio che gli ha dato i natali, “Il pazzo di Bergerac” e l'ultimo della lunga serie “Maigret e il signor Charles” scritto nel 1972.
Un altro giallista belga molto famoso in Europa ma poco noto in Italia è Pieter Aspe, creatore del malinconico ispettore Van In della polizia di Bruges, che esordisce nel libro “Il quadrato della vendetta” dove deve districare un caso ingarbugliato in cui un antico mistero dei Templari, incentrato sul quadrato magico del Sator, provoca diversi atroci delitti nella placida città delle Fiandre.
Gli altri libri di Aspe pubblicati in Italia da Fazi, sono “Caos a Bruges”, “Le maschere della notte” e “La quarta forma di Satana”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 12 Luglio 2012 18:52:52
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Parallelamente al romanzo poliziesco “psicologico”, in Francia si sviluppò il genere corrispondente all' Hard boiled americano che prese il nome di Polar. Il precursore del nuovo romanzo giallo francese è certamente Leo Malet, giornalista, amico di Breton e del gruppo dei surrealisti (da cui fu espulso proprio per la sua passione per il poliziesco), autore di poesie e romanzi, che nel 1943 inizia la pubblicazione di una serie di romanzi gialli raccolti sotto il titolo collettivo di “Les Nouvaux mystères de Paris” trasparente citazione de “I misteri di Eugene Sue” capolavoro del romanzo d'appendice ottocentesco e chiaro riferimento programmatico per una rifondazione del genere. Il suo primo libro è “120, rue de la gare” dove compare Nestor Burma, detective bohemien, cinico e sfortunato, le cui avventure proseguono con “Un delitto di troppo” e un'altra trentina di romanzi che sono ambientati nei vari arrondissement parigini. Malet è anche autore della Trilogia Nera, composta da “La vita è uno schifo” del 1948. “Il sole non è per noi”, del 1949 e “Nodo alle budella” del 1969.

I gialli francesi dell'immediato dopoguerra devono molto alla nascita, nel 1945, di una collezione dedicata al Polar la “Série Noir” diretta da Marcel Duhamel che importando i romanzi classici del “nero” americano” di autori come Dashiell Hammett, Raymond Chandler e James Hadley Chase, permise agli scrittori francesi di farsi le ossa traducendo spesso in modo più duro degli originali e usando il particolare gergo della malavita francese l'argot. Il programma che Duhamel propone ai suoi lettori non lascia dubbi: “ Ci sono poliziotti più corrotti dei delinquenti che braccano. Il detective simpatico non sempre risolve il mistero. Spesso, non c'è neanche mistero. E a volte non c'è neanche il detective. E allora?...Allora ci sono azione, angoscia violenza, sotto tutte le forme, pestaggi e massacri”.
La “Sèrie Noir” fu un fertile vivaio di giallisti come Albert Simonin, autore di “Grisbì”, grande affresco della delinquenza parigina, subito trasferito nel grande schermo in un film che ha come protagonisti Jean Gabin, Jeanne Moreau e Lino Ventura.
“Grisbì” fu interamente pensato e scritto in Argot, tanto che l'autore fu costretto ad allegare un dizionario dell'argot. Nella “Sèrie Noir” pubblicarono sotto pseudonimo anche altri mostri sacri della cultura francese come Raymond Queneau (Sally Mara) e il cantautore Boris Vian (Vernon Sullivan), traduttore di Chandler e autore del controverso romanzo giallo “Sputerò sulle vostre tombe”.
Tra gli altri autori della “Sèrie Noir” sono da ricordare Jean Amila e soprattutto André Hèlena, autore di diversi straordinari romanzi che rievocano la cupa e oppressiva occupazione nazista della Francia.
Questa è la bibliografia di André Hèlena di recente riscoperto e pubblicato da Fanucci e da Aìsara : "Il gusto del sangue", "I viaggiatori del venerdì", "Un uomo qualunque", "I clienti del Central Hotel", "Il buon*****se ne frega", "La vittima", "Il ricettatore", "Gli sbirri hanno sempre ragione", "Divieto di soggiorno", "Vita dura per le canaglie”"Il festival dei cadaveri" e "Il bacio della Vedova".

Il più prolifico e autentico rappresentate del romanzo “nero” francese è però Auguste Monfort, nato nel 1913 a Lesleven in Bretagna, conosciuto nel mondo della malavita e del romanzo poliziesco con il nome di battaglia di “Le Breton”. Orfano di guerra e assiduo frequentatore dei riformatori Le Breton conosce a fondo il mondo della delinquenza da cui esce dopo aver scritto un romanzo autobiografico “Les hauts murs”, primo di una serie molto letta, che, scritto nel 1946 dovrà aspettare sette anni per essere pubblicato ma che alla fine fu un grande successo. Contemporaneamente ai primi libri autobiografici, Le Breton comincia a scrivere anche romanzi di malavita, direttamente in argot, su consiglio di un giornalista di Paris-Soir, Marcel Sauvage. Nasce così nel 1953 “Rififi” storia di un clamoroso colpo in una gioielleria che finisce in un massacro perché una banda di balordi vuole impadronirsi del bottino. Tra i suoi numerosi Polar è da ricordare “Il clan dei siciliani” portato sullo schermo con Jean Gabin e Alain Delon.
Un altro portabandiera del Polar fu Jean-Patrick Manchette, autore di alcuni notevoli gialli tra il 1970 e il 1995, anno della sua morte. Caratteristica dei suoi lavori, tra cui spiccano “Nada” (1972),“Un mucchio di cadaveri” (1973) e “Piovono morti” (1976) è la realistica visione della violenza della società moderna che rende nei suoi libri con particolare vividezza.
Un autore che invece si posiziona a metà strada tra Polar e romanzo psicologico è Pierre Magnan che ambienta i suoi romanzi nella provincia francese, sempre ricca di segreti inconfessabili e di intrighi sanguinosi. Tra i suoi romanzi più efficaci si segnalano “Il sangue degli Atridi”, “La polvere della morte”, “Morirai per ultima”, conosciuto anche col titolo “L'incerata nera” e “Messaggi di morte”.
Tra tanti scrittori molto attenti all'aspetto realistico delle trame, si differenzia Sanantonio, pseudonimo di Frédéric Dard che ha costruito un universo umano e filosofico molto intrigante.
Protagonista dei suoi gialli è proprio Sanantonio, commisario scanzonato e virile, plasmato sugli archetipi dei più fortunati investigatori americani e talvolta impligliato in vicende surreali ma molti divertenti. Mattatore di più di cento romanzi molto odiati oppure molto amati, (Lei è uno scrittore della mano sinistra: ha creato un nuovo linguaggio, in rilievo”, gli scrisse Jean Cocteau) Sanantonio è riuscito a creare un modo nuovo di scrivere, molto sarcastico, ricco di giochi di parole, di calembour, neologismi, citazioni nascoste che se lo ha reso estremamente popolare in Francia, è molto ostico da tradurre riducendo di molto la sua fortuna all'estero, tranne che in Italia dove è stato tradotto al meglio da alcuni ottimi specialisti.
Nato nel 1950 con “Lasciate perdere la ragazza” Sanantonio ha avuto l'onore di una collana italiana edita da Mondadori, completamemente dedicata, “Le inchieste del commissario Sanantonio”

Più vicini a noi ed estremamente attivi politicamente, Serge Quadruppani e Didier Daeninckx rappresentano la “nouvelle vague” del giallo francese. Quadruppani, traduttore dei più noti scrittori italiani come Andrea Camilleri, Valerio Evangelisti, Marcello Fois e Wu Ming esordisce con il giallo “L'assassina di Belleville” seguito da “La breve estate dei colchici" e da “La notte di Babbo Natale”, romanzi tesi sino allo spasimo e ricchi di impegno sociale. Come Quadruppani, anche il suo amico Daeninickx rappresenta tutti gli orrori della società contemporanea e li porta davanti agli occhi di tutti scavando negli inconfessabili politici come nel romanzo “A futura memoria” che ha vinto nel 1984 il prestigioso Grand prix de littérature policière.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 19 Luglio 2012 20:25:20
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Nel 1995 la “Sèrie Noir” di Gallimard pubblicò “Casino totale” (Total Kheops) primo romanzo giallo di Jean-Claude Izzo, giornalista e scrittore marsigliese di origini italiane. In questo suo libro Izzo raffigura, con grande abilità, una città e un ambiente poco frequentato dal giallo riuscendo a farci percepire i colori e gli odori di questa metropoli a metà strada tra Francia e Mediterraneo.
Scrittore pienamente rappresentativo assieme a Manuel Vázquez Montalbán, Andrea Camilleri e Petros Markaris del cosidetto “noir mediterraneo”, Izzo trasferisce le sue esperienze di vita nei suoi romanzi che costituiscono la trilogia marsigliese che assieme al suo libro d'esordio sono “Chourmo. Il cuore di Marsiglia” e “Solea”.
Il protagonista di questa epopea mediterranea è Fabio Montale, ex poliziotto che diventa un investigatore privato che scandaglia con nostalgia e con amore tutti gli anfratti di questo crogiolo di razze e di lingue dove ha vissuto la sua adolescenza scapestrata e dove si fa fatica a distinguere nettamente la bellezza e la violenza dei posti e dei gesti.
Dopo Izzo, il giallo francese ha avuto come esponente di spicco Fred Vargas, che all'anagrafe si chiama Frédérique Audouin-Rouzeau ricercatrice di archeozoologia ed esperta di archivistica che nel tempo libero ha creato un vero e proprio mondo letterario ricco di fantasia e di originalità. I protagonisti dei libri della Vargas sono personaggi normali messi alla prova da situazioni particolari come i cosiddetti “Evangelisti”, tre storici che si dilettano a risolvere enigmi piuttosto complessi o come il commissario Jean-Baptiste Adamsberg soprannominato “lo spalatore di nuvole”, investigato distratto e sognatore ma che alla fine riesce sempre a sbrogliare la matassa degli incredibili casi che si trova ad affrontare.
I romanzi che hanno Adamsberg come protagonista sono:
1990: L'uomo dei cerchi azzurri (L'Homme aux cercles bleus) - Premiato al festival di St Nazaire 1992
1999: L'uomo a rovescio (L'Homme à l'envers) - Gran premio del romanzo noir di Cognac 2000, Premio mystère de la critique 2000
2001: Parti in fretta e non tornare (Pars vite et reviens tard) - Premio des libraires 2002, Premio delle lettrici di ELLE 2002, Deutscher Krimipreis
2002: Scorre la Senna Coule la Seine
2004: Sotto i venti di Nettuno (Sous les vents de Neptune)
2006: Nei boschi eterni (Dans les bois éternels)
2008: Un luogo incerto (Un lieu incertain)
2011: La cavalcata dei morti (L'armèe furieuse)
I Tre Evangelisti invece compaiono nei libri “Chi è morto alzi la mano”, "Un po' più in la sulla destra” e “Io sono il Tenebroso”.
Ai confini tra giallo tradizionale, horror e thriller si pone invece Jean-Cristophe Grangé, autore che ha avuto con un grande successo con il suo secondo libro “I fiumi di porpora”, grazie anche alla riduzione cinematografica diretta da Mathieu Kassovitz e interpretato da due mostri sacri come Jean Reno e Vincent Cassel.
Il primo romanzo di Grangè, “Il volo delle cicogne” pubblicato nel 1994 ha già i tratti fondamentali dei successi dello scrittore e giornlista francese, grande ritmo narrativo, trama tesa e serrata, investigatori dagli opposti caratteri che si scontrano prima di unirsi nella ricerca del colpevole e fantasia sfrenata che talvolta sfiora il Grand Guignol anche a dispetto della verosimiglianza di alcuni aspetti del plot.
I suoi libri successivi hanno avuto un successo mondiale sempre crescente ed ogni nuova uscita in libreria conferma la grande popolarità di questo autore molto originale.
Questa è la sua bibliografia:
1994 - Il volo delle cicogne (Le vol des cicognes), Garzanti (ISBN 8811678757)
1998 - I fiumi di porpora (Les rivières pourpres), Garzanti (ISBN 8811678285)
2000 - Il concilio di pietra (Le concile de pierre), Garzanti (ISBN 8811678935)
2003 - L'impero dei lupi (L'Empire des loups), Garzanti (ISBN 8811665590)
2004 - La linea nera (Le ligne noire), Garzanti (ISBN 8811665639)
2007 - Il giuramento (Le serment des limbes), Garzanti (ISBN 9788811686255)
2008 - Miserere (Miserere), Garzanti (ISBN 9788811670223)
2009 - L'istinto del sangue (La Foret Des Manes) Garzanti (ISBN 9788811670339)
settembre 2011- Le Passager


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 25 Luglio 2012 21:58:59
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Una vicenda tra le più intricate, torbide e morbose della storia italiana è lagata a doppio o forse trilpo filo con i romanzi e i libri che sono stati scritti per spiegarla o forse per depistarla.
Le indagini sui delitti del cosiddetto “Mostro di Firenze” infatti sono state influenzate, depistate o innervate da numerosi libri, saggi, romanzi, reportage e inchieste giornalistiche ma il contributo più notevole alla comprensione di ciò che avvenne tra il 1968 e il 1985 nella provincia di Firenze mi pare quello scritto da Michele Giuttari che fu dal 1995 al 2003 capo della squadra mobile del capoluogo toscano e che scoprì le prove che hanno fatto condannare i “compagni di merende” di Pacciani. Nel libro “Il mostro” Giuttari ripercorre la storia dei delitti attribuiti al “mostro” e lo sviluppo delle indagini che, partite con grande dispiego di mezzi e di denaro, si arenarono senza portare ad un arresto convincente e sostenuto da prove decisive. Forse era errato l'assunto di partenza determinato dai “profiler” che indicavano un assassino gelido, di cultura medio-alta. Come scrive Giuttari nel libro “A differenza dei gialli di carta, un indagine vera non procede a colpi di scena ma si alimenta di piccoli passi che si conquistano in una routine quotidiana apparentemente piatta”.
E' stata questa routine a fare emergere i fatti salienti di queste morti terribili nate in un ambiente malsano costituito da violenze, ricatti, satanismo e intimidazioni ma non ha consentito, anche per forti ostacoli interni alla Questura, di salire al livello superiore di questa turpe associazione a delinquere.

Per i delitti del “mostro di Firenze” sono stati condannati i “compagni di merende” Mario Vanni e Giancarlo Lotti mentre Pietro Pacciani, colui che è stato indicato dagli amici come l'anima nera del gruppo di guardoni e assassini è stato assolto in appello, anche per una sciagurata strategia processuale. Questa assoluzione è stata poi annullata ma il contadino di Mercatale non ha potuto presenziare al nuovo processo d'appello perché è deceduto in circostanze piuttosto sospette nel febbraio del 1998.
Se la lunga storia di questi omicidi è stata decifrata nei suoi aspetti principali non mancano le zone d'ombra da chiarire e che lasciano la pungente sensazione che i misteri non si siano voluti indagare sino in fondo. A questo proposito è emblematica la morte del medico Francesco Narducci avvenuta nel lago Trasimeno nel 1985, subito dopo gli ultimi delitti, e mai spiegata in modo convincente.
Michele Giuttari prima di questa sua esauriente rievocazione del caso, aveva scritto assieme a Carlo Lucarelli ”Compagni di sangue”, primo tentativo di districare l'ingarbugliata e sanguinosa matassa.
Oltre a queste testimonianze in prima persona, Giuttari ha dimostrato grande capacità letteraria con diversi romanzi gialli come “Scarabeo”, “La loggia degli innocenti” e “Il basilisco” dove il caso “mostro di Firenze” aleggia in sottofondo, sia con riferimenti ben chiari, sia come ambientazione e come atmosfere.

Altri protagonisti di questo vero e proprio giallo infinito hanno fissato con l'inchiostro le loro ipotesi, inchieste e anche i loro depistaggi. Forse il più noto tra questi testimoni diretti del caso è l'avvocato di Mario Vanni, Nino Filastò, le cui esperienze letterarie erano precedenti al processo con romanzi gialli di buon livello e di un certo successo come “La tana dell'oste” “La moglie egiziana” e “La notte delle rose nere”. Filastò intervenne nel dibattito mediatico con due libri che peroravano la causa di Pacciani, “Pacciani innocente” e “Storia delle merende infami”.

Un altro personaggio di questo dramma a scrivere un libro è stato il giornalista della Nazione di Firenze Mario Spezi, duramente contestato da Michele Giuttari e che fu anche arrestato con l'accusa di depistaggio, per poi essere completamente scagionato da ogni accusa.
Mario Spezi nel 2006 scrisse un romanzo-inchiesta “Dolci colline di sangue”assieme al notissimo scrittore Douglas Preston, autore di thriller come “Mount Dragon”, “Relic”, “La stanza degli orrori”.
Dal libro di Spezi e Preston è probabile che venga tratto un film, dato che Tom Cruise ha acquisito i diritti cinematografici del romanzo, mentre il film “Il mostro di Firenze” girato nel 1986 da Cesare Ferrario è basato sulle inchieste e sulla sceneggiatura di Mario Spezi.
Lo psicologo del SISDE Aurelio Mattei, anche lui pesantemente coinvolto nel caso, ha scritto nel 1992 un romanzo “Coniglio il martedì” in cui anticipava gran parte delle scoperte fatte dagli investigatori fiorentini negli ultimi anni.
A testimoniare il fatto che il caso sia stato di grande interesse mediatico arrivò anche il celebre Thomas Harris, autori di bestseller come “Il silenzio degli innocenti” e “I delitti della terza luna” che nel 1995 presenzio al processo a Pietro Pacciani per documentarsi sull'ambiente fiorentino che poi illustrò nel romanzo “Hannibal” ricco di richiami e rimandi al “mostro”.
Chiari e documentati resoconti delle indagini e della successione di fatti sono anche presenti nei libri di Massimo Polidoro “Grandi gialli della storia” al capitolo “Chi si nasconde dietro il mostro di Firenze” e di Carlo Lucarelli “I nuovi misteri d'Italia” nel capitolo “I mostri di Firenze”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 30 Luglio 2012 21:39:34
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Di solito un giallista diventa noto e apprezzato quando ha alle sue spalle diversi romanzi che gli consentono di farsi un nome e avere schiere di appassionati lettori. Ormai non contiamo più gli innumerevoli libri firmati da Agatha Christie, Ellery Queen, Rex Stout, Georges Simenon e John Dickson Carr.
Hake Talbot invece è rimasto famoso per i suoi unici due romanzi “Terrore nell'isola” e “L'orlo dell'abisso” due gialli incentrati sul tema della “camera chiusa” che vengono definiti tra i migliori in assoluto del sottogenere.
Hake Talbot è lo pseudonimo di Henning Nelms nato a Baltimora nel 1900 e morto nel 1986. Laureatosi in giurisprudenza e appassionato di teatro, su cui scrisse diversi saggi con il suo vero nome, Talbot in questi romanzi mette a dura prova la logica del lettore che viene continuamente stupito e confuso dai colpi di scena e dalla pirotecnica capacità dell'autore di confonderlo con sempre nuove sfide che fanno pensare al soprannaturale.
Entrambi i libri sono chiaramente influenzati dalla maestria di John Dickson Carr nel creare trame che sfiorano l'impossibile per svelare alla fine una spiegazione dalla logica inattaccabile e infatti questi apprezzò grandemente l'opera di Hake Talbot e questo fu il suo giudizio su “L'orlo dell'abisso”:
“Fin dal primo periodo: “Sono venuto quassù per indurre un morto a cambiare parere”, ci vediamo precipitare nei regni dell'incubo. Miracoli incombono ed esplodono: Un morto ritorna...o forse non ritorna affatto. Un fantasma volante scende apparentemente in picchiata e va all'attacco. Non angeli ma demoni e stregoni sembrano danzare sulla punta di quest'ago... “L'orlo dell'abisso” è una magnificenza.”
In “Terrore nell'isola” la particolarità è una morte causata da un antica maledizione e quando il cadavere viene esaminato due ore dopo la maledizione viene trovato decomposto a tal punto che viene dichiarato deceduto da un paio di settimane. Se questa pare una soluzione impossibile nel successivo romanzo Hake Talbot si superò sommando misteri su misteri, riuscendo a trascinarci in un mondo alla rovescia dove uno spettro torna dall'oltretomba per uccidere la medium che l'ha evocato e un delitto viene commesso in un campo innevato senza che venga scoperta una sola traccia dell'assassino.
Non sorprende allora sapere che “L'orlo dell'abisso” è considerato secondo solamente a “Le tre bare” di John Dickson Carr, in un referendum che sceglieva i migliori gialli basati sui delitti impossibili, tenuto tra i più grandi esperti del genere.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 03 Agosto 2012 20:58:53
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Proprio nel periodo d'oro del giallo classico “all'inglese”, negli anni trenta e quaranta del secolo scorso, si sviluppò negli Stati Uniti una corrente del giallo tutta particolare, chiamata “hard boiled” o “scuola dei duri” che crebbe sino ad oltrepassare i confini di genere e diventare letteratura “tout court” con autori del calibro di Dashiell Hammett, Raymond Chandler e William R. Burnett.
Le origini di questa variante americana al romanzo di deduzione, vengono fatte risalire ai pulp magazine, riviste economiche di narrativa popolare ed a una in particolare ,“Black Mask” che fu la palestra ideale per i nuovi talenti narrativi.
“Black Mask” nacque nel 1920 per equilibrare le perdite di un prestigioso periodico “The Smart Set”, equivalente all'attuale “The New Yorker”. Nato come contenitore generico di avventure, detective stories, storie d'amore e racconti dell'occulto, la rivista ben presto si specializzò nel genere che la rese celebre e ospitò i primi passi narrativi di Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Erle Stanley Gardner e Paul Cain.
“Black Mask” probabilmente si ispirò ai celebri “dime-novel”, fascicoli di letteratura popolare dal costo di un dime, (da cui il nome) cioè dieci centesimi, della metà dell'ottocento e al suo personaggio più celebre Nick Carter, protagonista di un'epopea infinita che durerà sino ai giorni nostri.
La popolarità di questo personaggio fu tale che il solo Frederic Merril Van Renslaer Day, uno dei tanti autori che si avvicendarono nella saga, scrisse ben 1076 avventure di Nick Carter.
In seguito al successo dell'agente 007 di Ian Fleming, Nick Carter subì una trasformazione che lo portò a diventare una raffinata spia e in questa veste è ancora protagonista tutt'ora di molte avventure.
Apparso per la prima volta sul “New York Weekly” nel 1886 con “The Old Detective's Pupil”, scritta da John Russell Coryell, nel quale dava la caccia agli assassini del padre, l'investigatore privato Nick Carter si impose ben presto all'attenzione del pubblico rubando la scena agli eroi popolari come Buffalo Bill e Kit Carson, o agli epigoni del grande James Fenimore Cooper, protagonisti delle storie della frontiera e del western. Ormai la vita si stava spostando inevitabilmente nelle metropoli, le grandi giungle d'acciaio, che divennero l'ambiente principale dei dime-novel, perché come scrisse Marshall McLuhan nel suo fondamentale saggio “Gli strumenti del comunicare” “Intanto bisognava vivere nella violenza di un ambiente industriale e meccanico e darle un significato e una ragione d'essere nei nervi e nelle viscere dei giovani. Vivere e sperimentare qualcosa equivale a trasporre il suo impatto diretto in molte forme indirette di consapevolezza. Abbiamo offerto ai giovani una giungla d'asfalto rauca e stridula al cui confronto qualsiasi giungla tropicale era quieta e inoffensiva come una conigliera. La consideravamo normale e spendevamo ingenti somme per mantenerla ad un alto livello d'intensità, dato che rendeva bene. E quando l'industria del divertimento cercò di presentare un ragionevole facsimile della normale veemenza urbana, alzammo le sopracciglia.”
Un altro progenitore del genere può essere considerato Allan Pinkerton, noto detective e fondatore della famosa agenzia investigativa Pinkerton, che fu alla base di numerosi libri che raccontavano le gesta dei suoi agenti e che diedero visibilità e fama alla figura dell'investigatore privato, il cosiddetto “private eye”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 12 Agosto 2012 21:16:06
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Dashiell Hammett, che viene considerato l'autore preminente dell'Hard Boiled, fu proprio un uomo dell'agenzia Pinkerton, in cui accumulò l'esperienza del mondo criminale che trasferì nella produzione letteraria.
Nato nel 1894, Hammett pubblicò il suo primo racconto “The Road House”, “La strada di casa” proprio su “Black Mask” nel 1922 e da allora fu uno dei punti di forza della rivista. Il suo primo romanzo “Piombo e sangue” “Red Harvest” fu il canovaccio del film di Akira Kurosawa “La sfida dei samurai” “Yojimbo” che ispirò il primo, celebre film western di Sergio Leone “Per un pugno di dollari”.
Convinto che pochissimi spettatori avrebbero visto il film, Leone non si preoccupò di modificare alcune somiglianze troppo marcate tra i modelli ispiratori e quando la pellicola divenne un successo mondiale risposte alle accuse di plagio dicendo che in fondo tutto risale alla commedia “Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni.
Infatti la vicenda del libro e dei due film che ne discendono è imperniata su un innominato agente dell'agenzia Continental, chiamato da allora Continental Op che arriva nella cittadina di Personville, roccaforte di criminali. Agendo con scaltrezza e aizzando un clan contro l'altro Continental Op riesce a sgominare le bande malavitose e a ripulire la cittadina nel frattempo rinominata Poisonville (Città del veleno).
A questo romanzo seguirono “Il bacio della violenza”, “Il falcone maltese”, “La chiave di vetro”, e “L'uomo ombra”.
Alcune di queste opere divennero celebri film come “Il falcone maltese” che fu il film d'esordio di John Huston e che vede Humphrey Bogart nella parte dell'investigatore Sam Spade e “L'uomo ombra”, film girato nel 1933 e che vede protagonisti i coniugi Nick e Nora Charles che si trovano coinvolti, loro malgrado in un caso di omicidio che risolvono alla fine di molte traversie.
Questo film darà vita ad una serie che, diversamente dal libro di Hammett, diventa, grazie anche ai protagonisti William Powell e Mirna Loy, un caposaldo del genere giallo-rosa. Tra i film derivati dal primo girato nel 1934 da Van Dyke, ricordiamo “Dopo l'uomo ombra”, “Si riparla dell'uomo ombra”e “L'ombra dell'uomo ombra”.

Dashiell Hammett fu una figura centrale della cultura statunitense tra le due guerre. Con la compagna, la grande drammaturga Lillian Hellman, autrice di “Le piccole volpi”, e sceneggiatrice di grandi film come “La caccia”, lo scrittore divenne la coscienza critica della società americana e nonostante l'ostracismo decretato per la sua adesione al Partito Comunista statunitense fu un punto di riferimento importantissimo per chi lottava per i diritti civili e anche per i giallisti del periodo.
Raymond Chandler lo stimava enormemente e scrisse una penetrante analisi sul giallo “La semplice arte del delitto” proprio per contrapporre l'autore de “Il mistero del Falcone” al romanzo di detection classico all'inglese:
“Hammett era un asso, ma nella sua opera non c'è nulla che non si trovi, allo stato potenziale, nelle prime novelle e nei racconti di Hemingway. Eppure, per quanto ne so io, Hemingway può avere imparato qualcosa da Hammett, come Dreiser, Ring Lardner, Carl Sandburg e Sherwood Anderson ( che furono grandi scrittori dell'epoca)
Dubito molto che Hammett avesse deliberate mire artistiche; per me cercava semplicemente di guadagnarsi da vivere scrivendo su un argomento sul quale aveva informazioni di prima mano. Qualcosa se l'inventò, tutti gli scrittori lo fanno, ma le sue invenzioni erano sempre fondate: erano costruite su una serie di fatti reali. (…) Hammett ha tolto il delitto dal vaso di cristallo e l'ha gettato nei vicoli: non è indispensabile che vi rimanga per sempre, ma è stata una buona idea portarlo, tanto per cominciare, il più lontano possibile dal “Manuale delle Buone Maniere” di Emily Post, e dai suoi precetti sul come una compita debuttante deve mordicchiare un'ala di pollo.
Hammett da principio, e fin quasi alla fine, scrisse per le persone che prendevano la vita di petto, aggressivamente. Queste persone non avevano paura dei lati neri dell'esistenza; erano vecchie conoscenze per loro. La violenza non li sgomentava, era ordinaria amministrazione, nel loro quartiere. Hammett restituì il delitto alla gente che lo commette per ragioni vere e solide, e non semplicemente per provvedere un cadavere ai lettori, e lo fece compiere con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali. Mise sulla carta i suoi personaggi com'erano e li fece parlare e pensare nella lingua che si usa di solito per questi scopi.
Si dice che Hammett fosse senza cuore, eppure fra i suoi romanzi, quello che preferì parlava della lunga devozione di un uomo ad un amico. Era scarno, misurato e crudo ma ripeté innumerevoli volte l'impresa che solo i più grandi autori sanno compiere: scrisse scene che avevano l'aria di non essere mai scritte prima. (…) Hammett inoltre ha dimostrato che il giallo può essere letteratura “importante”. “The Maltese Falcon” può essere un'opera di genio come può non esserlo, ma un'arte che è in grado di produrlo non ha, in “teoria” alcuna limitazione. Quando un romanzo poliziesco arriva ad essere così bello solo i pedanti negheranno che “potrebbe” essere ancora più bello.”

Queste righe danno la cifra del valore e dell'impatto che ebbe Dashiell Hammett nella letteratura poliziesca, che gli valse anche un altro, particolare omaggio.

Nel 1975 lo scrittore Joe Gores gli dedicò un romanzo “Hammett, cacciatore di uomini” “Hammett” in cui lo scrittore è protagonista e diventa uno dei personaggi che ha fissato per sempre sulla carte. Hammett, diventato scrittore si rimette nuovamente a caccia di delinquenti per trovare l'assassino di un vecchio amico. Girando nei vicoli più sordidi e nelle topaie più malfamate della Chinatown di San Francisco, l'investigatore si accorge di aver paura e questo lato umano scoperto dopo tante avventure connota di una tragica grandezza la sua figura. Non poteva esserci un migliore modo di celebrare questo autore che supera ogni confine di genere.


Autore Discussione: ciccino
Replicato il: 13 Agosto 2012 12:06:07
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molto belli i libri me lo consigli uno da anni


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 13 Agosto 2012 22:23:42
Messaggio:

Ciccino dammi almeno un indizio per poterti suggerire un libro. Almeno l'argomento e il genere.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 18 Agosto 2012 18:24:16
Messaggio:

Assieme a Dashiell Hammett Raymond Chandler ha creato l'archetipo di investigatore privato tutto cuore e pistola che ha fatto scuola sino ai giorni nostri con gli epigoni Milodragovitch di James Crumley e Elvis Cole di Robert Crais. Il suo eroe Philip Marlowe è stato anche protagonista di un "pastiche" poliziesco dello scrittore argentino Osvaldo Soriano, fervente ammiratore di Chandler. Nel romanzo “Triste, solitario y final” lo scrittore contatta Marlowe per avere notizie di Stan Laurel, in passato cliente del detective.
Nato a Chicago nel 1888 Chandler visse per diverso tempo in Inghilterra, tanto da avere il passaporto britannico che mantenne sino al 1956, tre anni prima della morte.
Prima di dedicarsi alla scrittura si dedica a diversi lavori come raccogliere albicocche, incordare racchette e dopo aver studiato contabilità diventa dirigente di una compagnia petrolifera che però è vittima della grande depressione seguita al crack del 1929.
A 45 anni, nel 1933 Chandler spedisce il suo primo racconto “Blackmailers Don't Shoot” (I ricattatori non sparano) alla rivista Black Mask. In questo racconto compare un investigatore che ricorda molto Marlowe ma che si chiama Mallory. Tra il 1933 e il 1939 scrive dirsi racconti mettendo a fuoco il personaggio che gli darà la notorietà chiamandolo in diversi modi, prima Malvern, poi Carmandy e Dalmas e infine nel 1939 pubblica il suo primo romanzo “Il grande sonno”.
“Erano quasi le undici di una mattina di mezzo ottobre, senza sole e con una minaccia di pioggia torrenziale nell'aria troppo tersa sopra le colline. Portavo un completo azzurro polvere, con cravatta e fazzolettino blu scuro, scarpe nere e calze nere di lana, con un disegno a orologi blu scuro. Ero ordinato, pulito, ben raso e sobrio e non me ne importava che la gente se ne accorgesse. Sembravo il figurino dell'investigatore privato elegante. Andavo a far visita a quattro milioni di dollari.” Questa è la presentazione di Marlowe che narra in prima persona le sue avventure.
Marlowe appartiene alla categoria degli investigatori cinici e inquieti di cui è piena la storia del giallo ma ha qualcosa in più di loro, è un personaggio sensibile e generoso, umano e dolente e molto spesso dalle sue sofferte vittorie non ricava altro che amarezze o al massimo soddisfazioni morali, incarnando il “principio di redenzione”, come lo chiama Chandler: “Sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico quest'uomo è il detective. E' l'eroe, è tutto. Un uomo completo, un uomo comune, eppure un uomo come se ne incontrano pochi. Deve essere, per usare un'espressione un poco abusata, un uomo d'onore, per istinto, per necessità, per impossibilità a tralignare. Deve esserlo senza pensarci e certamente senza mai parlare troppo.”
Il successo ottenuto dal primo romanzo costrinsero Chandler ad abbozzare una biografia del suo eroe da cui risulta che Philip Marlowe nacque a Santa Rosa in California, in un giorno non precisato di un anno incerto ma che si avvicina molto a quello del suo autore. Ha studiato due anni all'università statale dell'Oregon e la sua cultura affiora ogni tanto in citazioni di Flaubert e di T. S. Eliot. Si fa pagare poco, la sua tariffa è di 25 dollari al giorno ma qualche volta arriva anche a 40, più le spese e se il caso lo commuove scende a 10 dieci dollari o a niente del tutto.
La sua natura malinconica e donchisciottesca è tale che come scrive Chandler, “Se essere in rivolta contro una società corrotta vuol dire essere immaturo, allora Marlowe è profondamente immaturo. Se vedere lo sporco dove c'è costituisce una inadeguatezza di di adattamento sociale, allora Marlowe soffre di una inadeguatezza di di adattamento sociale. Naturalmente Marlowe è un fallito e lo sa. E' un fallito perché non ha denaro. Un uomo che, senza avere un handicap fisico, non guadagna abbastanza da potersi mantenere decentemente, è sempre un fallito, e di solito un fallito sul piano morale.”
La sua epopea si snoda nell'arco di sette romanzi che dopo “Il grande sonno” sono “Addio mia amata” del 1940, “Finestra sul vuoto” del 1943, “In fondo al lago” del 1943, “Troppo tardi” del 1949, “Il lungo addio” del 1953, che ha vinto il premio Edgar, “Ancora una notte” del 1958 e un racconto “La matita” pubblicato postumo nel 1960.
Un romanzo rimasto incompiuto “Poodle Spring Story” dove Marlowe si sposa fu completato nel 1988 in occasione del centenario della nascita di Chandler dallo scrittore Robert B. Parker, creatore del detective Spenser.

Questo è il decalogo di Chandler per scrivere un buon romanzo giallo:

1.Il romanzo giallo deve essere motivato in maniera credibile sia come situazione originale, sia come conclusione.

2.Il giallo deve essere tecnicamente esatto per quanto riguarda i metodi del crimine e dell’indagine.

3.Il romanzo poliziesco deve essere realistico per quanto riguarda personaggi, ambiente e atmosfera. Deve trattare di persone vere in un mondo vero.

4.Il romanzo giallo deve avere un autentico valore come storia, a parte l’elemento poliziesco.

5.Il romanzo poliziesco deve avere una semplicità di struttura fondamentale, sufficiente a rendere facili le spiegazioni quando è il momento.

6.Il mistero insito nel romanzo poliziesco deve eludere un lettore ragionevolmente intelligente.

7.La soluzione, una volta rivelata, deve apparire inevitabile.

8.Il romanzo poliziesco non deve cercare di fare tutto in una volta: Se è una storia misteriosa in un clima mentale freddo, non può essere contemporaneamente una storia di violente avventure o di amore appassionato.

9.Il romanzo poliziesco deve punire il criminale in un modo o nell’altro, non necessariamente mediante il giudizio di un tribunale… Senza la punizione, il romanzo diventa simile a un accordo non risolto in musica. Lascia un senso di irritazione.
10. Il romanzo giallo deve essere ragionevolmente onesto con il lettore.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 24 Agosto 2012 21:10:07
Messaggio:

E' davvero paradossale il fatto che uno dei più sanguigni e caratteristici esponenti dell'hard boiled, la “scuola dei duri americana” sia un inglese che non ha mai messo piede negli Stati Uniti.
Rene Brabazon Raymond, più noto con lo pseudonimo di James Hadley Chase, nato a Londra nel 1906 decise di diventare scrittore dopo aver letto “Il postino suona sempre due volte” di James M. Cain e in breve tempo riuscì ad assimilare la violenza e il cinismo dell'hard boiled, raggiungendo la notorietà con il suo primo romanzo “Niente orchidee per Miss Blandish, che racconta la storia di un rapimento di una giovane miliardaria da parte di una banda comandata da uno psicopatico e da sua madre.
Scritto nel 1939 in sole sei settimane e con lo smaccato scopo di far soldi, il romanzo ebbe un clamoroso successo, tanto che molti critici lo ritennero una trasposizione gialla del capolavoro di Faulkner “Santuario”, vendette oltre 13 milioni di copie e ebbe due versioni cinematografiche, una nel 1951 con la regia di St. John L. Clowes e nel 1971, con il titolo di “Grissom Gang”, con la regia di Robert Aldrich.
Scrittore prolifico, James Hadley Chase, secondo gli scrittori Boileau e Narcejac, inventò la formula del “romanzo crudele”.
“Il mondo di James Hadley Chase è un universo tragico in cui le leggi catartiche della tragedia hanno cessato di agire. Restano soltanto macerie: ambizioni perdute, solitudini, squallori, fallimenti, morti. Il lieto fine è raro, l'epilogo deludente. E sempre senza fiori: niente orchidee per nessuno, inesorabilmente. Punto e basta.
Costruiti con una ricorrente “struttura ad imbuto” i romanzi di Chase mettono in scena tipiche storie di caduta. Il personaggio-tipo è in genere un individuo braccato: esposto in situazioni limite (l'assedio, la trappola, la caccia, la fuga), cerca disperatamente di sfuggire a quelli che lo cercano, all'orrore, al senso di colpa, al passato, al futuro, agli scheletri che ha nell'armadio, alla bocca di un mitra o a quella di una donna. In ogni caso, ha sempre l'inferno attorno, o nella testa, ineludibile e incandescente. Ed è un inferno che lascia scottature persino nel fisico dei personaggi” scrive Gianni Canova nella presentazione dell'omnibus Mondadori dedicato a Chase “Niente orchidee”.
Questo disperazione e mancanza di speranza ha portato alcuni critici francesi a paragonarlo a Dostoevskij perché i suoi personaggi si dibattono spesso in situazioni analoghe a quelle di Raskolnikov, protagonista di “Delitto e castigo”.: un uomo profondamente turbato da un dibattito interiore, in lotta con le convenzioni e con la violenza del mondo, perché come diceva Chase, “Dopo tutto noi viviamo in un mondo violento e le gente vuole la violenza.”
I romanzi di Chase rifuggono dal personaggio fisso, che ha fatto la fortuna di tanti autori ma si è sbarazzato regolarmente dei protagonisti dei suoi libri perché, ammise Chase, “Io desidero scrivere dei suspense. E dove va a finire il suspense se poi si sa che il protagonista sopravvive? Ogni tanto, nei miei romanzi, faccio morire il protagonista, in modo che il mio lettore non sappia come va a finire la vicenda.”

Tra i suoi oltre 90 romanzi, scritti anche con lo pseudonimo di Raymond Marshall, Ambrose Grant e James L. Docherty, ricordiamo “Pendaglio da forca”, 1948, “La carne dell'orchidea”, 1949, “In nome della violenza”, 1949, “L'assicurazione è chiamata a pagare”, 1952 “ Il boia di New York” 1952, “La tigre per la coda”, 1954 e “Una bara da Hong Kong” 1962.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 30 Agosto 2012 21:01:49
Messaggio:

Nella storia dell'hard boiled, accanto ai nomi di Dashiell Hammett e di Raymond Chandler si staglia la figura di Ross Macdonald, l'unico dei tre grandi di questo sottogenere ad essere nato in California, l'ambiente elettivo della scuola americana dei duri. Nato a Los Gatos, nella Contea di Santa Clara nel 1915 sotto il nome di Kenneth Millar, lo scrittore diede alle stampe alcuni gialli di successo come “Il tunnel”, “La città del diavolo” e "L'assassinio di mia moglie" con il suo vero nome ma nel 1949 decide di cambiare tono di scrittura e con il nome di John Macdonald pubblica “Bersaglio mobile”, primo libro con protagonista Lew Archer detective malinconico e donchisciottesco che si pone sulla strada già percorsa da Spade e Marlowe ma con delle sostanziali differenze.
Come disse lo stesso Macdonald in un'intervista: “Il mio detective è sempre presente ma “sommerso” nel romanzo, è un mezzo per raggiungere un fine e non un fine a se stesso. Io tendo a servirmi della formula poliziesca per scrivere dei romanzi sulla vita americana."

Madonald paga il suo tributo ad Hammett dando il nome di un personaggio de “Il falcone Maltese” al suo eroe ma l'altro grande cantore del genere che si stava sviluppando, Chandler, stroncò senza mezzi termini l'esordio dell'epigono di Marlowe parlando di dialoghi “piuttosto repellenti”.
Altri critici furono molto più generosi e Anthony Boucher della “New York Book Review” scrisse che “Bersaglio mobile” era il “romanzo più umano e sconvolgente degli ultimi anni”.

Ecco un esempio del suo stile di scrittura tratto da Costa dei barbari”, scritto nel 1956:
“Posso chiedervi quale scopo avete nel fare queste indagini?”
“Sono state uccise quattro persone, tre delle quali negli ultimi giorni.”
Lui non mostrò nessuna sorpresa. “Erano vostri amici?”
“No. Ma erano membri della razza umana.”
“Dunque siete un altruista. Un eroe di Hollywood in abiti sportivi. Vi proponete di pulire le stalle di Augia con una mano sola?”
"Non sono così ambizioso. E la cosa non vi riguarda. Vi riguarda invece Isobel Graff. Se ha ucciso quattro persone o anche una sola, dev'essere rinchiusa dove non possa più nuocere. Siete d'accordo?”
In effetti Lew Archer appare un vero e proprio anacronismo. In un mondo dove tutti sono disposti a vendersi per un po' di quattrini, lui pone al di sopra di tutto un severo codice morale che si può sintetizzare in due concetti: far trionfare la giustizia e rimanere fedele al proprio cliente, costi quel che costi.

La sua base operativa è Hollywood dove ha iniziato la carriera d'investigatore occupandosi di divorzi ma si sposta di continuo in luoghi dai nomi evocativi come Nopal Valley, Quinto, Santa Monica, Corona. Costa dei barbari, perché, come disse in un'altra intervista Macdonald “Archer agisce prevalentemente in California perché è lo stato in cui sono nato e perché possiede quel tipo di società libera e aperta in cui un uomo come Archer, non inquadrato in una determinata classe sociale, può dare il meglio di se.”
Nel 1950 Macdonald scrisse “Il vortice” cambiando leggermente nome per differenziarsi da un altro noto giallista John D. MacDonald e in seguito, dal romanzo “Costa dei barbari” si firmò finalmente col nome con cui è più noto Ross Macdonald.

Questi sono i suoi romanzi in ordine cronologico:
1949, Bersaglio mobile, (The Moving Target)
collana Il Giallo Mondadori n. 221, 1953.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 226, 1975.
Pubblicati a nome John Ross Macdonald (serie Lew Archer)
1950, Il vortice, (The Drowning Pool)
collana Il Giallo Mondadori n. 260, 1954.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 338 1980.
1951, Non piangete per chi ha ucciso, (The Way Some People Die), stampato nel 1953 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 252.
1952, Il ghigno d'avorio, (The Ivory Grin), stampato nel 1954 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 308.
1954, Non fuggire sceriffo, (Find a Victim), stampato nel 1955 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 326.
1955, Il mio nome è Archer, (The Name Is Archer), raccolta di sette racconti, stampata nel 1978 nella collana Oscar del Giallo Mondadori con il numero 29.
Pubblicati a nome Ross Macdonald (serie Lew Archer)
1956, Costa dei barbari, (The Barbarous Coast)
collana Il Giallo Mondadori n. 406, 1956.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 387 1981.
1958, L'inferno è in terra, (The Doomsters), stampato nel 1958 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 517.
1959, A un passo dalla sedia, (The Galton Case), stampato nel 1960 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 581.
1961, Non fare agli altri..., (The Wycherly Woman), finalista Edgar Award 1962
collana Il Giallo Mondadori n. 693, 1962.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 103, 1971.
1962, Il sangue non è acqua, (The Zebra Striped Hearse)
collana Il Giallo Mondadori n. 773, 1963.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 437, 1983.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 729, 1995.
1964, Il delitto non invecchia, (The Chill)
collana I Rapidi Mondadori n. 13, 1967.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 248, 1976.
1965, Il vespaio, (The Far Side of the Dollar), finalista Edgar Award 1966.
collana Il Giallo Mondadori n. 882, 1965.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 464, 1984.
Il passato si sconta sempre, collana I Mastini, Polillo, 2011.
1966, Denaro nero, (The Black Money), stampato nel 1968 nella collana I Rapidi Mondadori con il numero 31.
1968, Paura di vivere, (The Instant Enemy)
collana Il Giallo Mondadori n. 1072, 1969.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 479, 1985.
1969, Il mondo è marcio, (The Goodbye Look)
collana Il Giallo Mondadori n. 1114, 1970.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 558, 1988.
1971. L'uomo sotterraneo, (The Underground Man)
collana Scrittori Italiani e Stranieri Mondadori, 1972.
collana I Classici del Giallo Mondadori n.745, 1995.
1973, La bella addormentata, (Sleeping Beauty)
collana Il Giallo Mondadori n. 1324, 1974.
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 918, 2002.
1976, Lew Archer e il brivido blu, (The Blue Hammer)
collana Il Giallo Mondadori n. 1507, 1977.
collana I Classici del Giallo Mondadori n.864, 2000.
2001, Strangers in Town, (Stranieri in città), raccolta di racconti (con tre inediti), stampata nel 2002 nella collana Supergiallo Mondadori con il numero 23.
2007, The Archer Files, raccolta di racconti, più undici abbozzi. Inedita in Italia.
Pubblicato come John Ross Macdonald (senza personaggio fisso)
1953, Hanno rapito un bimbo, (Meet Me at the Morgue), stampato nel 1954 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 283.
Pubblicato come Ross Macdonald (senza personaggio fisso)
1960, Segreto di famiglia, (The Ferguson Affair)
collana Il Giallo Mondadori n. 664, 1961
collana I Classici del Giallo Mondadori n. 45, 1968

Alcuni gialli di Macdonald furono portati sullo schermo con Paul Newman nelle vesti di Archer anche se nei film si chiama Harper perché il grande attore pensava che i nomi con la H fossero più fortunati.
Il primo film è “Detective's Story” (Harper nell'edizione originale) tratto da proprio dal libro d'esordio dell'investigatore “Bersaglio mobile”, seguito poi nel 1975 da “Detective Harper: acqua alla gola” tratto da “Il vortice”.

Un'altra curiosità su Ross Macdonald è data dal fatto che anche la moglie fu una giallista piuttosto nota con il nome di Margareth Millar, autrice di romanzi come “Uno sconosciuto nella mia tomba”, Una torre per il profeta” e “Occhi nel buio” e che per alcuni anni fu presidente dell'associazione americana degli scrittori di gialli.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 08 Settembre 2012 18:33:37
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Le nuove leve del giallo inglese.

Tra gli eredi del grande patrimonio della narrativa poliziesca inglese, uno dei più dotati e creativi autori è senza dubbio Peter Lovesey.
Nato nel 1936 a Whitton, Lovesey ha insegnato in vari college letteratura inglese dal 1961 al 1975.
Nel 1970 pubblicò il suo primo giallo “Wobble to Death” che inaugura il ciclo dedicato al sergente Cribb ambientato nell'epoca vittoriana. A questo libro fanno seguito
1971, The Detective Wore Silk Drawers
1972, Abracadaver
1973, La vacanza del cappellaio matto (Mad Hatter's Holiday), pubblicato da Sonzogno nel 1975, ristampato nel 2000 nella collana Speciali del Giallo Mondadori con il numero 26.
1974, Invitation to a Dynamite Party
1975, Un fantasma per Cribb (A Case of Spirits), stampato nel 2002 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2773.
1976, Swing, Swing Together
1978, ''La statua di cera (Waxwork), stampato nel 2002 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2793.

Lovesey scelse quel particolare periodo storico perché, come spiegò in un'intervista, “Per uno scrittore di mystery quel periodo è pieno di atmosfere sinistre, con ombre fuggenti che si muovono attraverso la nebbia per stradine illuminate malamente da lampioni a gas. Il più grande detective della narrativa, Sherlock Holmes, e il più famoso criminale realmente esistito e mai scoperto, Jack lo Squartatore, operavano in quel periodo. Io ho voluto tentare qualcosa di diverso, un “police procedural” applicato al mystery vittoriano, per dimostrare come dei veri poliziotti riescano a risolvere crimini senza il genio di Sherlock Holmes o l'ausilio dei moderni metodi forensi.
Nel 1975 quando capì di avere una strada da seguire nel campo del giallo, Lovesey abbandonò l'insegnamento e si dedicò a tempo pieno alla creazione delle sue particolari trame poliziesche che spaziano su tutto l'arco dell'immaginario giallo, dal romanzo storico al classico delitto della camera chiusa.

Nel 1987 diede alle stampe “Fotofinish per Bertie” primo atto di una trilogia sempre ambientata a fine Ottocento che ha per protagonista nientemeno che Albert Edward principe di Galles, che fu re del Regno Unito e Imperatore d'India dal 1901 al 1910 anno della sua morte.
“Bertie e i sette cadaveri” del 1990 e “Delitto al Moulin Rouge” del 1993 completano questo trittico di gialli che descrivono in modo dettagliato e convincente il mondo vittoriano di fine secolo.
Anche “Il falso ispettore” del 1982 è un giallo storico ambientato nel 1921 durante una crociera in cui tanti misteri sembrano insolvibili e in cui le sorprese si sprecano sino al colpo di scena finale.
Nel 1991 Lovesey presentò il suo personaggio più famoso Peter Diamond detto anche “l'ultimo detective” dal titolo del suo primo romanzo.

Dalla quarta di copertina del Giallo Mondadori n°2334:
“Il cadavere di una bella donna dai capelli ramati viene rinvenuto in un lago a breve distanza da Bath, nell'Inghilterra occidentale. Nessuno è in grado di identificarla. Non ci sono indizi né arma del delitto. Un'autentica sfida per il sovrintendente Peter Diamond, l'ultimo detective della vecchia scuola che rifiuta le moderne tecniche d'indagine e crede soltanto nel lavoro di gambe, nelle capacità deduttive, nei controlli incrociati, nelle domande e nelle risposte. E anche in questo caso Diamond applica i suoi metodi, nel tentativo di ricostruire le ultime ore di vita della donna. E mentre cerca di orientarsi tra ragazzini ribelli, orsacchiotti fabbricati a Taiwan, Mercedes nere e l'ombra incombente di Jane Austen, si aliena la collaborazione dei suoi superiori e degli indiziati.
Poi i “camici bianchi” decidono di avere abbastanza prove per incriminare qualcuno. Qualcuno che per Diamond è innocente e, a rischio di disastrose conseguenze personali. L'Ultimo Detective, continua a seguire sottili indizi nascosti tra gli storici edifici di Bath e intrecciati al passato letterario dell'antica città. Alla fine porterà alla luce una verità molto scomoda.”

Il grande successo arriso al romanzo ed al suo protagonista convinse lo scrittore britannico a dare seguito alle avventure di Diamond che proseguono con “Peter Diamond e la bambina senza nome” del 1992 in cui, dopo essersi ritirato dal CID per essere stato ingiustamente calunniato, trova lavoro nei Grandi Magazzini Harrods di Londra e indaga sul mistero del ritrovamento di una bambina giapponese di cui nessuno sa niente. E Diamond, dopo un viaggio denso di pericoli e di sorprese che lo porta da New York a Tokyo, riuscirà a sbrogliare l'enigma.
L'epopea di Diamond continua poi con:
1995, La chiamata (The Summons), stampato nel 1996 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2484.
1996, Il signore dell'enigma (Bloodhounds), stampato nel 1997 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2532.
1997, Diario di tenebra (Upon a Dark Night), stampato nel 1998 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2572.
1999, La camera segreta (The Vault), stampato nel 2000 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2657.
2002, Una questione privata (Diamond Dust), stampato nel 2003 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2815.
2003, Marea (The House Sitter), stampato nel 2004 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2842.
2007, La ballata degli impiccati (The Secret Hangman), stampato nel 2009 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2989

In “Una questione privata” Diamond viene accusato della morte di sua moglie e deve risolvere l'omicidio per non essere condannato ma con un colpo di genio riesce a scoprire l'assassino malgrado la difficoltà del compito.
Altri romanzi di Lovesey senza protagonista fisso sono:
1983, Morire dal ridere (Keystone), stampato nel 1984 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1853.
1986, L'acre sapore del sidro (Rough Cider), stampato nel 2001 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2715.
1989, Amiche per la pelle (On the Edge), stampato nel 1990 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2164.
2000, The Reaper
2005, Circolo di fuoco (The Circle), stampato nel 2006 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2907.
2008, Cacciatori di teste (The Headhunters), stampato nel 2011 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 3044.

Uno dei suoi romanzi più intriganti e premiati è “Il signore dell'enigma” in cui alcuni omicidi impossibili avvengono nella cerchia dei “Segugi” appassionati di gialli e che sono contrassegnati da poesie rivelatrici. Un giallo in cui si sprecano tanti riferimenti ai grandi maestri del genere da John Dickson Carr a Umberto Eco.

A chi gli ha chiesto in quale direzione andrà il giallo Lovesey ha risposto: “L'età dell'oro della detective novel è finita prima del 1940. Il romanzo hard boiled non è durato molto più a lungo. Mentre ora hanno più spazio thriller di spionaggio alla Follett o Le Carrè. Contengono tutte le varianti della vecchia “morality story”, il loro impatto è forte e continuerà ad esserlo. Se potessi, è una strada che imboccherei anch'io.”

Malgrado la sua modestia invece Lovesey ha indicato come il giallo è ancora vivo e ha ancora molto da dire, coniugando gli schemi classici con innovazioni tematiche e adeguati aggiornamenti ai tempi attuali.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 18 Settembre 2012 21:43:27
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Un altro scrittore che si è inserito alla perfezione nella gloriosa tradizione del giallo inglese coniugando fiuto e deduzione dei grandi investigatori e modernità delle ambientazioni è Ian Rankin.
Nato nel 1960 nel villaggio scozzese di Cardenden, Rankin ha esordito con il romanzo “The Flood” nel 1986 ma è con “Cerchi e croci” pubblicato nel 1987 che affronta per la priva volta le tematiche gialle facendoci conoscere il caparbio ispettore Rebus.
Questa è la presentazione di “Cerchi e croci” presente nella quarta di copertina dell'edizione Superpocket:
“Riservato e misterioso, John Rebus vive un'esistenza tormentata, fuggendo i ricordi di un passato doloroso, indifferente anche verso una serie di strane lettere che da qualche tempo un anonimo gli indirizza. Edimburgo è sotto l'incubo di un serial killer, che ha già ucciso due ragazzine e minaccia di colpire ancora. Nessun testimone, nessun indizio valido su cui lavorare: la polizia brancola nel buoi. Rebus non è l'unico investigatore a seguire il caso, ma è il solo che, inconsapevole, ha tutti gli elementi in mano per risolvere il puzzle. E quelle lettere continuano ad arrivare...
Esordio della fortunata serie poliziesca dello scrittore scozzese, “Cerchi e croci” è un giallo di eccezionale profondità sullo sfondo di una città, Edimburgo, che nessuno ha mai descritto con pari realismo e forza.”

In effetti il rapporto tra John Rebus ed Edimburgo è un rapporto forte, fatto di amore travolgente ma anche di forte critica sociale che consente allo scrittore di volare alto, oltre i confini del genere poliziesco.
In “Le due facce dell'uomo lupo” invece Rebus si trasferisce a Londra per risolvere un intricato caso dando una mano agli uomini di Scotland Yard:
“Lo chiamano “Uomo Lupo” perché ha colpito la prima volta in Wolf Street e perché lascia sempre un particolare marchio sulle vittime. Il quarto delitto si è appena consumato in una buia strada londinese quando da Edimburgo giunge l'ispettore Rebus, considerato da alcuni un esperto di serial killer e da altri solo uno “stupido scozzese”. Rebus deve guadagnarsi stima e rispetto in un ambiente estraneo e ostile, deve imparare a farsi strada in una città sconosciuta, più grande e violenta della sua.
Con l'aiuto di un ispettore di Scotland Yard e di un'attraente psicologa, lo scozzese ricostruisce un'ambigua immagine dell'assassino: da una parte folle e violento, dall'altra astuto e calcolatore. Ma occorre dargli al più presto anche un nome perché la fame dell'Uomo Lupo” diventa ogni giorno più insaziabile e anche chi gli dà la caccia non può certo sentirsi sicuro.”

“Morte grezza” è ambientato negli affari sporchi dell'industria estrattiva del Mare del Nord:
“non si finisce per caso a Craigmilalr, la peggiore stazione di polizia di Edimburgo. E l'ispettore John Rebus sa benissimo perché ci si trova: ha pestato i piedi a qualche pezzo grosso che, non potendo mandarlo all'inferno, lo ha spedito lì, in purgatorio, con una scusa qualsiasi.
Ma, in fondo, per Rebus non fa una grande differenza: lui, i suoi fantasmi, se li porta dietro ovunque. Come quello di Bible John, il serial killer che alla fine degli anni Sessanta, a Glasgow, violentò e uccise tre donne e non venne mai catturato. Un fantasma che sembra essersi di nuovo incarnato in un altro assassino che sta cercando di emulare quelle macabre “imprese”. Rebus al momento, è impegnato in altre indagini, e sta seguendo il caso della morte di un giovane che lavorava su una piattaforma petrolifera, ma le storie si incastreranno l'una nell'altra e Rebus vi si troverà coinvolto, sempre più a fondo, sempre più drammaticamente...”
“Anime morte” del 1999 nel titolo ricorda il celebre romanzo di Gogol ma la trama è molto diversa...
“L'inspiegabile morte di Jim Margolies non lascia scelta a John Rebus, ispettore della polizia di Edimburgo nonché collega di Jim. Rebus sa che quella morte è l'ennesimo segno della corruzione della sua città e forse della sua vita. Sa che quella di Jim diventerà una della molte anime morte che lo perseguitano, per ottenere da lui, poliziotto irascibile, testardo, solitario, un frammento di giustizia, una scheggia di compassione e, magari, anche di vendetta...”

“Dietro la nebbia” è del 1990:
“A Queensberry House, storico edificio di Edimburgo, fervono i lavori per accogliere, dopo trecento anni, il nuovo parlamento scozzese. La città è in fermento, percorsa da una ritrovata passione politica e grandi aspettative. Ma tre omicidi, in rapida successione, sconvolgono i giorni della vigilia. Il corpo mummificato di un giovane è rinvenuto in un camino di Queensberry House, il cadavere di un politico in ascesa, rampollo di una celebre famiglia, viene scoperto nei giardini della dimora, un vagabondo si uccide gettandosi da un ponte, lasciando dietro di sé un conto in banca miliardario e nessuna identità certa. E' possibile che i tre casi siano collegati? A crederlo è solo John Rebus. Solitario e caparbio, l'ispettore riannoda i fili sottili di un intrigo complesso e insidioso ritrovandosi ancora di fronte il boss della malavita di Edimburgo. L'uomo che John Rebus credeva di aver assicurato alla giustizia una volta per tutte continua a gestire il destino della città.”
Questa è la bibliografia dei romanzi con John Rebus:
1987 - Cerchi e croci (Knots and Crosses), TEA (ISBN 88-502-0365-9 ); SuperPocket Best Thriller n. 37
1991 - Hide and Seek
1992 - Le due facce dell'uomo lupo (Wolfman, riedito con il titolo Tooth and Nail nel 1998), Il Giallo Mondadori n. 2359 (1994).
1992 - Una buona impiccagione (A Good Hanging, racconto pubblicato in Italia nel 2006 sulla rivista Noir)
1992 - Strip Jack
1993 - The Black Book
1994 - Mortal Causes
1995 - Let It Bleed
1997 - Morte grezza (Black and Blue), finalista Edgar Award 1998, TEA (ISBN 88-502-0529-5 )
1998 - The Hanging Garden
1998 - Death is Not the End (racconto lungo)
1999 - Anime morte (Dead Souls), TEA (ISBN 88-502-0881-2 ); Le Strade del Giallo (Repubblica) n. 30
2000 - Dietro la nebbia (Set in Darkness), TEA (ISBN 88-502-0815-4 ); SuperPocket Best Thriller n. 53
2001 - Fine partita (The Falls), Longanesi (ISBN 88-304-2126-X)[1]
2002 - Casi sepolti (Resurrection Men), Longanesi (ISBN 88-304-2178-2 ); SuperPocket Best Thriller n. 98
vincitore dell'Edgar Award 2004
2003 - Una questione di sangue (A Question of Blood), Longanesi (ISBN 88-304-2318-1 )[1]
2004 - Indagini incrociate (Fleshmarket Close, oppure Fleshmarket Alley), TEA (ISBN 88-304-2317-3 )
2006 - Dietro quel delitto (The Naming of the Dead), Longanesi (ISBN 978-88-304-2492-0)
2007 - Partitura finale (Exit Music), Longanesi (ISBN 978-88-304-2606-1)

John Rebus non è perfetto ma ha dalla sua la caparbietà e il talento che gli consente di riconoscere a prima vista una traccia e piano piano riesce a sbrogliare le matasse più intricate anche andando a cozzare contro la gerarchia e la burocrazia che di solito sono gli ostacoli più ostici per i detective.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 23 Settembre 2012 17:49:42
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Colin Dexter, autore nato nel 1930 ed ex insegnante di greco e di latino, è uno dei giallisti inglesi più colti e interessanti. Il suo eroe è l'ispettore Morse, irascibile, instabile ma dotato di grande logica e umanità che lavora per la Thames Valley Policy con base ad Oxford. Morse condivide con il suo creatore la passione per l'enigmistica e per i cruciverba, dato che Dexter è uno dei massimi enigmisti inglesi e tra le sue opere c'è anche un manuale per la soluzione dei cruciverba più ostici, “Cracking Criptic Crosswords” Offox Press LTD Oxford 2010.
Dexter è una celebrità nel Regno Unito e per un suo intervento ad una fiera del libro sono stati venduti biglietti a 12 sterline e cinquanta, come per una pop-star.
Il suo esordio nella narrativa gialla è del 1975 con il romanzo “L'ultima corsa per Woodstock” che è stato ristampato nel 2010 da Sellerio nell'ottica di una meritoria riscoperta di questo grande scrittore.
Questa è la presentazione del libro nel sito dell'editore palermitano:
L'ultima corsa per Woodstock
La prima indagine del famoso detective burbero e misantropo protagonista dei romanzi di Colin Dexter: l’ispettore capo Morse, humour tipicamente inglese, vasta erudizione letteraria, competenze musicali fuori del comune, passione per l’enigmistica e le parole crociate, segue il caso di una ragazza scomparsa e ritrovata ore dopo uccisa in modo brutale.

Con Colin Dexter, a detta dei critici, siamo ai piani alti dell’arte del poliziesco. Uno scrittore di timbro classico, da paragonare a Ruth Rendell e P. D. James. L’ambientazione è tipicamente inglese: l’Inghilterra da cartolina, dei pub e dei sobborghi verdi, cui però si aggiunge subito il graffio della violenza e delle sordide passioni. Limpida è la razionalità del puzzle, privo di effetti appariscenti e senza l’eccitante dell’azione a tutti i costi: ma l’enigma dell’intreccio non è mai creato grazie alla trovata cervellotica, semmai sono le sorprese che riserva la vita quotidiana a rimescolare e confondere. E l’umanità dei personaggi, così come il retroterra culturale che sostiene ogni pagina, affiora soprattutto nell’ininterrotto filo di ironia, a volte amara, a tratti malinconica, perfino ammiccante con i lettori alle spalle dei protagonisti della narrazione. Insomma nei romanzi di Colin Dexter scopriamo una prova, tra le più interessanti e riuscite, di rinnovamento del giallo inglese tradizionale. L’ispettore E. Morse e il suo aiuto, il sergente Lewis, sono in L’ultima corsa per Woodstock al loro esordio da protagonisti della serie che comprende più di dieci casi. Si sono presi subito, quando Morse ha chiesto al subalterno: «Crede che stia perdendo tempo?» e Lewis ha risposto senza affanno: «Sì signore». Il sergente ha appreso presto a concepire come utili all’inchiesta i cruciverba del superiore, la passione per Wagner, i sarcasmi fuori luogo, il bere, la solitudine. L’occhio scrutatore di Morse, infatti, sembra sempre rivolto verso l’interno, dentro lui stesso mentre guarda la vita degli altri scivolare in cupi drammi. All’inizio, la bella Sylvia Kaye, scomparsa alla fermata per Woodstock, ritrovata ore dopo uccisa in modo brutale nel pub a nord di Oxford, era sembrata l’interprete di una tragedia di ordinario orrore. L’inchiesta s’era avviata agevolmente. Tanto che «Morse si era sentito fiducioso nelle proprie capacità, come uno studente che, alle prese con un insidioso problema di matematica, in segreto si tenga accanto il libro delle risposte». Presto però una ragazza cocciuta e intelligente aveva aperto le prime crepe nel castello di sabbia dell’investigatore. E non era stato l’unico contrattempo. Una serie esasperante di trabocchetti, false piste, colpi di scena, convinceva Morse che, forse, «il libro delle risposte conteneva un errore».
http://www.sellerio.it/it/catalogo/Ultima-Corsa-Woodsto

Nel 1976 Dexter pubblica “L'ispettore Morse e la ragazza scomparsa” edito poi da Sellerio con il titolo “Al momento della scomparsa la ragazza indossava”
"L'intuitivo Morse è alle prese con un vecchio caso, una studentessa non ancora diciottenne scomparsa nel tragitto casa-scuola. Ora, a distanza di due anni, una lettera ne smentisce l'ipotesi della morte e solo il giorno dopo il collega che seguiva l'indagine muore in un incidente automobilistico.

Nulla può impedire all'ispettore Morse di seguire le proprie intuizioni, anche se queste appaiono campate in aria. Per cui, quando gli viene assegnata l'inchiesta sulla scomparsa di Valerie Taylor, la sua mente irrequieta non riesce ad evitare di ripensare alla morte dell'investigatore che se ne occupava, l'ispettore capo Ainley. Il caso di Valerie, studentessa non ancora diciottenne scomparsa nel tragitto casa-scuola, era stato riaperto dopo due anni e tre mesi. Era infatti arrivata una lettera, a quanto pare di suo pugno, che smentiva l'ipotesi della morte: «sto bene e sono a Londra» scriveva ai genitori. Ma Morse vuole vedervi, in questa banale fuga di teen-ager, una serie di stranezze curiose, soprattutto per sfuggire «alla routine prosaica e tediosa» che l'inchiesta minaccerebbe. L'ispettore deceduto non aveva mai chiuso veramente il caso e lo seguiva nel tempo libero. La breve missiva era giunta esattamente il giorno prima che Ainley morisse in un incidente automobilistico. Non è molto ma Morse è abbastanza fantasioso da concepire «l'idea più strampalata del mondo» e comincia a rifare i passi presunti del collega morto, cercando di intuire le stesse intuizioni. Lo guida l'ipotesi che la lettera non sia ciò che sembra, che contenga un messaggio nel messaggio. E, in un ambiente di studenti ex studenti e professori, ciascuno con le sue tendenze, e di una ragazzina tutt'altro che sprovveduta, in un altalenarsi di sospetti e false credenze, una coincidenza nelle sue abili mani diventa un indizio e l'indizio si trasforma in una traccia che «piano piano, un centimetro dopo l'altro, lo stava avvicinando alla verità». Le inchieste dell'ispettore Morse appartengono al poliziesco della migliore tradizione inglese: trame investigative razionali e prive di toni clamorosi, ambientazione quotidiana, spesso di provincia, investigatori dotati di grande ironia e umanità. Colin Dexter vi aggiunge il talento letterario di arricchire il ritmo della storia con le situazioni particolari dei molti personaggi; una ragnatela di segreti e bugie che si distende sul filone principale dell'inchiesta in una stretta che ne accentua la tensione.

http://www.sellerio.it/it/catalogo/Al-Momento-Scomparsa

Il terzo libro di Colin Dexter è “Un puzzle per l'ispettore Morse” pubblicato da Sellerio con il titolo di “Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn:

“Non è stato facile per Nicholas Quinn riuscire a ottenere la nomina accademica di membro del Comitato Esami Esteri di Oxford. Il giovane professore era afflitto da una sordità progressiva e questo, a parere di alcuni, avrebbe ostacolato una piena funzionalità. Ma alla fine, tra gelosie e risentimenti, l’aveva spuntata sui candidati concorrenti e aveva intrapreso il compito armato del sussiego e della flemma comune a tutti nell’ambiente del santuario universitario. Un giorno Nicholas viene ritrovato cadavere nel suo appartamento da scapolo. Accanto una bottiglia dello sherry preferito. La causa della morte appare semplice: avvelenamento da cianuro. Ma l’indagine dell’ispettore Morse della Thames Valley Police e del suo aiuto Lewis è tutt’altro che semplice. L’ambiente accademico è oscuro, arcano, reticente; è chiuso in un guscio claustrofobico in cui le domande investigative sembrano prevedibili ma tutto è così vischioso che è impossibile muoversi. Si mescolano motivi di carriera, passioni sessuali, intrighi economici, coinvolgimenti di finanziatori esteri, personaggi dalla vita privata impenetrabile. E poi, del tutto all’improvviso, un secondo inspiegabile omicidio. Un ginepraio per l’ispettore Morse, sempre brusco e bisbetico con il paziente sergente; e sempre affezionato agli intermezzi nei pub dove esporre allo scettico collaboratore la trama dei suoi percorsi mentali.
Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn è il terzo romanzo della serie dell’ispettore Morse. Un classico del giallo deduttivo, un rinnovato, elegante, esempio del poliziesco di tradizione inglese. A renderlo tale è il modo inconfondibile di narrare dell’autore. Colin Dexter racconta la sua storia allineando con minuzia i vari fili sparsi dell’intreccio; il compito di ricondurli di volta involta al disegno unitario spetta a Morse e alle sue divagazioni, insieme al calmo Lewis, la sua spalla. La coppia procede con un metodo che si direbbe falsificatorio: accumulano ipotesi, presto smentite da nuovi indizi emergenti, che preludono a nuove ipotesi, e così via quasi nello sforzo ogni volta di dimostrare che si sta sbagliando. E questa circolare tessitura investigativa avvince l’attenzione del lettore, ma insieme dà spazio all’autore per un panorama d’ambiente colto nei particolari tipici, e per caratterizzare ironicamente i personaggi, ognuno nella sua individualità pur entro il gruppo umano di compatta appartenenza.”

C'è più di un'ombra autobiografica in questo libro in quanto anche Dexter insegnava e soffriva di una diminuzione di udito che si aggravò costringendolo ad abbandonare la cattedra per dedicarsi a compiti amministrativi.

Per ora Sellerio ha ripubblicato solo questi libri ma la produzione di Dexter è completata anche da:
1979, Delitti nella cattedrale (Service of All the Dead), stampato nel 2000 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2692; in precedenza edito da Longanesi.
1981, I morti di Jericho (The Dead of Jericho), stampato nel 1998 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2576.
1983, Il mistero del terzo miglio (The Riddle of the Third Mile), stampato nel 1992 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2260.
1986, Il mistero della stanza n°3 (The Secret of Annexe 3), stampato nel 1992 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2288.
1989, Questione di metodo (The Wench Is Dead), stampato nel 1990 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2173.
1991, Il gioiello per l'ispettore Morse (The Jewel That Was Ours), stampato nel 1995 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2427.
1992, La strada nel bosco (The Way Through the Woods), stampato nel 1996 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2459.
1993, Morse's Greatest Mystery - raccolta di racconti, inedita in Italia.
1994, L'enigma dei coltelli (The Daughters of Cain), stampato nel 1996 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2496.
1996, Il passo falso (Death Is Now My Neighbour), stampato nel 1997 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2534.
1999, Sipario per l'ispettore Morse (The Remorseful Day), stampato nel 2000 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2708.

Tra i migliori romanzi dello scrittore inglese sono da annoverarsi “Il passo falso”, “Il mistero del terzo miglio”, in cui la vicenda è legata alla tragica battaglia di El Alamein nel 1942, “Questione di metodo” in cui Morse costretto a letto risolve un caso di tanti anni prima e “Il gioiello per l'ispettore Morse”
“Giunta a Oxford in compagnia di un gruppo di turisti americani, Laura Stratton muore nella sua camera d'albergo in circostanze misteriose. Dalla stanza scompare una borsa che conteneva un antico gioiello che Laura doveva donare a Theodore Kemp, curatore dell'Asholean Museum. Il caso sembra molto semplice, Laura è morta per un attacco di cuore causatole dallo shock di aver scoperto il furto del gioiello. Ma l'ispettore Morse ha qualche dubbio e i suoi sospetti vengono confermati dalla morte violenta di Kemp. Chiaramente i fatti sono connessi e le indagini vengono ristrette al gruppo di turisti. Kemp non era un esempio di virtù e sul suo passato pesa un'ombra tragica. Anche il marito di Laura ha grossi problemi, soprattutto di ordine economico. E a mano a mano che emergono tanti nuovi particolari, il faro del sospetto si sposta alternativamente su ciascun componente del gruppo.
Giallo sottile, complesso, inglesissimo, dall'atmosfera avvolgente. Un ispettore molto simenoniano, superbo in questa sua nuova avventura e soprattutto un finale veramente a sorpresa. Insomma un capolavoro di misdirection”
Dalla quarta di copertina dell'edizione “Il Giallo Mondadori n° 2427

Si è completamente d'accordo con questa presentazione in quanto Colin Dexter mostra di aver capito perfettamente i meccanismi più precisi del giallo e li smonta per poi creare delle trame ricche di mistero e di suspense. I suoi gialli coniugano ironia, citazioni colte, che aprono ogni capitolo, vivide ricostruzioni della società inglese e una perfetta padronanza del plot poliziesco.
Di sicuro Dexter non sfigura nella lunga storia della Detection Story inglese


Scritto Da - IlCinese on 23 Settembre 2012 17:51:58


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 30 Settembre 2012 19:20:25
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L’indagine poliziesca come esperienza religiosa

Il titolo stesso del romanzo di Maurizio De Giovanni “Il senso del dolore” rende bene il leit motiv della trama, la grande empatia tra il commissario e la sofferenza del mondo. Dotato della capacità di sentire le ultime parole dei morti, Luigi Riccardi vive ogni indagine come una sua personale via crucis e assimila il dolore di vittime e carnefici. Nato all’inizio del secolo scorso, in questo romanzo ambientato nel primo dopoguerra, Ricciardi, benestante che non avrebbe bisogno di lavorare, ha trentun anni (sarà una coincidenza?) e indaga sulla morte di un celebre tenore assassinato in teatro, durante l’esecuzione della “Cavalleria Rusticana” in attesa di cantare nei “Pagliacci” di Leoncavallo.
La particolare inchiesta di Ricciardi, che si carica di particolare empatia e di sentita condivisione del dolore degli uomini, ci pone un interrogativo: “E’ possibile leggere l’indagine poliziesca come un’esperienza religiosa?”

Dopotutto il grande studioso delle religioni Mircea Eliade sosteneva che “I miti del romanzo poliziesco soddisfano le nostalgie segrete dell’uomo moderno che, sapendosi decaduto e limitato, sogna di rivelarsi un giorno, un personaggio eccezionale, un eroe”. E questo eroe si dimostrerà un semidio capace di scoprire ogni peccato, di portare la luce nel buio della conoscenza e di costruire da pochi dati un castello di verità e di predizioni che supera ogni tentativo di demolizione. Non è certo un caso se Sherlock Holmes, già nel suo romanzo d’esordio “Uno studio in rosso” studiando le ceneri di un sigaro Trichinopoly, crea una teoria che gli permette di incastrare l’assassino e che questo oscuro scrutare ricordi da vicino i misteriosi antichi aruspici che dall’esame delle viscere degli animali traevano presagi sul futuro.
Se la figura dell’investigatore assume una grandezza quasi mitologica e demiurgica sempre in bilico tra abilità diabolica e sapienza divina, uno dei primi e più conosciuti detective è stato proprio un prete, il famoso Padre Brown, nato dalla fantasia di Gilbert Keith Chesterton, uno dei più celebri scrittori cattolici che diede un’impronta molto personale alla letteratura inglese della prima metà del ventesimo secolo. Chesterton è davvero uno scrittore ed un intellettuale eccezionale la cui influenza ha avuto ricadute sorprendenti e durature. Per esempio Marshall McLuhan, il grande sociologo e studioso della società contemporanea, che con i suoi libri "Gli strumenti del comunicare" e "Il medium è il messaggio" ha rivoluzionato la visione della quotidianità, aveva una grande ammirazione per Chesterton. Nello splendido saggio "La civilizzazione video-cristiana" il suo allievo Derrick de Kerckhove parla del suo mentore scrivendo: "Non dovrebbe sorprendere il fatto che il primo testo mai pubblicato da McLuhan sia stato un articolo intitolato "G.K. Chesterton, un mistico pratico", apparso nella "Dalhousie Review" nel 1936. Vi cita una frase di un racconto di Chesterton applicandola all'autore, ma potrebbe benissimo, leggendola ora, descrivere il proprio itinerario: "Con un passo da gigante era passato dalla prima infanzia all'età adulta e non aveva conosciuto questa crisi della giovinezza durante la quale la maggior parte di noi diventa vecchia."
E McLuhan commenta: "Chesterton stesso è animato da questa sorpresa e gioia infantili che una generazione troppo raffinata crede possibile solo ai bambini. E possiamo attribuire, a questa capacità e freschezza di percezione fuori dal comune, la sua straordinaria percezione della realtà."
Penso proprio che non si possa descrivere meglio la grande perspicacia e attualità della critica dello scrittore inglese al materialismo della società industriale e consumistica.
La sua visione del mondo viene svelata dal suo eroe, un “piccolo prete con un viso rotondo e piatto come le focaccette di Norfolk e occhi squallidi come il Mare del Nord” che messo al riparo da questo aspetto dimesso riesce a risolvere ogni mistero grazie alla conoscenza delle anime dei peccatori. “Io mi sforzo di penetrare nella mentalità dell’assassino” afferma Padre Brown, “Per la verità faccio ancora di più, mi immedesimo in lui al punto di riuscire a scorgere il mondo esterno attraverso i suoi occhi biechi e iniettati di sangue, fino al punto di diventare io stesso un criminale”.
Ogni indagine di Padre Brown è un lungo processo in cui il religioso tenta di ricreare la psicologia del colpevole in quello che può sembrare una seduta di confessione e questo metodo si discosta in modo netto da quello materiale di Sherlock Holmes basato su segni sul terreno, costruzioni logiche e “cani che non abbaiano”.
La rivelazione del mistero (dopotutto rivelazione è proprio un termine religioso) ci mostra un colpevole macerato dalla colpa e meritevole del perdono. Il suo segreto è la psicologia o, meglio la conoscenza dei peccatori, che Padre Brown, naturalmente considera un esercizio religioso.
“Quando parlate di scienza della criminologia” dice ad un americano che gli chiede di rivelare il suo metodo, “voi intendete studiare un uomo dal di fuori, come se fosse un insetto gigantesco, o un fenomeno lontano da noi, mentre il più grande orrore del male sta appunto nel fatto che è così vicino a noi, che è in tutti noi.”
W.H. Auden nel suo saggio “La parrocchia del delitto” scrisse che “Il suo movente principale è la compassione, di cui, secondo lui, i colpevoli hanno più bisogno degli innocenti. Indaga sui delitti non per proprio piacere o per il bene degli innocenti, ma a beneficio dell’assassino che, se volesse confessarsi e pentirsi potrebbe salvarsi l’anima. Non risolve i casi accostandovisi con obiettività, come uno scienziato o un poliziotto, ma cercando di mettersi nei panni dell’omicida, procedimento vantaggioso non solo per quest’ultimo ma anche per Padre Brown stesso, perché, come lui dice “Ci offre in anticipo il nostro rimorso”.
(…) Padre Brown invece va oltre e fornisce all’assassino l’esempio di un uomo che ha conosciuto la tentazione del delitto ma che, grazie alla fede, è riuscito a resistere.”
Oltre a tutte queste virtù Padre Brown ha anche il grande merito di essere il capostipite di una vasta schiera di investigatori religiosi a partire dal popolarissimo Fratello Cadfael di Ellis Peters a Fratello Athelstan di Paul Doherty, da Sorella Fidelma di Peter Tremayne alla Sorella Ursula di Anthony Boucher per finire con il più celebre e dotato intellettualmente, il frate francescano Guglielmo da Baskerville creato da Umberto Eco e che agisce seguendo la filosofia espressa in questo dialogo con il suo novizio Adso da Melk:
"Quindi non avete una sola risposta alle vostre domande?"
"Adso, se l'avessi insegnerei teologia a Parigi.
"A Parigi hanno sempre la risposta vera?"
"Mai," disse Guglielmo, "ma sono molto sicuri dei loro errori."
"E voi," dissi con infantile impertinenza, "non commettete errori?"
"Spesso," rispose. "Ma invece di concepirne uno solo ne immagino molti, così non divento schiavo di nessuno."

Nella lunga storia del giallo sono tantissimi gli investigatori, dai gentiluomini annoiati ai ridicoli immigrati belgi, dai nobili debosciati alle arzille vecchiette ficcanaso, dai carcerati agli ubriaconi, dai depressi commissari dei polizieschi svedesi per arrivare persino ai gatti e ognuno di questi eroi, per riprendere il pensiero di Eliade, non ha virtù intrinseche ma le acquista in funzione dell’inchiesta che dona loro “la grazia” che consegna loro un’aura mistica e ieratica, potenziata dal fatto che solitamente il detective è solo, senza legami di coppia o con legami provvisori e piuttosto intermittenti. Questo fatto si spiega pensando alla libertà di azione di un detective single senza obblighi di presenza nel tetto coniugale e anche per gestire l’economia delle suspense ma crea anche un richiamo ad un archetipo che resiste e che riporta alle suggestioni religiose.
I due momenti topici di un romanzo giallo che si rispetti sono l’entrata in scena del detective che preannuncia l’illuminazione (termine che ha molti riverberi religiosi) decisiva e la rivelazione finale.
Questi due punti fermi sono, in piccolo, i due momenti fondanti della scansione temporale dell’universo mentale cristiano, la discesa di Gesù sulla terra per mondare i peccati del mondo e il ritorno di Cristo alla fine dei tempi, la cosiddetta Parusia, e il Giudizio universale.
Il plot del romanzo giallo è teso tra questi topos ben caratterizzati e universali e l’agnizione finale porta spesso ad un giudizio di colpevolezza da parte del detective apparso per ristabilire la pace turbata dalla colpa.
Talvolta al detective non basta il ruolo di giudice ma si arroga anche il compito di boia come accade in “Sipario” dove l’investigatore è anche l’assassino oppure in “L’unico uomo della mia vita” dove Pepe Carvalho giustizia quello che reputa il colpevole di mille indegnità.
Ne “Il senso del dolore” invece Ricciardi plasma la soluzione finale per accomodare i fatti ad una concezione della sua carica meno obiettiva ma forse più giusta anche sul versante religioso.


Scritto Da - IlCinese on 01 Ottobre 2012 20:48:09


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 06 Ottobre 2012 16:39:18
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I rapporti tra romanzo giallo e psicoanalisi sono molto più forti e complessi di quanto generalmente si pensi. Sia il detective che lo psicoanalista sono figure fondamentali di un secolo, l'Ottocento e di una corrente culturale, il Positivismo che ebbero come stella polare il raziocino, l'adorazione per la logica e l'esaltazione della ricerca scientifica. Nato ufficialmente nel 1841 con un racconto di Edgar Allan Poe il genere poliziesco o di detection si caratterizza immediatamente per la contrapposizione tra l'oscuro e il violento delitto che scuote la quotidianità e il rigido, geometrico metodo scientifico che risolve il caso e riporta la pace sociale e, se vogliamo vedere in controluce questi fattori, constatiamo lo scontro tra Romanticismo e Positivismo, le correnti culturali prevalenti del secolo.
Poe ci offre pochissime notizie del suo investigatore. Dice solo che “Era, questo giovane gentiluomo, di buona anzi illustre famiglia” che per una serie di disgrazie si era ridotto in povertà, il cui unico lusso erano i libri. In tal modo tutta l'attenzione viene rivolta alle sue capacità analitiche e deduttive che mette subito in luce con una spettacolare comprensione dei meccanismi mentali del suo sbalordito compagno d'avventura e che, in un certo senso, preparano la strada a Sigmund Freud e alla psicoanalisi. Per il critico John C. Cawelti “La grande differenza sta nel fatto che, mentre la soluzione del detective proietta sempre su un personaggio esterno, il metodo freudiano mette a nudo i conflitti della nostra mente.” (Adventure, mystery and romance. 1976).
Non a caso, per sottolineare questa stretta discendenza, nel romanzo “La soluzione sette per cento” scritto nel 1974 da Nicholas Meyer, Sherlock Holmes si confronta proprio con il padre della psiocanalisi.
Come scrive sempre Cawelti “Il detective interviene e dimostra che il sospetto generale è ingiustificato. Egli dimostra che l'ordine sociale non è responsabile del crimine, che è invece responsabilità di un singolo e dei suoi privati moventi” (op. cit)
In tale prospettiva siamo di fronte al lieto fine che riporta la pace in un universo che pareva posto sottosopra dal delitto. Possiamo così affermare che il detective assume una funzione demiurgica, sacrale e stabilizzatrice in un mondo alla deriva.
“Gli assassinii della Via Morgue” è sicuramente il racconto di Poe più analizzato, lo hanno psicanalizzato Freud e Marie Bonaparte, singolare figura di psicoanalista, amica di Freud, diretta discendente di Napoleone e principessa di Grecia e di Danimarca, autrice anche di una biografia dello scrittore americano in cui conclude che forse il giovanissimo Poe vide la madre con un amante che anni dopo trasferì nel “ feroce scimmione quegli istinti aggressivi e bestiali, che nell'ottica primitiva del bambino dominano il suo concetto sempre sadico dell'atto sessuale”. Nel 1955 Jacques Lacan gli ha dedicato un celebre seminario che è alla base della suola scuola di psicanalisi, e Jacques Derrida ha scritto un saggio per criticare le interpretazioni di Lacan.

A capire meglio cosa lega i due ambienti così distanti ci aiuta la psicoanalista Silvia Vegetti Finzi nel sua splendida “Storia della psicoanalisi” pubblicata da Mondadori nel 1986.
“In questa prima fase, Freud non disdegna di interrogare i “fatti”, di interrogare i testimoni, di confrontare i ricordi del soggetto con quelli dei familiari. Ma se tale è il procedere della ricostruzione (che non sarà mai abbandonato) ben diverso è quello della costruzione, che compare in un saggio straordinario “Costruzioni in analisi” del 1937 al culmine di una intensa rielaborazione teorica. Si tratta, in primo luogo, di “ricercare le tracce”, di un metodo poliziesco dunque che ci evoca immediatamente il personaggio letterario di Sherlock Holmes, il detective inglese creato da Arthur Conan Doyle, famoso per la sua abilità nello scoprire l'autore del delitto sulla base di indizi (orme, tracce, segni) impercettibili ai più. Sappiamo poi che conosceva i lavori di un critico d'arte italiano, un certo Morelli, che proprio negli anni della “gestazione analitica” , proponeva un metodo per l'attribuzione delle opere iconografiche, distinguendo con sicurezza le imitazioni dall'originale. “Egli era giunto a questo risultato, scrive lo stesso Freud, prescindendo dall'impressione generale e dai tratti fondamentali del dipinto, sottolineando l'importanza caratteristica dei dettagli secondari, di particolari secondari come la conformazione delle unghie, dei lobi auricolari, dell'aureola e di altri elementi che passano di solito inosservati...”. In tutti e tre i casi, dell'analista, del poliziotto e del critico d'arte, tracce magari infinitesimali consentono di cogliere una realtà profonda, altrimenti intangibile. Si tratta di sintomi, nel caso di Sigmund Freud, di indizi in quello di Sherlock Holmes e di segni (pittorici) per Morelli. Le caratteristiche di queste discipline indiziarie sembrano:
1) l'essere basate sulla decifrazione dei segni; 2) avere per oggetto casi, situazioni documenti individuali, “in quanto individuali; 3) raggiungere una conoscenza implicante un margine ineliminabile di aleatorietà, di congettura.”

Ecco dunque il tratto unificante e predominante dei due campi di indagine, la semiologia, la conoscenza e l'interpretazione dei segni e la semeiotica, la disciplina che studia i sintomi clinici. Con questo bagaglio di conoscenze specifiche, il cavaliere Auguste Dupin, protagonista del racconto di Poe, stupisce il narratore ripercorrendo a ritroso i suoi pensieri, aiutato solo dai movimenti corporali e dagli sguardi alla luna del suo amico durante una passeggiata notturna. Allo stesso modo Sherlock Holmes capisce ciò che pensa il suo aiutante Watson dalle espressioni facciali e dai suoi mormorii e similmente l'analista penetra la psiche del paziente studiando i tic, le dimenticanze e gli errori come nel celebre saggio di Freud “Psicopatologia della vita quotidiana”, pubblicato nel 1901.
Tutte queste suggestioni culturali e scientifiche fanno da sfondo al giallo di Caleb Carr “L'alienista” che ha come protagonista Laszlo Kreizler, un famoso alienista che ricorda il grande psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi. Fino al ventesimo secolo coloro che soffrivano di disturbi mentali erano definiti alienati e gli esperti che studiavano le patologie mentali erano dunque noti con il nome di alienisti.
Ambientato a New York nel 1896 il romanzo narra delle indagini sui raccapriccianti omicidi che scuotono i bassifondi più loschi della metropoli americana. Chiamato dal commissario della polizia distrettuale e futuro presidente americano Theodore Roosevelt a risolvere il caso, il dottor Kreizler si avvale delle più particolari e avveniristiche tecniche di indagini, come le impronte digitali e, appunto, la psicoanalisi. Per riuscire nell'ardua impresa, “l'alienista” dovrà superare gli ostacoli creati dalla malavita e dall'ostilità per la novità dell'inchiesta e per catturare l'assassino dovrà riuscire a sintonizzarsi sulla lunghezza d'onda della sua mente perversa.
Il merito più grande di Carr è quello di aver inserito un plot poliziesco originale in un contesto splendidamente caratterizzato e rispondente ad ogni dettaglio storico.
A questo splendido giallo ha fatto seguito “L'angelo delle tenebre” in cui Kreizler indaga sul rapimento della figlia di un diplomatico spagnolo all'uscita del Metropolitan Museum. Sullo sfondo di questo crimine si scoprono oscuri interessi politici influenzati dalle tensioni tra Spagna e Stati Uniti che porteranno alla guerra di Cuba.
Il fascino della New York di fine Ottocento cesellato con maestria da Caleb Carr non ha proprio niente da invidiare alla nebbiosa Londra, terreno di caccia preferito da Sherlock Holmes.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 07 Ottobre 2012 12:46:10
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Che la scienza medica e il giallo abbiano profondi legami è attestato anche dal fatto che il modello su cui Arthur Conan Doyle sviluppò l'immortale personaggio di Sherlock Holmes fu il suo professore di Medicina all'Università di Edimburgo Joseph Bell. L'occhio clinico che permetteva al medico di capire istantaneamente di quale malattia soffrisse il paziente fu trasfusa nel metodo deduttivo caratteristico del segugio londinese.
Riguardo a Edgar Allan Poe, nel suo primo capolavoro giallo "Gli assassinii della via Morgue" Auguste Dupin primo investigatore della storia del Giallo, passeggia con il narratore ed ad un certo punto dopo diversi minuti di silenzio parla seguendo esattamente i pensieri dell'amico decifrando ogni suo sguardo e ogni sua smorfia, delineando la traiettoria delle sue riflessioni:

"Non si deve pensare, da quanto ho detto, che io stia rivelando un mistero o costruendo un romanzo. Quello che ho descritto in questo francese era soltanto il risultato, l'effetto di un'intelligenza eccitata e forse ammalata. Ma un esempio varrà meglio di ogni altra cosa ad illustrarvi la natura delle sue osservazioni nei momenti ai quali ho accennato.

Passeggiavamo una notte per una lunga strada sudicia nelle vicinanze del Palais Royal. Immersi entrambi nei nostri pensieri, non avevamo profferito sillaba da almeno un quarto d'ora.

All'improvviso Dupin ruppe il silenzio con queste parole:

"E' davvero molto piccolo, e sarebbe più adatto per il Théâtre des Variétés".

"Non c'è dubbio," risposi meccanicamente, non rendendomi conto al primo momento (tanto ero preso dalle mie riflessioni) della straordinaria esattezza con cui il mio interlocutore si era riagganciato al filo delle mie meditazioni. Me ne sovvenni un istante dopo, e il mio sbalordimento fu profondo.

"Dupin," dissi, gravemente, "questo è più di quanto riesca a capire. Devo ammettere che mi avete sbalordito, e sono quasi tentato di non credere ai miei sensi. Come avete potuto indovinare che stavo pensando a...?" E qui m'interruppi, per accertarmi definitivamente se sapesse davvero a chi stavo pensando.

"... a Chantilly," finì Dupin, "ma perché v'interrompete? Stavate rilevando fra di voi che la sua bassa statura lo rende inadatto a recitare tragedie".

E questo era stato per l'appunto l'oggetto delle mie riflessioni.

Chantilly era un ex-ciabattino della Rue St.-Denis, il quale, pazzo per il teatro, si era cimentato nel ' rôle ' di Serse, nell'omonima tragedia di Crébillon, e i suoi sforzi erano stati oggetto di scherno generale.

"Ditemi, per amor del cielo," esclamai, "quale metodo - se pure metodo c'è - vi ha permesso di scandagliare il mio pensiero su questo argomento".

Effettivamente ero anche più sorpreso di quanto fossi disposto ad ammettere.

"E' stato il fruttivendolo," rispose il mio amico, "a portarvi alla conclusione che quel rappezza-suole non aveva statura sufficiente per Serse et id genus omne".

"Il fruttivendolo!... Mi stupite... Non conosco nessun fruttivendolo".

"L'uomo che vi ha urtato quando abbiamo imboccato questa strada...

sarà circa un quarto d'ora fa".

Mi ricordai infatti che un fruttivendolo, che reggeva sul capo un enorme cesto di mele, mi aveva quasi buttato per terra, per sbaglio, mentre passavamo dalla Rue C... nella via dove adesso ci trovavamo; ma che cosa avesse a che vedere questo con Chantilly proprio non mi riusciva di capire. Non c'era un briciolo di ' charlatanerie ' in Dupin.

"Ora vi spiegherò," mi disse, "e perché possiate capire ogni cosa con chiarezza, cominceremo col riesaminare l'ordine di successione dei vostri pensieri dal momento in cui vi ho parlato fino a quello della ' rencontre ' col fruttivendolo in questione. Gli anelli principali di questa catena si saldano in questa successione:

Chantilly, Orion, Dottor Nichols, Epicuro, la stereotomia, il selciato, il fruttivendolo".

Sono poche le persone che non si siano divertite, in qualche periodo della loro vita, a ripercorrere i passi compiuti dalla loro mente per arrivare a certe determinate conclusioni. E' un'occupazione che ha in sé molti motivi di interesse; e colui che l'esperimenta per la prima volta si stupisce dell'incoerenza e della distanza, apparentemente incolmabile, che corre tra il punto di partenza e quello d'arrivo. Quale non fu dunque la mia meraviglia quando mi sentii dire dal francese quel che vi ho riportato e quando fui costretto a riconoscere che le sue parole corrispondevano a verità. Dupin continuò:

"Avevamo parlato di cavalli, se ben ricordo, prima di lasciare la Rue C... Fu questo il nostro ultimo argomento. Mentre attraversavamo la strada per imboccare questa via, un fruttivendolo con una grande cesta in bilico sul capo, superandoci di gran fretta, vi spinse sopra un mucchio di pietre da pavimentazione accatastate in un punto in cui il marciapiede è in riparazione. Siete inciampato in una delle pietre sparse all'intorno, siete scivolato storcendovi leggermente la caviglia, avete assunto un'aria seccata o perlomeno rannuvolata, avete borbottato qualche parola, vi siete voltato indietro a guardare il mucchio di sassi e poi avete ripreso a camminare in silenzio. Non prestavo soverchia attenzione a quanto facevate; ma ultimamente l'osservazione è diventata per me una specie di mania.

"Avete tenuto abbassati gli occhi per terra, lanciando sguardi indispettiti alle buche e ai solchi del marciapiede (per cui conclusi che stavate ancora pensando alle pietre), finché giungemmo al vicoletto Lamartine, che è stato lastricato in via sperimentale con dei blocchi saldati e sovrapposti. Qui notai che il vostro viso si rasserenava e da un movimento delle vostre labbra mi convinsi che stavate mormorando la parola 'stereotomia' termine che si applica con una certa affettazione a questo tipo di lastricato. Sapevo che non avreste potuto pronunciare tra voi il vocabolo 'stereotomia' senza essere portato a pensare agli atomi e di conseguenza alla teoria di Epicuro; e poiché quando discutemmo questo argomento non molto tempo fa vi accennai al fatto davvero singolare, anche se praticamente ignorato, che le vaghe ipotesi di questo illustre greco fossero state confermate dalla più recente cosmogonia nebulare, mi parve che non avreste potuto fare a meno di alzare gli occhi verso la grande nebulosa d'Orione e mi apprestai con una certa sicurezza a vedervelo fare. Voi guardaste in alto; e fui allora certo di aver seguito esattamente il corso del vostro pensiero. Ma in quella spietata ' tirade ' contro Chantilly, pubblicata ieri sul ' Musée ' l'articolista, alludendo ironico e malevolo al cambiamento di nome del calzolaio all'atto di calzare il coturno, citò un verso latino sul quale abbiamo sovente discusso. Mi riferisco a quel verso che dice:

Perdidit antiquum litera prima sonum.

"Vi avevo spiegato che questo si riferiva a Orione, che in passato si scriveva Urione; e per certe particolarità pungenti connesse alla spiegazione ero certo che non l'avreste dimenticato. Era evidente perciò che non avreste mancato di riaccostare le due idee di Orione e Chantilly. E che effettivamente le associaste lo capii dalla natura del sorriso che vi aleggiò sulle labbra. Pensavate al sacrificio del povero ciabattino. Fino allora avevate camminato tutto ricurvo ma ora notai che vi erigevate in tutta la vostra statura. Fui certo a questo punto che stavate riflettendo sull'altezza di Chantilly. Fu allora che interruppi il corso dei vostri pensieri per osservare che era proprio un omino, quel Chantilly, e che avrebbe figurato meglio al Théâtre des Variétés".

http://digilander.libero.it/davis2/lezioni/letteratura/

La biografia del grande scrittore americano scritta da Marie Bonaparte si intitola "Edgar Allan Poe: studio psicoanalitico" e si suddivide in due parti:
1: La vita e l'opera poetica. I racconti: il ciclo della madre morta-vivente e il ciclo della madre paesaggio e

2: La confessione dell'impotente; il ciclo della madre assassinata; il ciclo della rivolta contro il padre; il conflitto con la coscienza; il ciclo della passività verso il padre; Poe e l'anima umana

L'opera è pubblicata in italiano da Newton Compton mentre il saggio di Lacan dedicato a Poe è contenuto in "Scritti" pubblicato da Einaudi nel 1995.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 07 Ottobre 2012 12:47:05
Messaggio:

Ecco qui invece un esempio del ragionamento di Sigmund Freud sulla dimenticanza di un nome che ricalca alla perfezione il flusso logico illustrato dal Cavaliere Auguste Dupin:

"i o . Inserisco qui ancora un esempio di dimenticanza di un nome
di città, che forse non è cosi semplice come quelli precedenti [vedi
sopra i NN. 1 e 3] ma che apparirà plausibile e prezioso a chiunque
abbia dimestichezza con questo genere di ricerche. Si tratta del nome
di una città italiana, che si sottrae alla memoria a motivo della sua
forte somiglianza fonetica con un nome femminile di persona al
quale si ricollegano numerosi ricordi affettivi, non certo esaurientemente
descritti nella comunicazione. Sàndor Ferenczi di Budapest,
che osservò questo caso di dimenticanza su sé stesso, lo trattò cosi
come si analizza un sogno 0 un'idea nevrotica, e sicuramente con
ragione.
"Oggi mi trovavo presso una famiglia amica; si venne a parlare delle
città dell'Alta Italia. Qualcuno dice che in queste città ancora si riconosce l'influsso austriaco. Se ne citano alcune; anch'io ne voglio
nominare una ma il suo nome non mi viene in mente anche se so
di avervi trascorso due giorni molto gradevoli, il che non si accorda
bene con la teoria di Freud sulla dimenticanza. Invece del nome di
città cercato mi si affacciano le seguenti associazioni: Capua, Brescia,
II leone di Brescia.
"Mi vedo davanti questo 'leone' realisticamente come statua di
marmo, ma mi accorgo subito che assomiglia non tanto al leone
del monumento alla liberazione, che si trova a Brescia e che ho visto
soltanto in immagine, quanto piuttosto a quell'altro leone marmoreo
da me veduto nel monumento in memoria delle guardie
svizzere cadute alle Tuileries che si trova a Lucerna, e di cui ho una
riproduzione in miniatura sullo scaffale dei miei libri. Infine riesco
a ricordare il nome cercato: è Verona.
"So anche immediatamente chi porta colpa di questa amnesia. Non
è altri che un'ex cameriera della famiglia presso la quale mi trovo in
visita. Si chiamava Veronica, in ungherese Verona, e mi era antipaticissima
a causa della sua fisionomia ripugnante, la sua voce roca
e stridula e la sua urtante confidenzialità (alla quale si riteneva autorizzata
in virtù dei suoi molti anni di servizio presso la famiglia).
Anche il modo dispotico con cui a suo tempo trattava i bambini di
casa mi era insopportabile. Ed ora sapevo anche che cosa significassero
le parole sostitutive.
"Con Capua associo immediatamente caput mortuum; molto
spesso paragonavo la testa di Veronica a un teschio. La parola ungherese
kapzsi (avido di danaro) forniva certamente un'altra determinazione
per lo spostamento. Naturalmente trovo anche le vie associative
più dirette che collegano fra di loro Capua e Verona in quanto
concetti geografici e parole italiane di uguale cadenza.1
"Lo stesso vale per Brescia; ma anche qui si trovano intricate vie
secondarie del nesso ideativo.
"La mia antipatia era a suo tempo cosi violenta da farmi apparire Veronica addirittura rivoltante, ed espressi più volte la mia sorpresa
che essa potesse tuttavia avere una sua vita erotica e potesse
essere amata. 'Baciarla — dicevo — deve muovere il vomito.'2
Ciò non toglie che essa era certamente da lungo tempo in connessione
con l'idea delle guardie svizzere cadute.
"Almeno qui da noi in Ungheria si usa nominare spesso Brescia
non in connessione con il leone ma con un altro animale feroce. Il
nome più odiato in questo paese come anche in Alta Italia è quello
del generale Haynau, chiamato la 'iena di Brescia'. Dall'odiato despota
Haynau vi è quindi un filo conduttore che, attraverso Brescia,
conduce alla città di Verona; un altro filo conduttore, attraverso
l'idea dell'animale dalla voce roca che s'aggira attorno alla tombe
(che concorre a far affiorare il monumento in memoria dei morti),
va al teschio e alle spiacevoli corde vocali di Veronica, dal mio inconscio
insultata cosi gravemente e che a suo tempo infieriva in
questa casa in modo quasi altrettanto dispotico del generale austriaco
nelle lotte per la libertà degli ungheresi e degli italiani.
"A Lucerna si riconnette il pensiero di quell'estate che Veronica
passò coi suoi padroni al Lago dei Quattro Cantoni, nelle vicinanze
di Lucerna; alle guardie svizzere, il ricordo di quando essa riusciva a
tiranneggiare non solo i bambini ma anche i membri adulti della
famiglia, compiacendosi di fare la parte della Garde-Dame [vecchia
governante].
"Noto espressamente che la mia antipatia — conscia — per Veronica
fa parte delle cose da gran tempo superate. Veronica nel frattempo
è cambiata molto vantaggiosamente tanto nell'aspetto quanto
nelle maniere e, nelle rare occasioni che ho, posso incontrarmi con
lei con sincera affabilità. Il mio inconscio, come al solito, conserva
le impressioni con maggiore tenacia; è 'retrospettivo' e 'vendicativo'.
"Le Tuileries sono un'allusione a una seconda persona, una signora
francese piuttosto anziana che effettivamente faceva da guardia in
molte occasioni alle donne di casa e che dai piccoli e dai grandi
veniva stimata e, un pochino, anche temuta. Fui suo élève [allievo]
di conversazione francese per un certo tempo. A proposito della
parola élève, mi viene ancora in mente che quando fui in visita
presso il cognato del mio odierno anfitrione, nella Boemia settentrionale,
trovai molto divertente che la popolazione rurale del luogo
chiamasse Lòwen [leoni]3 gli allievi della locale Accademia forestale.
Può darsi che anche questo ricordo comico sia intervenuto nello spostamento
dalla iena al leone."

1 [Nella pronuncia ungherese.]
2 [In tedesco vomito = Brechreiz; confronta la prima sillaba con la prima sillaba di
Brescia.]
3 [La prima sillaba pronunciata approssimativamente in dialetto come la seconda sillaba di élèves.]

Da "Psicopatologia della vita quotidiana"(1901)
http://digidownload.libero.it/m_de_pasquale/Freud_Psico


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 21 Ottobre 2012 19:18:37
Messaggio:

C’è un romanzo di Ellery Queen del 1947, “Il gatto dalle molte code" “Cat with many tails” che, assieme ad altre tematiche tipiche di Queen come la nascita e la morte, presenta una figura particolare, quella di uno psicanalista, uno dei primi, se non il primo “profiler” della letteratura gialla.
L’apparizione del dottor Cazalis, ex ginecologo e allievo dello psicanalista Seligmann, amico e discepolo del dottor Freud, avviene a metà narrazione ma viene in qualche modo anticipata dal particolare disagio psichico di una New York atterrita dai delitti seriali di un assassino chiamato “il Gatto” che colpisce apparentemente senza alcun senso .
“Se, come aveva detto Jefferson, i giornali “servono a diffondere vapori nocivi e fumo”, la stampa di New York poteva solo obbedire alle leggi fisiche del tempo. E durante questi intervalli si notava maggiormente il nervosismo del pubblico. L’attesa era peggiore dell’evento. Quando il Gatto uccideva, la gente provava per alcuni giorni una specie di senso di sollievo venato di isterismo, ognuno pensava di essersela cavata ancora una volta. Ma la paura non era scomparsa: si era semplicemente assopita. E’ presto il senso di sicurezza spariva, tornava ad affiorare l’ansia, ricominciavano le notti di angoscia, il calcolo dei giorni, il terrificante interrogativo: a chi toccherà questa volta?”

La città sull’orlo di una crisi di nervi cerca uno sciamano, un medico della mente che possa guarirla da questa nevrosi e grazie al talento deduttivo di Queen e all’aiuto scientifico del dottor Cazalis si riesce a individuare una teoria investigativa che alla fine porta in carcere lo stesso psichiatra ma solo un viaggio molto avventuroso di Ellery a Vienna ed un colloquio con lo stesso Seligmann può sbrogliare il mistero anche se non si potrà punire il colpevole in modo adeguato.
Questo romanzo è uno dei più chiari esempi della strettissima connessione tra psicoanalisi e narrativa gialla che viene indagata anche in un recente saggio “Psicoanalisi in giallo” pubblicato da Raffaello Cortina Editore e che raccoglie diversi contributi di noti membri della Società psicoanalitica italiana.
Se il detective si comporta come un analista, valutando ogni piccolo indizio, ogni variazione di comportamento del sospettato anche l’analista veste gli abiti dell’investigatore creando uno scenario di indagine che ha le stesse regole e gli stessi stilemi deduttivi dei personaggi dei gialli.
Per capire come i due percorsi d’investigazione abbiano le stesse radici bisogna risalire al padre della psicoanalisi e ad una sua intuizione studiando il Mosè di Michelangelo. Il grande sociologo e storico Carlo Ginzburg, figlio di Leone e Natalia Ginzburg nel suo saggio “Spie. Radici di un procedimento indiziario” raccoglie questi indizi e sviluppa la teoria che dimostra la stretta interdipenza tra i due campi:
“Vedremo tra poco le implicazioni di questo parallelismo.
Prima però sarà bene riprendere un’altra preziosa intuizione di Wind:
Ad alcuni tra i critici di Morelli sembrava strano il dettame che «la
personalità va cercata là dove lo sforzo personale è meno intenso». Ma su
questo punto la psicologia moderna sarebbe certamente dalla parte di
Morelli: i nostri piccoli gesti inconsapevoli rivelano il nostro carattere più
di qualunque atteggiamento formale, da noi accuratamente preparato .
«I nostri piccoli gesti inconsapevoli…»: alla generica espressione
«psicologia moderna» possiamo sostituire senz’altro il nome di Freud.
Le pagine di Wind su Morelli hanno infatti attirato l’attenzione degli
studiosi su un passo, rimasto a lungo trascurato, del famoso saggio
di Freud “Il Mosè di Michelangelo” (1914). All’inizio del secondo paragrafo
Freud scriveva:
Molto tempo prima ch’io potessi sentir parlare di psicoanalisi venni a
sapere che un esperto d'arte russo, Ivan Lermolieff, i cui primi saggi
furono pubblicati in lingua tedesca tra il 1874 e il 1876, aveva provocato
una rivoluzione nelle gallerie d’Europa rimettendo in discussione
l’attribuzione di molti quadri ai singoli pittori, insegnando a distinguere
con sicurezza le imitazioni dagli originali e costruendo nuove individualità
artistiche a partire da quelle opere che erano state liberate dalle loro
precedenti attribuzioni. Egli era giunto a questo risultato prescindendo
dall’impressione generale e dai tratti fondamentali del dipinto,
sottolineando invece l’importanza caratteristica di dettagli secondari, di
particolari insignificanti come la conformazione delle unghie, dei lobi auricolari,
dell’aureola e di altri elementi che passano di solito inosservati e
che il copista trascura di imitare, mentre invece ogni artista li esegue in
maniera che lo contraddistingue. È stato poi molto interessante per me
apprendere che sotto lo pseudonimo russo si celava un medico italiano di
nome Morelli. Diventato senatore del regno d’Italia, Morelli è morto nel
1891. Io credo che il suo metodo sia strettamente apparentato con la
tecnica della psicoanalisi medica. Anche questa è avvezza a penetrare cose
segrete e nascoste in base a clementi poco apprezzati o inavvertiti, ai
detriti o «rifiuti» della nostra osservazione (auch diese ist gewöhnt, aus
gering geschätzten oder nicht beachteten Zügen, aus dem Abhub - dem
«refuse» - der Beobachtung, Geheimes und Verborgenes zu erraten) .
Il saggio sul Mosè di Michelangelo apparve in un primo tempo
anonimo: Freud ne riconobbe la paternità soltanto al momento di
includerlo nelle sue opere complete. Si è supposto che la tendenza di
Morelli a cancellare, occultandola sotto pseudonimi, la propria
personalità di autore, finisse in certo modo col contagiare anche
Freud: e si sono avanzate congetture, più o meno accettabili, sul
significato di questa convergenza . Certo è che, coperto dal velo
dell’anonimato, Freud dichiarò in una forma al tempo stesso esplicita
e reticente il considerevole influsso intellettuale che Morelli esercitò
su di lui in una fase di molto anteriore alla scoperta della psicoanalisi
(«lange bevor ich etwas von der Psychoanalyse hören konnte…»).
Ridurre questo influsso, come è stato fatto, al solo saggio sul Mosè di
Michelangelo, o in genere ai saggi su argomenti legati alla storia
dell’arte significa limitare indebitamente la portata delle parole di
Freud: «Io credo che il suo metodo [di Morelli] sia strettamente
apparentato con la tecnica della psicoanalisi medica». In realtà, tutta la
dichiarazione di Freud che abbiamo citato assicura a Giovanni Morelli
un posto speciale nella storia della formazione della psicoanalisi. Si
tratta infatti di una connessione documentata, e non congetturale,
come la maggior parte degli «antecedenti» o «precursori» di Freud; di
più, l’incontro con gli scritti di Morelli avvenne, come abbiamo detto,
nella fase «preanalitica» di Freud. Abbiamo a che fare, quindi, con un
elemento che ha contribuito direttamente alla cristallizzazione della
psicoanalisi, e non (come nel caso della pagina sul sogno di J. Popper
«Lynkeus» ricordata nelle ristampe della Traumdeutung) con una
coincidenza riscontrata successivamente, a scoperta avvenuta.
Abbiamo visto dunque delinearsi un’analogia tra il metodo di
Morelli, quello di Holmes e quello di Freud. Del nesso Morelli-
Holmes e di quello Morelli-Freud abbiamo già detto. Della singolare
convergenza tra i procedimenti di Holmes e quelli di Freud ha parlato
dal canto suo S. Marcus . Freud stesso, del resto, manifestò a un
paziente («l’uomo dei lupi») il proprio interesse per le avventure di
Sherlock Holmes. Ma a un collega (T. Reik) che accostava il metodo
psicoanalitico a quello di Holmes, parlò piuttosto con ammirazione,
nella primavera del 1913, delle tecniche attributive di Morelli. In tutti
e tre i casi, tracce magari infinitesimali consentono di cogliere una
realtà più profonda, altrimenti inattingibile. Tracce: più precisamente,
sintomi (nel caso di Freud) indizi (nel caso di Sherlock Holmes) segni
pittorici (nel caso di Morelli) .
Come si spiega questa triplice analogia? La risposta è a prima
vista molto semplice. Freud era un medico; Morelli si era laureato in
medicina; Conan Doyle aveva fatto il medico prima di dedicarsi alla
letteratura. In tutti e tre i casi s’intravvede il modello della semeiotica
medica: la disciplina che consente di diagnosticare le malattie
inaccessibili all’osservazione diretta sulla base di sintomi superficiali,
talvolta irrilevanti agli occhi del profano – il dottor Watson, per
esempio. (Incidentalmente, si può notare che la coppia Holmes-
Watson, il detective acutissimo e il medico ottuso, rappresenta lo
sdoppiamento di una figura reale: uno dei professori del giovane
Conan Doyle, noto per le sue straordinarie capacità diagnostiche) .
Ma non si tratta semplicemente di coincidenze biografiche. Verso la
fine dell’Ottocento - più precisamente, nel decennio 1870-80 -
cominciò ad affermarsi nelle scienze umane un paradigma indiziario
imperniato per l’appunto sulla semeiotica. Ma le sue radici erano
molto più antiche.

Per millenni l’uomo è stato cacciatore. Nel corso di
inseguimenti innumerevoli ha imparato a ricostruire le forme e i
movimenti di prede invisibili da orme nel fango, rami spezzati,
pallottole di sterco, ciuffi di pe1i, piume impigliate, odori stagnanti.
Ha imparato a fiutare, registrare, interpretare e classificare tracce
infinitesimali come fili di bava. Ha imparato a compiere operazioni
mentali complesse con rapidità fulminea, nel fitto di una boscaglia o
in una radura piena d’insidie.
Generazioni e generazioni di cacciatori hanno arricchito e
trasmesso questo patrimonio conoscitivo. In mancanza di una
documentazione verbale da affiancare alle pitture rupestri e ai
manufatti, possiamo ricorrere ai racconti di fiabe, che del sapere di
quei remoti cacciatori ci trasmettono talvolta un’eco, anche se tardiva
e deformata. Tre fratelli (racconta una fiaba orientale, diffusa tra
chirghisi, tatari, ebrei, turchi… ) incontrano un uomo che ha perso
un cammello - o, in altre varianti, un cavallo. Senza esitare glielo
descrivono: è bianco, cieco da un occhio, ha due otri sulla schiena,
uno pieno di vino, l’altro pieno d’olio. Dunque l’hanno visto? No, non
l’hanno visto. Allora vengono accusati di furto e sottoposti a giudizio.
È, per i fratelli, il trionfo: in un lampo dimostrano come, attraverso
indizi minimi, abbiano potuto ricostruire l’aspetto di un animale che
non avevano mai avuto sotto gli occhi.

Qui si può leggere integralmente l’intero interessantissimo saggio http://www.dic.units.it/perspage/barillari/Storia%20Tecniche/spie_note_pag.pdf
Se dunque analista e investigatore usano le stesse tecniche di base e hanno una “sapienza” comune gli scambi tra le due figure non finiscono qui.
In “Psicoanalisi in giallo” sono presentati diversi investigatori che con le loro indagini hanno aiutato gli autori dei saggi a capire i loro pazienti e i loro disagi.
L’87° distretto, il tenente Colombo, Jean Baptiste Adamsberg, Salvo Montalbano, Virgil Tibbs si siedono accanto all’analista e gli suggeriscono con il loro romanzi, la strada giusta per trovare il colpevole, la causa della malattia da rimuovere.
In questo duello psicologico tra investigatore e assassino, tra analista e paziente si ritrovano sorprendentemente le stesse dinamiche e gli stessi procedimenti d’indagine che consentono di scandagliare in profondità l’ambiente psicologico di fondo.
E’ particolarmente illuminante il capitolo sulla “bilogica” del tenente Colombo, che con la sua particolare tecnica è un valido esempio anche per lo psicanalista.
Colombo, per intuizione, per un particolare stato di “grazia”, per un suo personale fiuto per la menzogna, capisce subito chi è il colpevole ma non ha prove per cui bracca lo scellerato dandogli però l’illusione di condurre il gioco mentre è sempre l’astuto tenente a predisporre il percorso su cui porrà la trappola decisiva.
“Dal confronto fra il lavoro dell’analista e lo stile d’indagine del tenente Colombo emerge un interessante gioco di differenze e analogie. La coincidenza più suggestiva è costituita dalla struttura cronologica delle vicende narrate. (…) In entrambi i casi, infatti, si tratta di “inverted detective stories”.
Nei telefilm di Colombo, l’assassino è descritto nei primi minuti del racconto: l’identità di chi ha commesso il crimine è dunque nota sin dall’inizio.
Nell’analisi, gli eventi che spingono il paziente a decidere di curarsi sono avvenuti prima del trattamento e l’analista è per definizione ritenuto al corrente sia dei fatti che sono accaduti, sia del soggetto con cui occorre lavorare per chiarirli. Ciò tende a spostare l’interesse sul “cosa” della storia (what happened) al ”come” della sua ricostruzione (how did it happen): dai contenuti di verità della vicenda, ai metodi che vengono utilizzati per riviverla, studiarla e ricostruirla.”
“Psicoanalisi in giallo” pagg 46-47
E’ dunque un dialogo fecondo, mai morto, sempre in divenire quello tra psicoanalisi e racconto giallo e si potrebbe anche tentare una sutura ancora più stringente anche se temeraria: Il romanzo giallo è una terapia psicoanalitica universale che consente di ritrovare/spostare il colpevole, la colpa al di fuori di noi all’esterno, assolvendoci e curandoci dai nostri disagi interiori.


Scritto Da - IlCinese on 21 Ottobre 2012 19:20:31


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 14 Novembre 2012 20:40:36
Messaggio:

“Il tempo dell'onestà” è il titolo dell'autobiografia di Phyllis Dorothy James meglio nota ai suoi numerosi fan come P. D. James. Strutturato come un diario che copre un anno della sua vita, dall'agosto 1997 allo stesso mese del 1998, quello della pubblicazione del romanzo “Una certa giustizia”, il libro ripercorre la vita e le opere della scrittrice di Oxford la vera Regina del giallo inglese dopo la morte di Agatha Christie ma non mancano anche molte interessanti considerazioni sulla struttura del giallo e sulla genesi dei suoi libri.
“La detective story, scrive la James” è una forma di intrattenimento popolare e i lettori degli anni Trenta preferivano che i loro eroi fossero quanto meno socialmente simili a loro e dimostrassero qualità allora considerate essenziali per un eroe letterario: coraggio, discrezione, intelligenza e buone maniere. C'era poca attenzione per la credibilità, specialmente per quanto riguarda il metodo dell'omicidio. I rapporti tra la polizia e l'enciclopedico detective erano del tutto irrealistici, i dettagli di medicina e tecnica legale inaccurati se non del tutto omessi. Si evitava la violenza, talvolta non c'era il minimo spargimento di sangue, e il cattivo riceveva immancabilmente la giusta punizione senza troppi riguardi per le finezze psicologiche.
Gli anni Trenta erano quasi immuni da violenza domestica e sebbene ci fossero zone dei centri urbani pericolose come ai giorni nostri, le immagini della disgregazione sociale non entravano quotidianamente nel salotto di casa portate dalla televisione. Era possibile vivere in una piccola città di campagna o in un paese e sentirsi quasi totalmente al sicuro. Le detective story degli anni trenta portano vivacemente alla luce i decenni tra le due guerre. Quella che troviamo in questi mystery essenzialmente garbati, è una società ordinata nella quale la virtù è considerata la normalità e il crimine un'aberrazione e nella quale c' poca comprensione per i criminali.
Una delle critiche mosse oggi alla detective story degli anni Trenta è di assecondare lo snobismo della classe media. Indubbiamente non viene mai in mente un solo romanzo poliziesco di quel periodo in cui un domestico o un esponente della classe operaia sia l'assassino o rivesta un ruolo di qualche importanza per la vicenda.
E' quasi come se la classe lavoratrice fosse presente per fornire al detective i soliti indizi utili, o spinti comici, e talvolta venir sacrificata come vittima aggiuntiva, ma raramente come vittima principale. Questa accettazione acritica delle divisioni sociali si trova praticamente in tutte la detective story degli anni Trenta ma è forse più evidente in quelle di Dorothy Sayers e Ngayo Marsh. (…)
Ogni romanziere scrive ciò che sente il bisogno di scrivere, seguendo una pulsione inconscia a esprimere e spiegare la propria visione della realtà. L'autore di romanzi polizieschi non privilegia il delitto rispetto alla fiction romantica o scientifica in base ad una scelta consapevole ma perché sente il bisogno di affrontare l'atavica paura della morte, di esorcizzare il terrore della violenza e ristabilire una pace e una tranquillità, seppure fittizie, dopo l'orrore distruttivo dell'omicidio e di affermare l'inviolabilità della vita umana e la possibilità di una giustizia, anche se si tratta solo della giustizia fallibile degli uomini. (…)
Molto raramente mi soffermo sull'atto dell'omicidio, ma devo ammettere che dipingo la vittima con realismo, anzi con vivacità. In una detective story, il momento in cui viene scoperto il cadavere è un momento di orrore e di grande drammaticità e il lettore dovrebbe sperimentare entrambi. Descrivo sempre la scena attraverso gli occhi del personaggio che trova il corpo e spesso essa risulta più efficace se quel personaggio è innocente.
La scena in “Un gusto per la morte” in cui i corpi dell'ex ministro della corona e della prostituta vengono incongruamente uniti dalla morte nella sagrestia di una chiesa di Paddington fornisce un contrasto che ritengo molto efficace, un contrasto tra orrore e normalità, tra bene e male. Il fatto che i corpi vengano scoperti da Miss Wharton e Darren aumenta il raccapriccio e la continua ripetizione della parola sangue serve ad evidenziare questo rosso dilagante che pervade la mente e la retina di Miss Wharton. In “Una notte di luna per l'ispettore Dalgliesh” però, il cadavere di Hilary Robarts viene scoperto da Adam Dalgliesh che passeggia di notte lungo la battigia. La descrizione è analitica, fredda e la reazione di Dalgliesh dopo la shock iniziale è comunque quella di un investigatore di professione. “

Nata nel 1920 P. D. James scrisse il suo primo giallo “Copritele il volto” nel 1962 dove esordisce anche il suo eroe, l'ispettore Adam Dalgliesh, che nel tempo libero scrive poesie di buon livello.
Già nel suo primo libro la James mette in evidenza i tratti caratteristiche del suo stile narrativo che analizza in profondità gli aspetti psicologici dei protagonisti e dona loro uno spessore ed una credibilità molto diversi da quelli dei personaggi della Christie che talvolta sembrano ritagliati nel cartone.
I suoi romanzi della serie dell'ispettore Dalgliesh sono:
1962 - Copritele il volto (Cover Her Face), Mondadori 1993 (ISBN 978-88-04-36846-5)
1963 - Una mente per uccidere (A Mind to Murder), Mondadori 1993 (ISBN 978-88-04-37808-2)
1967 - Per cause innaturali (Unnatural Causes), Mondadori 1992 (ISBN 978-88-04-36445-0)
1971 - Scuola per infermiere (Shroud for a Nightingale), finalista Edgar Award 1972, Rusconi 1994 (ISBN 978-88-18-70010-7); Mondadori 2001 (ISBN 978-88-04-49100-2)
1975 - La torre nera (The Black Tower), Mondadori 1992 (ISBN 978-88-04-35870-1)
1977 - Morte di un medico legale (Death of an Expert Witness), Rusconi 1984 (ISBN 978-88-18-06909-9); Mondadori 2004 (ISBN 978-88-04-52945-3)
1986 - Un gusto per la morte (A Taste for Death), finalista Edgar Award 1987, Mondadori 1994 (ISBN 978-88-04-39037-4)
1989 - Una notte di luna per l'ispettore Dalgliesh (Devices and Desires), Mondadori 1992 (ISBN 978-88-04-36134-3)
1994 - Morte sul fiume (Original Sin), Mondadori 1997 (ISBN 978-88-04-42296-9)
1997 - Una certa giustizia (A Certain Justice), Mondadori 1999 (ISBN 978-88-04-46445-7)
2001 - Morte in seminario (Death in Holy Orders), Mondadori 2002 (ISBN 978-88-04-51088-8)
2003 - La stanza dei delitti (The Murder Room), Mondadori 2003 (ISBN 978-88-04-52346-8); Il Giallo Mondadori n. 2889 (2005)
2005 - Brividi di morte per l'ispettore Dalgliesh (The Lighthouse), Mondadori 2006 (ISBN 978-88-04-55096-9)
2008 - La paziente privata (The Private Patient), Mondadori 2009 (ISBN 978-88-04-58478-0)
mentre “Un lavoro inadatto ad una donna” del 1972 e “Un indizio per Cordelia Grey” hanno per protagonista appunto Cordelia Grey mentre “Sangue innocente” non ha nessun protagonista fisso.
Discorso a parte bisogna fare per “I figli degli uomini” del 1992, ambientato nel futuro che appartiene al genere distopico.
A mio parere i suoi gialli migliori sono “Un gusto per la morte”, “Per cause innaturali”, “La torre nera” e “Una notte di luna per l'ispettore Dalghiesh” anche se tutti superano ampiamente la sufficienza.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 22 Novembre 2012 20:56:43
Messaggio:

La scrittrice che contende a P. D. James il titolo di Regina del giallo inglese è sicuramente Ruth Rendell. La Rendell, nata nel 1930 a Londra, condivide con la collega anche il fatto di esser stata nominata, per meriti letterari, componente della Camera dei Lord nei banchi dei Laburisti mentre la James fa parte del partito conservatore, i cosiddetti “Tories”.

Scrittrice molto prolifica ed eclettica la Rendell ha come caratteristica principale l'estrema cura psicologica che riserva ai suoi personaggi, analizzati in profondità e presentati in tutte le loro debolezze e le loro virtù.

Il personaggio più famoso della Rendell è l'ispettore capo Reg Wexford in servizio presso la stazione di polizia dell'immaginaria cittadina di Kingsmarkham, nel Sussex e protagonista di 19 gialli, tra cui il romanzo d'esordio di Ruth Rendell, “Lettere mortali”, intitolato poi in una seconda edizione “Con la morte nel cuore” pubblicato nel 1964 e di diversi racconti.

Questa è la presentazione del libro nel sito della Fanucci, che ha ripubblicato diversi romanzi della giallista londinese:

“Anche a distanza di quarant’anni, il romanzo inaugurale di Ruth Rendell si presenta come la rivelazione di un talento già maturo.” Enzo Di Mauro, Corriere della Sera Il primo caso dell’ispettore Wexford «Amore e morte» disse il capo ispettore Wexford. «Sono stati questi gli unici eventi sensazionali nella vita di Margaret Parsons, l’amore e la morte. L’unico problema è che sono entrambi avvenuti nel mio distretto.» La polizia sapeva tutto della vita di Margaret Parsons, una vita assolutamente normale, almeno all’apparenza. Margaret era sempre stata una ‘brava’ donna, religiosa, all’antica, rispettabile. L’intera sua esistenza pulita e ordinaria come la sua casa, monotona e sicura come il suo matrimonio. Ma non è la vita di Margaret Parsons che interessa Wexford, quanto la sua morte. Una donna prevedibile e ordinaria ha trovato una morte passionale e violenta, senza motivo, senza alcun indizio.”

E' del 1967 il secondo libro che vede la presenza di Reginald Wexford “Il caso è aperto” intitolato da Fanucci “La morte in versi”:
“La Rendell è riuscita a ricreare, senza mai cadere nei meccanismi noiosi e ripetitivi della letteratura seriale, un mondo con precise caratterizzazioni e regole che però rispecchia la realtà.”Paolo Zaccagnini, Il Messaggero L’ispettore Wexford ricorda molto bene il caso Painter. Forse per i colleghi era stato un caso qualunque, ma per lui aveva avuto una grande importanza: il primo omicidio, la prima indagine della sua vita, la prima prova da superare. E anche per Painter era stato decisivo, poiché lo aveva condotto al patibolo. Nessun mistero, quell’uomo era colpevole. Nessun dubbio, tutti ne erano certi. Fino a quel momento… Quindici anni dopo, il caso deve essere riaperto. Per qualcuno il passato è morto e dimenticato, per altri non è ancora stato sepolto. Si risveglia la paura, tornano a galla segreti tenuti volutamente nascosti e adesso quella vicenda deve essere riesaminata, la storia cambiata, la realtà modificata… E bisogna dimostrare che Wexford aveva torto. Dopo il romanzo Con la morte nel cuore, torna in libreria l’ispettore Wexford con un nuovo caso. “
Il suo terzo caso si chiama “Un certo Smith” ed è del 1969 a cui fa seguito uno dei più bei libri della Rendell “Il mio peggior amico “intitolato anche “La morte del testimone”:

“La Rendell è riuscita a ricreare, senza mai cadere nei meccanismi noiosi e ripetitivi della letteratura seriale, un mondo con precise caratterizzazioni che però rispecchia la realtà.” Paolo Zaccagnini, Il Messaggero Nella tranquilla cittadina di Kingsmarkham fervono i preparativi del matrimonio di Jack Pertwee. Charlie Hatton, il migliore amico dello sposo e suo testimone di nozze, ha guidato per undici ore consecutive pur di non mancare alla festa di addio al celibato. Non può immaginare che sta andando incontro alla morte: ed è proprio Wexford, il mattino dopo, a scoprirne per caso il cadavere abbandonato lungo la riva del fiume. Le indagini sull’omicidio di Hatton rivelano una persona dal passato non del tutto cristallino e portano alla luce torbidi segreti, rancori e gelosie, ma nessun sospetto fondato. L’ispettore, che nel frattempo si occupa anche del misterioso incidente automobilistico occorso alla famiglia Fanshawe, dovrà affidarsi all’intuito, oltre che a un’analisi attenta di alcune sconcertanti coincidenze, per portare alla luce il vero movente del delitto e scoprire così l’inquietante verità.”

La serie dedicata a Wexford prosegue con i seguenti libri:
1970, Quella buia notte di settembre (A Guilty Thing Surprised), stampato nel 1985 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1904.
1971, Caccia al kidnapper (No More Dying Then), stampato nel 1972 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1241.
1972, La ragazza caduta dal cielo (Murder Being Once Done), stampato nel 1988 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2055.
1973, Chi muore e chi mente (Some Lie and Some Die), stampato nel 1986 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1955.
1975, Addio per sempre (Shake Hands Forever), stampato nel 1988 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2032.
1978, Sulle orme di un'ombra (A Sleeping Life), finalista Edgar Award 1979, stampato nel 1979 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1593.
1979, Means of Evil (raccolta di racconti)
1981, Il flauto magico (Put On by Cunning), stampato nel 1982 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1748.
1983, L'ispettore vede giallo / Omicidio a Thatto Castle (The Speaker of Mandarin), stampato nel 1984 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1855.
1985, La sfida del corvo (An Unkindness of Ravens), finalista Edgar Award 1986, stampato nel 1986 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1964.
1988, La donna velata (The Veiled One), stampato nel 1989 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2089.
1992, Oltre il cancello (Kissing the Gunner's Daughter), stampato nel 1994 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2372.
1994, La leggerezza del dovere (Simisola), stampato nel 1995 nella collana i Blues da Mondadori.
1997, La strada delle farfalle (Road Rage), stampato dalla Mondadori.
1999, Harm Done
2002, The Babes in the Wood
2005, Una fine in lacrime (End in Tears), stampato dalla Fanucci.
2007, Il bosco maledetto (Not in the Flesh), stampato dalla Fanucci.
2009, The Monster in the Box
2011, The Vault

Ruth Rendell non si è limitata a seguire un solo filone come la James ma ha nella sua bibliografia anche diversi libri con protagonisti vari che le hanno dato un successo duraturo e molto esteso, specialmente in Gran Bretagna:

1965, Vespe e veleni (To Fear a Painted Devil), stampato nel 1981 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1689.
1965, Il tarlo del sospetto (Vanity Dies Hard), stampato nel 1991 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2236.
1968, Il segreto della casa (The Secret House of Death), stampato nel 1984 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1837.
1971, Rebus per un funerale (One Across, Two Down), stampato nel 1972 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1217.
1974, Il volto del peccato (The Face of Trespass), stampato nel 1992 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2254.
1976, Paura d'uccidere (A Demon in My View), stampato nel 1977 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1485.
1976, The Fallen Curtain (raccolta di racconti)
1977, La morte non sa leggere (A Judgment in Stone), stampato nel 1989 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2121.
1979, La morte mi ama (Make Death Love Me), finalista Edgar Award 1980, stampato nel 1980 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1647.
1980, Nel lago d'ombra (The Lake of Darkness), stampato nel 1982 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 1768.
1982, Il mistero della brughiera (Master of the Moor), stampato nel 1993 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2311.
1982, The Fever Tree (raccolta di racconti)
1984, La bambola che uccide (The Killing Doll), stampato dalla Rizzoli.
1984, L'albero delle mani (The Tree of Hands), finalista Edgar Award 1986, stampato dalla Rizzoli.
1985, The New Girlfriend (raccolta di racconti)
1986, Carne viva (Live Flesh), stampato dalla Fabbri, ristampato dalla Bompiani con il titolo Carne tremula.
1987, Parlando con uno sconosciuto (Talking to Strange Men), stampato dalla Rizzoli.
1987, A forma di cuore (Heartstones) (romanzo breve), stampato dalla Bompiani.
1987, I racconti (Collected Short Stories), stampato dalla Bompiani.
1989, Il pugnale di vetro (The Bridesmaid), stampato dalla Rizzoli.
1990, Qualcosa di sbagliato (Going Wrong), stampato dalla Rizzoli.
1991, The Copper Peacock (raccolta di racconti)
1993, L'urlo del colibrì (The Crocodile Bird), stampato dalla Rizzoli.
1994, La notte dei due uomini (No Night is Too Long)
1995, Blood Lines (raccolta di racconti)
1996, Il parco delle anime (The Keys to the Street), stampato dalla Mondadori.
1996, La villa dei ricordi cattivi (The Brimstone Wedding)
1998, A Sight for Sore Eyes
2000, Piranha to Scurfy and Other Stories (raccolta di racconti)
2001, Adam and Eve and Pinch Me
2003, La bottega dei delitti (The Rottweiler), stampato dalla Fanucci.
2004, I tredici scalini (Thirteen Steps Down), stampato dalla Fanucci.
2006, La verità nascosta (The Water's Lovely), stampato dalla Fanucci.
2006, The Thief (romanzo breve)
2008, Portobello (Portobello), stampato dalla Fanucci.
2010, Tigerlily's Orchids

Ecco alcune recensioni tratte dal sito Fanucci che illustrano i libri stampati dal meritorio editore romano che ha creato una vera e propria collana dedicata alla scrittrice inglese “Collezione Immaginario Rendell”
“La bottega dei delitti”

"Prosegue la pubblicazione in edizione tascabile delle opere di Ruth Rendell. La prima vittima, una ragazza, aveva un morso sul collo. Il test del DNA accusava il fidanzato di lei, ma la stampa aveva già trovato un nome per l’assassino - il Rottweiler - e quel nome aveva funzionato. L’ultimo corpo era stato scoperto vicino al negozio di Inez Ferry, nel quartiere londinese di Marylebone. Qualcuno aveva notato una figura che fuggiva nel buio, ma non aveva saputo dire neppure se si trattasse di un uomo o una donna. Unici indizi la predilezione dell’assassino a strangolare le proprie vittime e a tenere con sé un piccolo oggetto: un accendino, una collana. La vedova Inez Ferry ospita alcuni inquilini sopra il suo negozio di antiquariato, ed è in questo negozio che a volte l’assassino lascia le sue tracce. Le gesta imprevedibili e ossessive dell’assassino iniziano a turbare profondamente la vita di questa piccola ed eterogenea comunità di pensionanti, fin quando il sospetto non infrange l’ordine e la fiducia reciproca: uno di loro potrebbe essere il Rottweiler? “

I tredici gradini
“Nel silenzio irreale dell’antica dimora di St Blaise House, tredici scalini separano l’ordine maniacale e l’ostinata freddezza del giovane inquilino, Mix Cellini, dal disordine polveroso e dalla scontrosa diffidenza dell’anziana padrona di casa, miss Chawcher. Ma miss Chawcher e Mix hanno anche diverse cose in comune: entrambi vivono il sogno di un amore impossibile che sentono vicino a realizzarsi. Ed entrambi sono ossessionati, in modi diversi, dal numero 10 di Rillington Place e dalla tenebrosa figura di Reggie Christie, assassino e necrofilo giustiziato cinquant’anni prima. Ben presto, tutte queste ossessioni di amore e di morte diverranno pericolosamente nitide, e non basteranno pi tredici scalini a separare una lucida follia omicida dalla quieta normalità di tante vite anonime… “

La verità nascosta
“Ismay riusciva a non pensarci anche per settimane. Poi il sogno tornava a visitarla: uno specchio d’acqua trasparente. Qualcosa di bianco, appena sommerso, si avvicinava a lei, e sua madre le gridava senza un motivo apparente: «Non guardare!» Era il cadavere di Guy, il suo patrigno. Nove anni dopo, Ismay vive ancora con la sorella Heather, nella stessa casa di Clapham. Lei e Heather non discutono mai di nulla, nemmeno di quanto è accaduto in quel giorno di agosto… Ma anche vite riservate come le loro, in cui i segreti restano sospesi come pulviscolo nell’aria, si intrecciano con altre realtà, in modo che la verità riesca a emergere. Accanto alle due protagoniste, tra le strade e i parchi di una Londra accuratamente descritta, si muove una galleria variegata di personaggi che intrecciano complicati rapporti con le due sorelle: Ed, un infermiere che cerca di emanciparsi dal rapporto morboso con sua madre Irene, Andrew, l’odioso fidanzato di Ismay, Pamela, la zia zitella alla perenne caccia di avventure amorose, Beatrix, la loro madre completamente pazza che declama i versi dell’Apocalisse, Marion, una donna senza scrupoli disposta a tutto pur di conquistare un nuovo status sociale. La pluripremiata autrice di romanzi polizieschi ci regala un nuovo romanzo, un’indagine psicologica ricca di suspense e dall’intreccio possente.”

Non contenta di questa vasta produzione Ruth Rendell scrisse diversi romanzi con lo pseudonimo di Barbara Vine in cui approfondisce i suoi temi consueti e tenta, con successo, di superare i confini del genere per inserirsi con autorevolezza nella letteratura “mainstream”

1986, Occhi nel buio (A Dark-Adapted Eye), stampato dalla Longanesi.
1987, La casa della lunga estate (A Fatal Inversion), stampato dalla Longanesi.
1988, Ombre sulle scale (The House of Stairs), stampato dalla Longanesi.
1990, Gallowglass
1991, Il tappeto di re Salomone (King Solomon's Carpet), stampato da Corbaccio.
1993, I giorni di Asta Westerby (Asta's Book), stampato dalla Mondadori.
1994, La notte dei due uomini (No Night Is Too Long), stampato dalla Mondadori.
1995, La villa dei ricordi cattivi (The Brimstone Wedding), stampato dalla Mondadori.
1998, The Chimney Sweeper's Boy
2000, Grasshopper
2002, The Blood Doctor
2005, Il minotauro (The Minotaur), stampato dalla Fanucci.
2008, The Birthday Present

Dal suo libro forse più famoso e riuscito “La morte non sa leggere” Claude Chabrol, il celebre regista francese fondatore della “Nouvelle Vague” cinematografica, sempre attratto dalle atmosfere noir, ha tratto nel 1995 il film “Il buio nella mente” mentre Il romanzo “Carne viva” è stato portato sul grande schermo nientemeno che dall'eccentrico regista spagnolo Pedro Almodovar con il titolo di “Carne tremula”

In definitiva Ruth Rendell è una scrittrice che gli appassionati di gialli non possono tralasciare anche perché nei suoi romanzi non c'è mai il lieto fine che riporta la società alla tranquillità che imperava prima del delitto ma questa viene perturbata e scossa nelle fondamenta dagli accadimenti e l'angoscia rimane...

Tra i suoi romanzi più convincenti, a mio parere, sono da citare, oltre a “Il mio peggior amico” e “La morte non sa leggere”, L'ispettore vede giallo”, “La morte mi ama”, “La bambola che uccide” e soprattutto “La leggerezza del dovere”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 25 Novembre 2012 17:48:58
Messaggio:

Leo Bruce, la faccia ironica del giallo inglese
Tra i numerosi autori del giallo inglese una menzione particolare va dedicata a Rupert Croft-Crooke meglio noto come Leo Bruce.
Nato a Edenbridge nel 1903, Bruce, antiquario di libri, critico letterario e poeta, già nel suo primo romanzo giallo del 1936 “Un caso per tre detective” mette in luce le caratteristiche della sua produzione gialla, la grande ironia che permea ogni sua indagine poliziesca.
“Un caso per tre detective” è forse il più strano e sorprendente giallo mai scritto. Infatti l’indagine su di un delitto inspiegabile avvenuto in una camera chiusa viene affidata a tre investigatori modellati sulle figure dei segugi più famosi dell’epoca.
Lord Simon Plimsoll, Monsieur Amer Picon, e Monsignor Smith, che richiamano alla mente Lord Peter Wimsey, Hercule Poirot e Padre Brown, si mettono subito al lavoro ed elaborano tre diverse teorie, ognuna perfettamente coerente con i ragionamenti logici dei celebri modelli e ognuna perfettamente sbagliata. A dipanare la matassa sarà il rozzo sergente William Beef, grande amante della birra, che nei gialli tradizionali sarebbe capace solo di accompagnare i testimoni davanti al genio dell’indagine mentre in questo caso dimostra il suo grande buon senso accompagnato ad un sottile acume.
Narrata da un Watson insolitamente acido e scettico, il signor Townsend, il caso è il primo di una serie che presentano tutti questi tratti ironici e divertenti che mostrano un lato particolare del giallo classico.
I romanzi con Beef protagonisti sono:
1936 -Un caso per tre detective (Case for Three Detectives), Il Giallo Mondadori n. 1786, [1] I Classici del Giallo Mondadori n. 853 I Bassotti n. 87
1937 - Delitto senza cadavere (Case Without a Corpse), Il Giallo Mondadori n. 1850
1939 - Case with Four Clowns
1939 - Un caso non concluso (Case with No Conclusion), Il Giallo Mondadori n. 2075
1940 - Il sergente Beef fa quadrato (Case with Ropes and Rings), Il Giallo Mondadori n. 19311947 - Case for Sergeant Beef
1951 - Stesso giorno, stessa ora (Neck and Neck), Il Giallo Mondadori n. 1963
1952 - Sangue freddo (Cold Blood), Il Giallo Mondadori n. 1810 I Classici del Giallo Mondadori n. 1022
1993 - Family Web: A Story of India (scritto con Sarah Hobson, postumo)
Dopo le sue avventure nella Polizia Beef diventa investigatore privato e si mette in diretta concorrenza con i migliori detective che percorrono le nebbiose periferie inglesi. Nel romanzo “Sangue freddo “ il suo posto nel mondo dell’indagine viene reso in questo modo sornione con una strizzatina d’occhio che strappa una standing ovation:
-Dunque lei è convinto che trovare la verità e liberare Rudolf Ducrow da ogni sospetto siano la stessa cosa? E’ così sicuro che non è stato lui e perciò mi assume per investigare?
-Esattamente.
-E perché ha cercato proprio me?- chiese Beef a voce alta e brusca
-Ci fu la traccia di un sorriso sul volto di Theo Gray, mentre rispondeva.
-Volevo il migliore.
-Ce ne sono tanti più conosciuti di me- fece il mio amico- Tanti dei quali hanno anche scritto di meglio. Perché non è andato da Poirot, giusto per dirne uno?
Per la prima volta il signor Gray sembrò un po’ a disagio.
-A dire il vero ho fatto un tentativo-disse- ma il signore era impegnato in un altro caso.
-E Albert Campion?
-Non era interessato, credo di aver capito.
-Così come ultima risorsa è venuto dal vecchio Beef. Sa, signor Gray, non so se alla fine l’accetterò questo caso. E allora lei che farà?
-Mi metterò subito al telefono, in cerca dell’ispettore French…Cominciò a dire Gray, ma Beef stava chiocciando.
-Lo prendo, lo prendo- disse – E adesso pensiamo al lavoro.”
Nel 1955 Bruce creò un nuovo investigatore, Carolus Deene insegnante detective che è protagonista dei seguenti libri:
1955 - At Death's Door
1956 - Dead for a Ducat
1956 - Death of Cold
1958 - Il passeggero del Saragossa (Dead Man's Shoes), Il Giallo Mondadori n. 2736
1958 - A Louse for the Hangman
1959 - Un rompicapo per Deene (Our Jubilee is Death), Il Giallo Mondadori n. 2752
1960 - Un tranquillo villaggio di paura (Furious Old Women), Il Giallo Mondadori n. 1893
1960 - Carolus Deene e il giglio bianco (Jack on the Gallows Tree), Il Giallo Mondadori n. 2766
1961 - A Bone and a Hank of Hair
1961 - Ascoltami, Carolus! (Die All, Die Merrily), Il Giallo Mondadori n. 2781
1962 - Carolus Deene e il tuffo mortale (Nothing Like Blood), I Classici del Giallo Mondadori n. 939
1963 - Diario di un assassino (Crack of Doom, noto anche come Such is Death), I Classici del Giallo Mondadori n. 1043
1964 - Carolus Deene e il mostro di Albert Park (Death in Albert Park), I Classici del Giallo Mondadori n. 957
1965 - Death at Hallows End
1966 - Death on the Black Sands
1967 - Il college degli enigmi (Death at St. Asprey's School), I Classici del Giallo Mondadori n. 977
1967 - Morte di un pendolare (Death of a Commuter), Il Giallo Mondadori n. 1058
1968 - Death on Romney Marsh
1969 - Ricetta per un delitto (Death with Blue Ribbon), I Classici del |Giallo Mondadori n. 994
1970 - Notti di Halloween (Death on All Hallowe'en), Il Giallo Mondadori n. 2806
1971 - Death by the Lake
1974 - Death in the Middle Watch
1974 - Death of a Bovver Boy
1992 - Murder in Miniature: The Stories of Leo Bruce (postumo)
Questi gialli non deludono chi cerca il profumo di Arsenico e vecchi merletti tipico dei romanzi classici all’inglese e fanno di Leo Bruce un ottimo comprimario sulla scena del “whodunit” britannico.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 25 Novembre 2012 17:49:44
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Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 29 Novembre 2012 21:56:54
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Un altro giallista che ha fatto dell’ironia il suo tratto saliente è Edmund Crispin.
Nato nel 1921 Bruce Montgomery, vero nome di Edmund Crispin, fu anche un apprezzato compositore, il cui lavoro più noto è il “Concertino for string orchestra” http://www.youtube.com/watch?v=e1-aGKfa1gM , organista e direttore d’orchestra.
Questo suo livello culturale trapela anche nei suoi gialli, ricchi di citazioni, giochi di parole e suggestioni letterarie derivate anche dal fatto che fu per tanti anni titolare della rubrica di critica della narrativa poliziesca per il Sunday Times

I suoi romanzi hanno come ispirazione i lavori di John Dickson Carr, sia come atmosfere sia come struttura d’impianto tanto che l’investigatore, professore di lingua inglese all’Università di Oxford si chiama Gervase Fen, trasparente rimando all’illustre Gideon Fell eroe di molti gialli di Dickson Carr.
La produzione gialla di Edmund Crispin inizia nel 1944 con “La mosca dorata” e prosegue con i seguenti libri:
1945, Il diavolo nella cattedrale (Holy Disorders), stampato nel 2004 nella collana Classici del Giallo con il numero 1032.
1946, Il negozio fantasma (The Moving Toyshop), stampato nella collana Classici del Giallo con il numero 649; una seconda edizione è uscita nel 2005, sempre nella collana Classici del Giallo con il numero 1082.
1947, Il canto del cigno (Swan Song), stampato nel 2004 nella collana Classici del Giallo con il numero 1016.
1948, Il manoscritto perduto (Love Lies Bleeding), stampato nella collana Classici del Giallo con il numero 820.
1948, Ritornello di morte (Buried For Pleasure), stampato nel 2005 nella collana Classici del Giallo con il numero 1048; stampato anche come Sepolto vivo dalla Martello nella collana Gialli del Veliero con il numero 18.
1950, Morte sul set (Frequent Hearses), nella collana Classici del Giallo con il numero 995; stampato anche dalla Casini Editore nella collana I Gialli del Secolo come Cercasi ragazza occhi azzurri.
1952, La morte nel villaggio (The Long Divorce), stampato nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 154 e ristampato nella collana Classici del Giallo con il numero 878.
1953, Beware of the Trains (racconti)
1977, Omicidio sotto la luna (The Glimpses of the Moon), stampato nel 2005 nella collana Classici del Giallo con il numero 1068.
1979, Fen Country (racconti)

Il romanzo più noto e caratteristico di Crispin è senz’altro “Il negozio fantasma” che P. D. James ritiene uno dei cinque gialli più affascinanti.

Questa è la presentazione nella quarta di copertina de “I classici del Giallo Mondadori del 1991:
“E’ notte fonda, a Oxford, quando Richard Cadogan, amabile poeta, inciampa nel cadavere di un’anziana signora in un negozio di giocattoli. Ma l’indomani mattina quel sinistro negozio è scomparso e al suo posto compare una drogheria. La polizia si mostra incredula e Cadogan comincia a dubitare delle proprie facoltà mentali. Una vera fortuna per lui essere amico di Gervase Fen, professore di Lingue e Letteratura Inglese, nonché abile investigatore dilettante che, senza perdere tempo, comincia a indagare su quel delitto che pare non essere mai avvenuto. Con pochi indizi e molta fantasia appura che il negozio fantasma, il cadavere e il movente sono reali. E in una frenetica girandola di colpi di scena, che hanno non pochi aspetti esilaranti, alla fine l’intricata matassa viene dipanata.”.
In effetti il professor Fen scatena una caccia all’uomo sgangherata e folle che ricorda da vicino i film comici della Keystone con vorticosi inseguimenti e continui equivoci che danno al romanzo una robusta patina comica. Altro fattore da rimarcare è il metodo d’indagine logica del professore esemplificato in queste battute tratte sempre da “Il negozio fantasma”:

"Mio caro Richard, Havering se ne sarebbe ben accorto se la vittima fosse stata uccisa solo qualche istante prima, e questo avrebbe chiaramente indicato Mallory come l’assassino; e inoltre non c’è ragione al mondo per cui Havering volesse proteggerlo una volta che tutta la faccenda fosse venuta alla luce. Anzi, aveva ogni motivo per non farlo. E tutte le versioni coincidono con tanta esattezza, e offrono tanti particolari facilmente controllabili, che possiamo senz’altro accettarle. C’è un neo nella tua teoria: Mallory avrebbe potuto strangolare la Tardy tra le undici e le undici e trenta, oppure alle undici e cinquanta; ma lei è deceduta tra le undici e trentacinque e le undici e quarantacinque.
-Oh, va be’- si arrese Cadogan, disgustato. –Quindi non è stato Mallory. Chi è stato?
-Mallory, naturalmente- rispose Fen dirigendosi alla porta della stanza in cui Havering era prigioniero.”

Niente paura, ho sostituito il nome dell’assassino con uno di fantasia per non togliervi il piacere della lettura di questo strambo, originale ma godibilissimo giallo.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 05 Dicembre 2012 21:26:45
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E’ programmata per la fine di dicembre su Canale 5 la serie TV prodotta dalla BBC “Inchieste dell’ispettore Zen” ispirata dai gialli dello scrittore inglese Michael Dibdin e che tra i protagonisti vede la presenza di Rufus Sewell e di Caterina Murino.
Aurelio Zen è un ispettore di polizia elegantissimo e tenebroso di origini venete che lavora a Roma e indaga su casi criminali che hanno come sfondo intrecci di politica, potere e corruzione molto credibili.
Nato a Wolverhampton nel 1947 e morto a Seattle nel 2007 Dibdin ha scritto diversi gialli con Aurelio Zen:
1988, Nido di topi (Ratking), stampato nel 1991 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2209.
1990, Vendetta (Vendetta), stampato nel 1990 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2186.
1992, La cabala (Cabal), stampato nel 1993 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2317.
1994, Laguna morta (Dead Lagoon), stampato dalla Passigli.
1996, Così Fan Tutti (Cosi Fan Tutti), stampato dalla Passigli
1998, Vendetta d'annata (A Long Finish), stampato dalla Passigli.
1999, Pioggia di sangue (Blood Rain), stampato dalla Passigli
2002, ...e poi muori (And Then You Die), stampato dalla Passigli.
2003, Medusa
2005, Back to Bologna
2007, End Games
Oltre ai seguenti che non hanno personaggi fissi:
1978, L'ultimo caso di Sherlock Holmes (The Last Sherlock Holmes Story), stampato nella collana Libreria del giallo.
1986, A Rich, Full Death
1989, The Tryst
1991, Turpi inganni (Dirty Tricks), stampato dalla Mondadori.
1993, The Dying of Light
1995, Dark Specter
2000, Thanksgiving
2001, The Vine
Questa è la presentazione dell’autore pubblicata nel giallo “La cabala” nell’edizione de “Il giallo Mondadori” del 1993:
“Michael Dibdin scrive crime novel e su questa definizione è irremovibile. Dice di essere perfettamente lucido su ciò che scrive: ottimi romanzi di seconda categoria. Ma non tutti sono d’accordo. Da Chandler alla P.D. James, la narrativa gialla si è spostata verso piani più alti-. Dibdin stesso, per quanto lui sostenga il contrario, è stato speso considerato un grande scrittore tout-court, non solo un grande scrittore di genere. Il fatto è forse ha paura di cadere. “Perché, dice, i romanzi di prima categoria non hanno la rete di protezione… questo genere ha invece centinaia di piccoli trucchi che consentono di farlo sempre volare…”
Il suo primo romanzo è “L’ultimo caso di Sherlock Holmes”, giallo in cui Holmes svolge indagini su Jack lo Squartatore.
“Era un pastiche, un remake del personaggio, del periodo in cui è vissuto e dello stile di Conan Doyle. Ho fatto la stessa operazione con Robert Browning, il famoso poeta inglese, ambientando la storia a Firenze nel 1855. Poi ho vissuto a Perugia per quattro anni e mezzo, facendo il lettore all’Università.
Sono tornato in Inghilterra nel 1984 e ho scritto il primo romanzo con il personaggio di Aurelio Zen “Nido di topi”. E’ anche il mio primo romanzo ambientato nel mondo contemporaneo ed è stato premiato dal Gold Dagger (premio letterario assegnato annualmente dalla Crime Writers' Association (Associazione degli Scrittori di Romanzi Gialli), per il miglior romanzo giallo dell'anno).
A questo è seguito “Vendetta”, “La Cabala” e “Turpi inganni” che non ha Zen come protagonista. E’ un giallo “ai limiti” nel senso che contiene un filo giallo, ma non è questo l’aspetto più importante della storia.
Della sua esperienza italiana e dell’Italia Dibdin dice: “in fondo io credo che l’Italia e l’Inghilterra siano molto simili. Solo che in Italia tutte le brutture sono in superficie, nel senso che la gente ne parla. E’ dato per scontato che ai vertici del potere ci sia corruzione, che la giustizia non funzioni, che le poste non funzionino, insomma che non funzioni niente. In Inghilterra, invece, è diverso, nel senso che il mito della società esiste. Tutto va bene, tutto funziona, si vive bene, tutto è perfetto. I politici non sono corrotti… va beh..la polizia è onesta. Poi leggi nei giornali i fatti e ti rendi conto che la realtà è un'altra. Quindi cambia l’apparenza, ma la sostanza è la stessa.
Insomma tutto il mondo è paese, molto più di quanto si creda.”
Il giallo Mondadori 27-6-1993
“La Cabala” è a mio parere il miglior romanzo di Dibdin e questo è il sunto nella quarta di copertina:
“Quando, in una fredda sera di novembre, il principe Ludovico Ruspini precipita dalla balconata della cupola di San Pietro e si sfracella al suolo, tra l’orrore dei fedeli, per gli inquirenti si apre un inquietante ventaglio di interrogativi. Cosa faceva il principe all’interno del Vaticano? Perché era sotto sorveglianza? E poi, è caduto o è stato spinto? Le autorità vaticane chiedono l’intervento della polizia italiana, ma premono anche perché il caso sia chiuso il più in fretta possibile con un verdetto di suicidio. L’ispettore Aurelio Zen però ha più di un dubbio. Zen esplora in profondità le implicazioni dello scandalo che la morte di Ruspini ha provocato e scopre che i possibili testimoni, uno dopo l’altro, vengono ridotti al silenzio. Qual è il segreto del Vaticano? Chi c’è dietro tutti i delitti? La risposta è difficile da afferrare e Zen sa che non sbroglierà il caso finché non riuscirà a penetrare nella più segreta delle società segrete: “La Cabala”. Un altro successo di Dibdin, maestro di scrittura ad un tempo evocativa e solidamente documentata. Una trama complessa e appassionante. Insomma un autore che va sempre più affermandosi sul mercato internazionale”


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 11 Dicembre 2012 22:19:44
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Il giallo scandinavo, un fenomeno nuovo che viene da lontano

Il grande successo della trilogia Millennium scritta da Stieg Larsson ha portato alla ribalta i gialli svedesi ma la letteratura poliziesca che viene dalla fredda Scandinavia ha una storia lunga e gloriosa, tanto che molti ritengono che il genere sia nato proprio in Norvegia per opera dello scrittore Maurits Hansen che fu uno dei padri della narrativa nordica e che, nel 1839, ben due anni prima del racconto di Poe “I delitti della Via Morgue” scrisse “L'assassinio del motorista Rolfsen - aneddoto criminale di Kongsberg” considerato il vero primo romanzo giallo.

La narrativa poliziesca scandinava moderna nasce quando due scrittori svedesi, compagni anche nella vita Maj Sjöwall e Per Wahlöö creano il personaggio di Martin Beck, commissario della polizia di Stoccolma che ricorda sia le atmosfere intime dei gialli di Siemen che il lavoro di squadra dell'87° distretto immaginato da Ed McBain.

Henning Mankell, uno dei più importanti esponenti della tradizione poliziesca svedese non nasconde il grande debito che ha nei confronti dei due coniugi, nell'introduzione alla ristampa del primo romanzo “Roseanna” pubblicato per la prima volta nel 1965:
“Il libro non è per niente invecchiato. Perfino la lingua appare energica e viva. A cambiare è la realtà e io stesso. A quell'epoca si fumava sempre. Non esistevano i telefonini; erano le cabine telefoniche a contare. Si andava nei grill a pranzare, nessuno aveva dei mini-registratori in tasca e di computer s'era a malapena sentito parlare. Quella svedese, inoltre, era una società che si trovava ancora più vicina al passato che al futuro. Le grandi ondate di immigrati non erano ancora iniziate. Arrivavano operai in alcune delle nostre grandi industrie ma le ondate di rifugiati non esistevano. E tutti mostravano il passaporto anche se dovevano recarsi soltanto in Norvegia o in Danimarca.
Per Wahlöö è scomparso da molti anni, Maj Sjöwall è invecchiata come siamo invecchiati io e i lettori che essi raggiungevano una generazione fa. Ora rileggo il romanzo su Roseanna in un giorno di dicembre, quarant'anni dopo la sua uscita. Molte cose naturalmente le ho dimenticate. Ma la costruzione del romanzo poggia su solide fondamenta. E' ben studiato, ben strutturato. E' evidente che avevano preparato accuratamente il loro progetto di scrivere dieci libri sulla squadra omicidi, i forma di fiction ma basato sulla realtà. L'intenzione è chiara. Già nella prima pagina del romanzo, ad esempio, c'è una minuziosa disamina del processo decisionale congiunto di varie autorità quando si tratta di organizzare il dragaggio di una zona del Canale gota ostruita dal fango.
(…) Quante volte mi hanno domandato cos'abbiano significato per me i romanzi di Per Wahlöö e Maj Sjöwall; non lo so ma fatico a credere che chi si sia dedicato al lavoro di scrivere sul crimine come riflesso della società, in un modo o nell'altro non si sia ispirato a quanto hanno scritto loro.”

Anche il norvegese Jo Nesbø, il nuovo astro nascente del giallo nordico è un fan della coppia di giallisti svedesi:

“Gli artisti stanno sulle spalle di artisti che sono venuti prima di loro. E' così, che lo vogliano o meno e che ne siano o meno consapevoli. L'artista crea qualcosa che è la continuazione del lavoro di altri, sia che balli, giochi a calcio o scriva libri. Ma le spalle di alcuni sono più larghe di quelle di altri, dove chi sale non riesce comunque ad arrivare più in alto.
Sulle spalle di Sjöwall e Wahlöö, ad esempio, c'è spazio per tutti gli scrittori contemporanei. Vi trovano posto persino quelli scrittori che non hanno letto un libro di Sjöwall e Wahlöö e che pertanto si considerano totamente immuni dalla loro influenza. Questo perchè, al pari di altri scrittori come Raymond Chandler, Dashiell Hammett e Georges Simenon, hanno definito il genere, l'aspettativa del lettore su come dev'essere un giallo e quindi il punto di partenza, il ground zero, da cui, con la promessa del genere “romanzo su un crimine” stampata sulla copertina, comincia la propria comunicazione con il lettore. Dove dirigersi da lì, è ovviamente a discrezione del singolo. E' si può ovviamente creare qualcosa di totalmente nuovo. Come hanno fatto Sjöwall e Wahlöö.
Fu con “L'uomo al balcone” che la coppia di scrittori svedesi sfondò nel 1965. nell'estate del 1963 due ragazzine erano state violentate e uccise a Stoccolma, dopo che l'autore del crimine le aveva attirate fuori dal parco in cui giocavano, e questa vicenda ripresa dalla realtà fornì lo spunto al romanzo. E questa è la prima cosa che colpisce chi inizia a leggere il libro: la storia è reale.”
Dalla prefazione di Jo Nesbø a “L'uomo al balcone”

L'improvvisa morte di Per Wahlöö nel 1975 chiuse la serie di romanzi con protagonista Martin Beck mentre Maj Sjöwall continuò a scrivere altri gialli in coppia con lo scrittore olandese Tomas Ross e col tedesco Jürgen Alberts.
Questi sono i romanzi che costituiscono la serie con Martin Beck:


Roseanna (1965)Roseanna, trad. Hilia Brinis, Milano: Garzanti, 1973; trad. Renato Zatti, Palermo: Sellerio, 2005 ISBN 8838919747
Mannen som gick upp i rök (1966) L'uomo che andò in fumo, Garzanti, 1974; Sellerio, 2009 ISBN 8838923582 ISBN 9788838923586
Mannen på balkongen (1967)
L'uomo al balcone, Garzanti, 1973; Sellerio, 2006 ISBN 8838921350 ISBN 9788838921353
Den skrattande polisen (1968)
Il poliziotto che ride, Garzanti, 1973; Sellerio, 2007 ISBN 8838922071
Brandbilen som försvann (1969)
L'autopompa fantasma, Garzanti, 1974; Sellerio, 2008 ISBN 8838922675 ISBN 9788838922671
Polis, polis, potatismos! (1970)
Omicidio al Savoy, Garzanti, 1974; Sellerio, 2008 (con una nota di Andrea Camilleri) ISBN 9788838923043
Den vedervärdige mannen från Säffle (1971)
L'uomo sul tetto, Sellerio, 2010 ISBN 8838924228
Det slutna rummet (1972)
La camera chiusa, Sellerio, 2010 ISBN 8838924961
Polismördaren (1974)
Un assassino di troppo, Garzanti, 1976; Sellerio, 2005 ISBN 8838920699 ISBN 9788838920691
Terroristerna (1975)
Terroristi, Sellerio, 2011 ISBN 8838925658


I due scrittori svedesi devono la loro fama in Italia in gran parte ad Andrea Camilleri che segnalò i loro gialli alla Sellerio e che ne parla in alcuni romanzi di Montalbano come per esempio in “La vampa d'agosto: "Po’ sinni stetti a liggirisi fino alle unnici un bello romanzo poliziesco di dù autori svidisi che erano marito e mogliere e indove non c’era pagina senza un attacco feroce e motivato alla socialdemocrazia e al governo. Montalbano mentalmente lo dedicò a tutti quelli che si sdignavano di leggiri gialli pirchì, secondo loro, si trattava sulo di un passatempo enigmistico."

Con una raccomandazione del genere non si può certo resistere al fascino di questi gialli forse un po' datati ma molto interessanti e impegnati.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 16 Dicembre 2012 09:43:24
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La letteratura svedese ha una lunga tradizione di scrittori di alto livello e per fermare l'analisi al solo Novecento possiamo citare i nomi di August Strindberg (celebre drammaturgo autore di “La signorina Giulia”, “La camera rossa” e Delitto per delitto”), Selma Lagerlöf, (primo premio Nobel femminile, autrice di famosi romanzi come “La saga di Gösta Berling” e “Il Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson”), Pär Fabian Lagerkvist, altro premio Nobel, autore del romanzo “Barabba” che fu portato sugli schermi da Richard Fleischer e la celebre Astrid Lindgren creatrice di Pippi Calzelughe e autrice anche di “Vacanze all'isola dei gabbiani”.

Sul solco di questa grande eredità il giallo svedese trova nuova linfa con Kerstin Ekman, scrittrice nata nel 1933 che nei suoi libri riesce a fondere con maestria il plot giallo con una particolare capacità di scandagliare l'animo umano. La qualità della sua narrativa è testimoniata anche dal fatto che è stata membro dell'Accademia di Svezia sino alle sue dimissioni dovute alla mancata solidarietà dell'Accademia a Salman Rushdie.
Il suo più grande successo è indubbiamente “Il buio scese sull'acqua” ambientato nelle solitarie terre del nord della Svezia.

Questa è la presentazione del libro nei risvolti di copertina:

Svartvattnet, "acqua nera", è il nome di un piccolo villaggio nel Nord della Svezia. Annie Raft ha deciso di trasferirsi con la figlia in quel luogo lontano e solitario, dove l'aspetta una nuova vita insieme al suo amante, Dan. Ma il giorno dell'arrivo (nel pieno dell'estate nordica, quando una luce livida aleggia su ogni cosa) le riserva un crudele benvenuto: attraversando un bosco Annie si imbatte nei cadaveri straziati di due campeggiatori; è la scoperta di un delitto che rimarrà irrisolto per anni, segnando indelebilmente la vita del villaggio. Ma è soprattutto Annie a restare segnata: incapace di dimenticare, intraprende la sua privata, ossessiva indagine che la porterà a contatto con diversi personaggi, ciascuno dei quali potrebbe essere il colpevole o conoscere un frammento di verità; come Johan, che vagava nella foresta poco dopo l'omicidio, come il dottor Birger, impegnato con Annie nella ricerca di un po' di luce. Sono gli abitanti del paese dell'acqua nera, dove la natura è ostile e cancella con prepotenza le impronte dell'uomo; dove le case sono isolate e irraggiungibili, come i pensieri di chi le abita; dove ogni essere sembra celare un segreto. Kerstin Ekman è riuscita a regalarci un thriller emozionante e ben costruito, ambientato in un paesaggio indimenticabile. Ma allo stesso tempo la sua narrazione è ricca di spessore psicologico e attenzione per i conflitti emotivi e morali dei personaggi.

Tra gli altri suoi romanzi più noti ci sono “La caccia”:
Nord della Svezia, sta per iniziare l'annuale caccia all'alce. Un pulmino sfreccia in mezzo al bosco con a bordo sei uomini. Hanno tutti bevuto troppo e alla stazione li aspetta un amico. La fretta e l'alcol fanno sì che il guidatore non veda la donna in bicicletta, che viene travolta e uccisa. I sei amici, terrorizzati, decidono di non denunciare l'accaduto. Quando Bodin, l'uomo che li attendeva alla stazione, il giorno successivo fa sapere che quest'anno parteciperà anche lui alla caccia, i sei capiscono di trovarsi di fronte non solo un testimone ma anche a un ricattatore.
“Sotto la neve”:
La misteriosa scomparsa di Matti Olsen, maestro di scuola nel villaggio lappone di Rakispokk, dopo una partita di mah-jong, dà origine prima all'inchiesta ufficiale dell'agente di polizia Torsson (che archivia il caso come morte accidentale) e poi all'indagine personale di un vecchio conoscente di Olson, David Malm. La collaborazione tra i due, diversissimi per carattere, porterà alla scoperta di segreti e rivalità insospettabili nello sperduto villaggio dominato dall'oscurità e dal gelo invernale.

E “La voce del torrente”:
1916 Svezia: la levatrice Hillevi Klarin si trasferisce dalla città di Uppsala al remoto villaggio di Roback per seguire il suo fidanzato Edvard Nolin, futuro pastore di quella parrocchia. Il paese è situato tra boschi e laghi, in una zona di confine dove abitano insieme, non senza difficoltà, svedesi e lapponi, dove le condizioni di vita durissime lasciano un segno di primitiva ruvidezza sugli abitanti. La nuova realtà riserva a Hillevi molte situazioni inaspettate e difficili. Ma Hillevi decide di non arrendersi ed inizia ad ambientarsi in questa terra brutale e affascinante. Presto si renderà conto di non amare Edvard, ma Trond Halvorsen, che sposerà, adotterà una bambina lappone, e cercherà di fare da mediatrice tra i lapponi e gli svedesi.

Kerstin Ekman è una scrittrice che riesce a darci una vivida rappresentazione delle inquietudini di una nazione che ci sembra perfetta e in pace con se stessa ma che cova dentro di se tanti germi di insicurezza e di profonde tragedie svelate in questi romanzi che superano i confini della letteratura gialla.

Un altro autore che ha capito la lezione di Sjöwall e Wahlöö è Henning Mankell, creatore dell'ispettore Wallander e profondo indagatore dell'animo svedese tanto che si potrebbe azzardare che Mankell non cerca la colpa nell'assassino delle sue storie ma nell'esistenza del suo Paese. “Come abbiamo fatto ad arrivare a questo?” si chiese spesso Kurt Wallander, protagonista di numerosi gialli di Mankell.
In controluce si delinea la trasformazione di una Nazione che ha perso le sue linee guida e si è evoluta secondo direttrici molto diverse da quelle che la sua storia facevano prevedere. La critica sociale di Mankell è spietata, molto più incisiva di quella della coppia Sjöwall e Wahlöö, che pure non nascondevano carenze e difetti della società svedese del benessere.
Come nei gialli di Martin Beck, le vicende personali dell'investigatore e le sue indagini poliziesche si intersecano per darci un ritratto a tutto tondo di un ambiente e di un mondo che viene raffigurato nella sua interezza, rendendoci partecipi sino in fondo dei chiaroscuri della vita svedese.
Kurt Wallander è un uomo alla deriva, con tutti i nostri vizi e le nostre debolezze ma affronta i suoi casi professionali con ostinazione e tenacia e alla fine, malgrado le sue ferite esistenziali doloranti riesce a far prevalere la giustizia pur non gioendo di questi successi ma avendo un atteggiamento sempre riflessivo sulla condizione umana.

I romanzi di Mankell dedicati a Kurt Wallander sono:

1991 - Assassino senza volto (Mördare utan ansikte - Faceless Killers), Marsilio (ISBN 88-317-8677-6)
1992 - I cani di Riga (Hundarna i Riga - The Dogs of Riga), Marsilio (ISBN 88-317-7209-0)
1993 - La leonessa bianca (Den vita lejoninnan - The White Lioness), Marsilio (ISBN 88-317-8721-7)
1994 - L'uomo che sorrideva (Mannen som log - The Man Who Smiled), Marsilio (ISBN 88-317-7211-2)
1995 - La falsa pista (Villospår - Sidetracked), Marsilio (ISBN 88-317-8483-8)
1996 - La quinta donna (Den femte kvinnan - The Fifth Woman), Marsilio (ISBN 88-317-8782-9)
1997 - Delitto di mezza estate (Steget efter - One Step Behind), Marsilio (ISBN 88-317-8484-6)
1998 - Muro di fuoco (Brandvägg - Firewall), Marsilio (ISBN 88-317-7213-9)
1999 - Piramide (Pyramiden - The Pyramid), Marsilio (ISBN 88-317-8630-X)
2002 - Prima del gelo (Innan frosten - Before the frost), Mondadori (ISBN 88-04-50935-X)
2009 - L'uomo inquieto (Den orolige mannen), Marsilio (ISBN 978-88-317-0728-2)

Oltre a questi ha scritto anche:

1990 - Il cane che inseguiva le stelle (Hunden som sprang mot en stjarna), Fabbri (ISBN 88-451-8286-X)
1991 - Joel e le lettere d'amore (Skuggorna växer i skymningen), Fabbri (ISBN 88-451-0752-3)
1995 - Comédia infantil (Comédia infantil), Marsilio (ISBN 88-317-7742-4)
1995 - Il segreto del fuoco (Eldens Hemlighet), Fabbri (ISBN 88-451-2891-1)
2000 - Il figlio del vento (Vindens son), Marsilio (ISBN 88-317-7988-5)
2000 - Il ritorno del maestro di danza (Danslärarens återkomst - The Return of the Dancing Master), Marsilio (ISBN 88-317-9203-2)
2004 - Nel cuore profondo (Djup - Depth), Mondadori (ISBN 88-04-54859-2)
2006 - Scarpe Italiane (Italienska skor), Marsilio (ISBN 978-88-317-9415-2)
2007 - Il cervello di Kennedy (Kennedys hjärna - Kennedy's Brain), Arnoldo Mondadori Editore (ISBN 88-04-56664-7)
2007 - Il cinese (Kinesen - The Man from Beijing), Marsilio (ISBN 88-317-9787-5)
2009 - Il ragazzo che dormiva con la neve nel letto (Pojken som sov med snö i sin säng ), Rizzoli (ISBN 978-88-17-02950-6)
2009 - Il ragazzo che voleva arrivare ai confini del mondo (Resan till världens ände ), Rizzoli (ISBN 978-88-17-03701-3)
2012 - Ricordi di un angelo sporco (Minnet av en smutsig ängel), Marsilio (ISBN 978-88-317-1225-5)


Personalmente ritengo che i suoi romanzi più riusciti siano “Delitto di mezza estate”, “La leonessa bianca”, “La falsa pista”e “Il ritorno del maestro di danza” ma tutti meritano di essere letti per la capacità di Mankell di architettare trame incisive e appassionanti.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 18 Dicembre 2012 22:08:55
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L'atmosfera natalizia ha spesso ispirato gli scrittori di gialli, forse perché come scrisse Isaac Asimov, “se per avventura vi sentite un po' nauseati in questo periodo dell'anno e avete bisogno di un contrappeso alla saccarinità della stagione un giallo è il libro per voi” oppure per dimostrare come sosteneva Hercule Poirot nel romanzo “Il Natale di Poirot”, che è molto più facile che un delitto avvenga durante il Natale perché “C'è molta ipocrisia... e lo sforzo per essere amabili crea un malessere che può essere in definitiva pericoloso."

“Il Natale di Poirot” è uno dei più famosi gialli ambientati durante questo scorcio di dicembre ed è molto noto anche perché contiene un mistero della camera chiusa molto intrigante. Tutti i più grandi scrittori hanno frequentato questa sfida natalizia a partire da Rex Stout con il racconto “Natale di morte” in cui Archie Goodwin partecipa ad un party natalizio dove il padrone di casa brinda con un Pernod avvelenato versatogli nientemeno che da Babbo Natale. Toccherà poi a Nero Wolfe sbrogliare la matassa.
Nella raccolta di racconti ispirati ad ogni mese dell'anno Ellery Queen dedica a dicembre “L'avventura della bambola del delfino” dove lo scaltro investigatore indaga sul tentato furto di una preziosa bambola esposta in un grande magazzino alla vigilia del Natale.
John Dickson Carr invece, ambientò a Natale, il suo racconto “Il cappuccio del cieco” che fu pubblicato assieme agli citati nel libro “Delitti di Natale” edito da Editori Riuniti nel 1995 e ristampato più di recente da Polillo Editore. In questa raccolta figurano, tra gli altri, anche contributi di Dorothy L. Sayers “La collana di perle” e di Isaac Asimov “Il tredicesimo giorno”.

Tra i romanzi influenzati da questa festività ricordo “Il delitto che diverte” di Fredric Brown dove Babbo Natale vaga per New York compiendo delitti senza che nessuno possa fermarlo, “La notte di Babbo Natale” di Serge Quadruppani dove Babbo Natele irrompe nella casa di un'agiata famiglia minacciando una strage. Più classico invece è il romanzo “delitto di Natale” di Cyril Hare dove l'uomo politico Robert Warbeck viene avvelenato durante la festa e il professor Bottwin dovrà risolvere un delitto vecchio stampo.

In libreria quest'anno possiamo trovare un'altra rassegna di delitti sotto l'albero, dal titolo “Natale in giallo” edita da Sellerio che pubblica autori come Gian Mauro Costa, Carlo Flamigni, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Ben Pastor, Santo Piazzese e Francesco Recami.
Tutti i migliori giallisti italiani hanno contribuito all'interessante libro “Giallo Natale” pubblicato da Cairo Publishing che in stretto ordine alfabetico schiera in campo Altieri, Avoledo, Baldini, Biondillo, Carofiglio, Comastri Montanari, Dazieri, De Cataldo, Fois, Gardumi, Garlaschelli, Grimaldi, Leoni, Lucarelli, Macchiavelli, Montanari, Pederiali, Rigosi, Soria e Vichi.

Niente da dire, è proprio un'ottima compagnia per passare le feste sotto il segno del giallo.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 31 Dicembre 2012 17:43:25
Messaggio:

La scuola giallistica svedese ha una grande storia che comincia nel 1905 con “Doktor Glas” importante romanzo di Hjalmar Söderberg, un grande affresco criminale, più vicino a ”Delitto e castigo” che al romanzo poliziesco di consumo. Per anni poi, la produzione svedese rimase più aderente ai modelli classici degli autori rinomati come Conan Doyle (Sture Stig, S.A. Duse, Jules Regis), Maurice Leblanc (Frank Heller) e Agatha Christie (Ynge Hedwall).
La prima grande giallista sufficientemente libera da influenze straniere è Kjerstin Göransson-Ljungman, che pubblica nel 1939 il suo capolavoro ”27 sekundmeter, snö” (Ventisette metri al secondo, neve) la storia di un delitto in un cottage isolato dalla neve.
Il grande giallista degli anni Quaranta è però il giornalista Stieg Tranter, i cui libri sono ambientati a Stoccolma e hanno come protagonista il fotografo Harry Fiberg. (nel 1967, alla morte di Trenter la serie è stata continuata dalla moglie Ulla).
Vic Suneson (pseudonimo di Sune Lundquvist) introduce in Svezia il racconto giallo a sfondo giudiziario mentre Maria Lang, una direttrice di scuola il cui vero nome è Dagmar Lange, comincia a pubblicare romanzi alla Christie.

Nonostante questi validi esponenti la ”nouvelle vague” scandinava sia affermò in libreria solo negli anni Novanta con Henning Mankell che fu presto seguito da Håkan Nesser e Liza Marklund, i primi scrittori svedesi di bestseller polizieschi.

Come il suo collega Kurt Wallander, Van Veeteren, eroe di Håkan Nesser è un commisarrio di polizia e fa la sua comparsa nel romanzo ”La rete a maglie larghe” del 1993:

Inizia male la giornata per Janek Mitter, con quel mal di testa lancinante. Sul pavimento le bottiglie di vino vuote, segno di una lunga notte d’amore con la giovane moglie Eva; nel bagno il cadavere di lei che galleggia nella vasca. Pochi ricordi sbiaditi dall’alcol e la sola certezza di non essere stato lui a ucciderla. Eppure tutto lo accusa e a nulla vale la linea difensiva: la condanna per omicidio colposo arriva inesorabile, sei lunghi anni di carcere. 
Ma il commissario Van Veeteren non crede alla colpevolezza dell’uomo: il suo istinto di segugio gli suggerisce che altra è la pista da battere, fra i colleghi della coppia, al liceo dove entrambi insegnavano, nel loro passato. E dopo che Mitter viene brutalmente pugnalato in cella, il commissario e la sua affiatata squadra scavano nel passato di Eva. Il disegno stenta a ricomporsi perfino agli occhi smaliziati di un uomo come Van Veeteren, che l’esperienza ha reso solitario, malinconico, cinico alle volte, ma anche profondamente umano. Quand’ecco che un nuovo omicidio, apparentemente estraneo alla vicenda, indica al commissario come avvolgere nella rete il colpevole, una rete a maglie larghe formata dal grossolano intreccio di serietà e di burla, la sola in grado di catturare le cose grandi e difficili. 
Nasce con questo incalzante romanzo, primo di una serie di dieci polizieschi, il personaggio di Van Veeteren, commissario nella città fittizia di Maardam collocata in un imprecisato nord Europa: disincantato, riflessivo, buon giocatore di scacchi, un poco meteoropatico, fissato di battere almeno una volta a badminton il collega Münster, affronta i casi cercando soprattutto di capire le ragioni più riposte che spingono a compiere il male.
http://www.guanda.it/scheda.asp?editore=Guanda&idlibro=2302&titolo=LA+RETE+A+MAGLIE+LARGHE


A questo romanzo d'esordio seguì ”L'uomo se visse un giorno” del 1995:
Un tranquillo mattino di agosto un duplice omicida esce di prigione. Sono dodici anni che non mette piede fuori di quelle mura. Prende la sua valigia e si incammina. Un piovoso giorno di aprile, durante una gita scolastica, una bambina rinviene il corpo di un uomo, privo di testa, mani e piedi. Che cosa collega i due fatti?
Dalle prime indagini emerge che si tratta del cadavere di Leopold Verhaven, ex stella dell'atletica leggera, caduto in disgrazia in seguito a uno scandalo sul doping e rilasciato otto mesi prima, dopo aver scontato una condanna per l'omicidio di un'ex fidanzata.
Il commissario Van Veeteren e i suoi collaboratori della Centrale di polizia di Maardam cominciano così a scavare nei meandri della vita di una persona apparentemente qualunque, nel suo passato, nella sua solitudine … A poco a poco si delinea il ritratto di una personalità complessa, sfaccettata, e insieme emergono le tracce di un terribile segreto che ha segnato per sempre la vita di molte persone.
http://www.guanda.it/scheda.asp?editore=Guanda&idlibro=1937&titolo=L%60UOMO+CHE+VISSE+UN+GIORNO

Nel 1996 Håkan Nesser pubblicò ”Una donna segnata”:
È un vero rompicapo il nuovo caso toccato al commissario Van Veeteren: l’omicidio di un maturo imprenditore, freddato dentro casa, con l’aggiunta di due colpi sparati all’inguine. Dalle prime indagini non emergono piste da seguire, ma nel giro di qualche giorno viene compiuto un nuovo delitto, sempre con le medesime modalità. Van Veeteren sa che la casualità non esiste, e che ci sono invece differenze abissali fra certe cause e altre. Le indagini fanno emergere che i due uomini, pochi giorni prima di morire, avevano ricevuto misteriose telefonate, dove al silenzio seguiva una musica anni Sessanta. E appena il commissario ricompone i primi frammenti dell’intreccio avviene un terzo identico omicidio. La caccia al colpevole diventa estenuante: occorre anticiparne le mosse, prevederne la spietata logica, capirne il movente. A poco a poco tra l’assassino e Van Veeteren si apre una partita sottile, costellata di altre morti e di scoperte sempre più sconvolgenti, e conclusa da una mossa lucida e spietata come un atto di accusa verso l’inevitabile crudeltà della vita.
Questa nuova inchiesta dell’erede nordico di Maigret, distaccato e meditativo, conferma l’abilità consumata di Håkan Nesser nel costruire atmosfere tese e asciutte, nello scavare i più riposti angoli dell’animo umano e nell’illuminarli anche solo per un istante con autentica e profonda pietà.
http://www.guanda.it/scheda.asp?editore=Guanda&idlibro=2393&titolo=UNA+DONNA+SEGNATA

Il suo crescente successo continuò con ”Il commissario e il silenzio”:
Il commissario Van Veeteren è stanco. Burbero e solitario, il vecchio segugio medita la pensione. E una vacanza fuori programma. Ma qualcosa di irresistibile e di oscuro continua, nonostante tutto, ad attrarlo. Una donna misteriosa denuncia la sparizione di una ragazzina dalla colonia estiva di Oscar Jellinek, discusso pastore alla guida della setta della Vita Pura. Alla sparizione segue la scoperta del cadavere, e la tranquilla località di Sorbinowo viene scossa da due settimane di inaspettata notorietà. Le indagini sembrano fallire in ogni direzione, intrappolate in un’impenetrabile rete di silenzio. Ancora una volta Van Veeteren seguirà l’inchiesta in tutta solitudine, lasciandosi guidare dall’intuito, fino a trovare un’esile e del tutto illogica traccia.
Nesser e Van Veeteren sembrano voler indagare il caos, la follia, che trasfigurano i boschi nelle «armate del silenzio». Il commissario si rifugia nella musica e negli scacchi, illusioni di un ordine ideale ma fittizio. Ed è qui che l’indagine poliziesca, come spesso in Dürrenmatt, si fa riflessione filosofica, abissale e dall’esito quanto mai incerto.

http://www.guanda.it/scheda.asp?editore=Guanda&idlibro=1881&titolo=IL+COMMISSARIO+E+IL+SILENZIO

”Carambole” del 1999:


«Il ragazzo che presto sarebbe morto rise... L’uomo che presto avrebbe ucciso aveva voglia di tornare a casa.» In una fredda notte di pioggia due vite fatalmente si incrociano in un tragico incidente: l’uomo, un automobilista ubriaco, investe il ragazzo, un giovane studente, e, col favore del buio, fugge non visto. Il fatto sconvolge però la sua esistenza, ponendogli dei drammatici dilemmi, e innesca una serie di eventi e di omicidi che appaiono inspiegabilmente predeterminati e imprevedibili allo stesso tempo. La polizia di Maardam, l’immaginaria cittadina nordeuropea che fa da sfondo alla serie creata da Håkan Nesser, brancola nel buio: assassino e movente sembrano introvabili...
E il commissario Van Veeteren non c’è più: ritiratosi dall’attività investigativa, è diventato libraio in una libreria antiquaria. Ma quando la sua vita e il suo stesso sangue vengono coinvolti nel dramma più cupo e doloroso, Van Veeteren è costretto a venire in aiuto degli ex colleghi con il suo infallibile fiuto che, unito all’intuizione di altri agenti e a un viaggio oltreoceano, lo porterà a risolvere il caso.
 
 http://www.guanda.it/scheda.asp?editore=Guanda&idlibro=310&titolo=CARAMBOLE
e “Un corpo sulla spiaggia” del 2000:

Luglio è arrivato. Il caldo opprime ormai da giorni la cittadina di Maardam. Ancora poche ore di lavoro, e per l’ispettore di polizia Ewa Moreno le tanto sospirate ferie non saranno più un miraggio. Non solo: Ewa ha un nuovo affascinante fidanzato, Mikael Bau, che l’ha invitata nella sua casa estiva di Port Hagen. Ma a quanto pare non è così semplice «staccare la spina»: dall’interrogatorio di un pericoloso criminale emergono accuse infamanti proprio all’indirizzo della polizia.
Come se non bastasse, l’ispettore si ritrova implicata nella scomparsa di Mikaela Lijphart, una diciottenne il cui destino si intreccia drammaticamente ai fantasmi di un’altra estate lontana, quella del 1983: la morte misteriosa di una ragazza, Winnie Maas, la relazione di quest’ultima con un professore poi sprofondato nella follia, un cadavere che riaffiora dalla sabbia, una brutta storia che qualcuno ha preferito coprire. Dal caos iniziale emerge a poco a poco una logica ferrea quanto brutale, un disegno fatto di squallore e irrimediabile debolezza umana. Scandito dalle massime lapidarie del commissario Reinhart e del suo predecessore Van Veeteren, il romanzo è intriso del pessimismo morale che segna molti personaggi di Håkan Nesser: «L’essere umano è un animale dall’anima molto sporca. Ed è molto bravo a lavarla».

Nel 2006 Håkan Nesser crea un nuovo personaggio, il commissario Gunnar Barbarotti, figlio di un italiano e di una svedese che fa il suo esordio nel romanzo ”L'uomo senza un cane” a cui seguirono i gialli ”Era tutta un'altra storia”, ”L'uomo con due vite” e ”L'uomo che odiava i martedì”

Come i romanzi di Mankell, anche i gialli di Nesser mettono a fuoco l'indagine poliziesca intrecciandola con la vita privata dei detective che vediamo in tutti gli aspetti più o meno brillanti e assistiamo anche ai non rari momenti di depressione di questi investigatori che patiscono profondamente la violenza e l'orrore dei casi che devono affrrontare. Una differenza tra i due scrittori è la critica sociale del modello svedese, molto più accentuata in Mankell, che la usa quasi come sottotrama per i suoi libri, meno presente in Nesser, maggiormente intento ad indagare sugli aspetti psicologici e caratteriali dei personaggi.

Nel 1995 la giornalista Liza Marklund pubblica il suo primo romanzo ”Sprängaren” che ha come protagonista la giornalista Annika Bengtzon che diventa subito una beniamina dei lettori. A questo giallo seguiranno ”Studio Sex”, Paradiset” ”Delitto a Stoccolma”:
Mentre Stoccolma si prepara a celebrare le Olimpiadi, una bomba esplode nello stadio principale della città, simbolo stesso dei Giochi. Dopo pochi giorni, un'altra bomba fa saltare un impianto sportivo, seminando il terrore. La polizia parla di atto terroristico, ma dalle pagine dellaStampa della Sera, Annika Bengtzon conduce la sua personale indagine e scava nel mondo del comitato olimpico e della sua direttrice, donna potente e famosa, ma con molti lati oscuri nella vita privata. Appena promossa caposervizio di nera, Annika insegue una difficile carriera in una grande città: osteggiata da parte della redazione, deve dimostrare ogni giorno che anche una donna madre di due bambini è in grado di fare bene il suo lavoro e di battere la concorrenza. Con questo primo caso che ha reso famosa Annika Bengtzon, Liza Marklund ha scritto uno dei romanzi svedesi di maggior successo di tutti i tempi, un thriller emozionante con un'eroina vivace e coraggiosa, che combina suspense e critica sociale nella migliore tradizione scandinava.
”Il lupo rosso”:
Annika Bengtzon, reporter di punta della Stampa della seradi Stoccolma, parte per Luleå, non lontano dal circolo polare artico, per incontrare un collega giornalista che le ha promesso informazioni su un vecchio attentato terroristico rimasto irrisolto su cui lei sta indagando. Ma quando arriva, viene a sapere che qualcuno lo ha ucciso. Le ricerche di Annika, trentacinque anni, un matrimonio in difficoltà e due bambini da accudire, conducono a un uomo che è tornato nel profondo nord della Svezia per ritrovare le sue radici e riunirsi al gruppo di cui un tempo aveva assunto il comando.
”Il testamento di Nobel”:

Mancano poche settimane a Natale e al municipio di Stoccolma si festeggiano i premi Nobel. Inviata della Stampa della Sera, anche Annika Bengtzon partecipa al ricevimento, e mentre segue gli ospiti nelle danze, da cronista a caccia di notizie diventa testimone chiave di omicidio: la musica è interrotta da due spari, e il premio per la medicina cade a terra seguito dalla donna che balla con lui, colpita al cuore. Costretta al silenzio stampa, Annika decide di seguire comunque le indagini e di scavare nel torbido mondo della ricerca scientifica. La sua inchiesta la porta sulle tracce di un misterioso testamento lasciato da Alfred Nobel.
”Finché morte non ci separi”:
In una notte di giugno, qualcuno uccide il commissario di polizia David Lindholm nel suo letto: un colpo alla testa e uno al ventre. La moglie Julia è in stato di shock, il figlio di quattro anni scomparso. È su Julia che si concentrano tutti i sospetti, sembra trattarsi di una vendetta per gelosia. Ma è davvero così? E davvero David Lindholm era un poliziotto esemplare come tutti sostengono? Annika Bengtzon, sopravvissuta all'incendio della propria casa e rientrata a pieno ritmo alla redazione della Stampa della sera, è convinta che le indagini abbiano seguito una pista sbagliata. Ma deve lei stessa capire quali siano i motivi che la spingono a cercare con tanto accanimento la verità. È la sua passione per la giustizia, o forse sta solo identificandosi con il destino di una donna tradita? La sua nuova inchiesta la porta all'interno del corpo di polizia e nel cuore del sistema giudiziario, costringendola a un confronto con se stessa e a rimettere ordine nella sua vita, così sconvolta 

”Freddo Sud”:
A Marbella, l'intera famiglia di Sebastian Söderström, idolo svedese di hockey sul ghiaccio, viene sterminata da un attacco con il gas a opera di una banda di rapinatori. Una tragedia che sconvolge la comunità straniera di ricconi e celebrità, che si godono le meraviglie della Costa del Sol protetti da alte mura e sofisticati sistemi d'allarme. Annika Bengtzon raggiunge la Spagna come inviata della Stampa della sera, lasciandosi per qualche giorno alle spalle a Stoccolma la sua faticosa routine di casa-lavoro-bambini, complicata dall'imminente divorzio da Thomas e da un nuovo superiore che la perseguita in redazione. Mentre la polizia spagnola è pronta ad archiviare il caso, lei si convince che i Söderström non siano morti per l'errore di qualche ladro anonimo: qualcuno ha progettato di ucciderli. Vulnerabile e testarda, Annika cerca la verità in un ambiente dove i segreti vengono custoditi per generazioni: al di là delle sontuose facciate, trova un mondo parallelo di corruzione e droga, che un filo di sangue lega a uno sperduto podere della Svezia. Professionista della documentazione, Liza Marklund costruisce la nuova inchiesta della sua reporter Annika Bengtzon basandosi su fatti reali, e dà vita a un thriller di grande suspense che, abilmente combinato con storie di vita quotidiana, fa emergere spietatamente gli abissi della cosiddetta società bene.

L'ultimo romanzo della Marklund è ”Linea di confine”:
Dopo tre anni trascorsi come corrispondente da Washington, Annika Bengtzon torna alla redazione di Stoccolma de La Stampa della sera, mentre Thomas, il marito ritrovato, è funzionario al dipartimento di Giustizia, incaricato di analisi della sicurezza internazionale. Un pomeriggio, nei pressi di una scuola materna in un sobborgo della capitale, sotto un mucchio di neve viene ritrovato il corpo di una donna. Si tratta della quarta giovane madre che cade per mano di un assassino, pugnalata alle spalle. Intanto, Thomas e l'intera delegazione di cui fa parte vengono rapiti al confine tra Kenya e Somalia: i rapitori esigono un riscatto irragionevole e impossibile da esaudire. Per Annika, assorbita dalle indagini sul presunto serial killer, comincia l'incubo delle trattative.
http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3171471/linea-di-confine

Nel 2011 Liza Marklund assieme al celebre scrittore statunitense James Patterson, il romanzo ”Cartoline di morte” che le ha dato una notorietà straordinaria consentendole di arrivare al primo posto delle vendite negli USA, secondo autore svedese a riuscirci dopo Stieg Larsson.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 14 Gennaio 2013 21:34:24
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Questo è un interessante articolo di Stefano Bartezzaghi pubblicato alcuni giorni fa su Repubblica:

Libri, il fact-checker per la fiction
un bollino per i gialli senza errori
Lo scopo è verificare la plausibilità di trame e personaggi di fantasia nell'era dell'investigazione hi-tech. Così la Washington Academy of Sciences aiuta i narratori a creare invenzioni "rigorosamente credibili"di STEFANO BARTEZZAGHI

«È certificato, Watson ». Sherlock Holmes non è realmente esistito, e per affermarlo non c’è bisogno di particolari approfondimenti. Ma sarà proprio vero quel che l’investigatore afferma in una sua famosa “monografia”, e cioè che esistono 140 tipi diversi di cenere di sigaro? Nessuno, sinora, si è posto una domanda del genere.
Oggi però viviamo all’epoca del fact checking, la verifica scrupolosa a cui vengono sottoposte affermazioni di politici e giornali (incominciata negli Stati Uniti, l’onda è arrivata anche in Italia), e le cose stanno cambiando anche per i romanzieri, perlomeno per i giallisti. Altro che la cenere di Holmes! Come decidere se esiste davvero il dato software, se è plausibile la data arma, se la patologia è perlomeno ipotizzabile? Oramai esiste anche un filone comico- grottesco, nel settore, e così autori come Niccolò Ammaniti o Josh Bazell sono arrivati al punto di risolvere snodi topici delle loro trame mediante lo sfilamento da parte dei protagonisti di ossa del proprio corpo, da usare poi, faute de mieux, come armi contundenti o da taglio. Ma scienziati ed esperti di tecnologie ridono molto meno per trovate presentate come vere e serie, da parte di autori mal documentati.
La Washington Academy of Sciences (Was), dopo aver organizzato periodici seminari sul rapporto tra scienza e romanzi gialli, ha allora inaugurato una sorta di “bollino” per certificare la plausibilità scientifica delle azioni, delle investigazioni, delle tecnologie, sempre più complesse, implicate nella narrativa di suspense.
Ci sono autori particolarmente preoccupati che quanto inventano sia accettabile. Narratore e narratologo, Umberto Eco desidera porre i personaggi che inventa in uno scenario perfettamente ricostruito, e così nell’Isola del giorno prima non compare una parola che non fosse presente nell’italiano parlato nel Seicento e all’amato Dumas non ha mai perdonato il guazzabuglio di topologia e onomastica viaria che, nei Tre moschettieri, combina per il quartiere parigino di Saint-Sulpice. Per lui e i suoi colleghi più scrupolosi, almeno per quanto riguarda scienza e tecnologia, sarà possibile rivolgersi alla Was per ottenere alla propria opera un preventivo bollino di qualità.
Ma a che serve? Non c’era la famosa «sospensione dell’incredulità »? Jules Verne considerava le trovate di Wells fuori dalla realtà, basate su elementi inesistenti perché implausibili, ed esclamava scandalizzato — lui, Jules Verne — : «il invente!». Il poliziesco, che sia più d’azione o più cerebrale, calibra le sue attrattive su inedite pratiche delittuose e d’indagine. Se non si tratta di James Bond, che ha un imprinting esplicitamente fanta-tecnologico, l’inedito deve essere plausibile. È vero che si leggono gialli proprio per uscire dalla realtà e dunque come lettori potremmo anche lasciar mollare un po’ di più gli ormeggi che zavorrano le fantasie autoriali. Il problema è che la differenza fra realtà e finzione, come fra reality e fiction, incomincia a essere molto sfumata. Come gli spettatori fermano per strada i celebri attori dei medical drama (come E.R., Doctor House e Grey’s Anatomy) chiedendo loro diagnosi, così gli appassionati di misteri e mystery ad alta tecnologia finiscono per avere l’impressione che con un adeguato dispiegamento di mezzi non ci sia delitto e mistero che non possa essere spiegato. Nella realtà, e purtroppo, la tecnologia stenta a dirci, nell’arco di cinque giorni, come possa essere scomparso un aeroplano.
La lingua batte sempre dove il dente duole. Il mondo ha deciso di fare a meno dei correttori di bozze ma il fact checking diventa una nevrosi, ciclica e infinita, con fughe di metacontrolli, check to check. In politica, il fact checking non pare saper risolvere le controversie anche perché non può stabilire un’oggettiva scala di pertinenza dei fatti controllati (un dettaglio marginale scorretto può pesare mediaticamente più di una cantonata strutturale). In compenso, si chiede anche alla letteratura di non mescolare i brevetti degni di Microsoft da quelli degni di Archimede Pitagorico. Bollino o non bollino, sembra ancora consigliabile la tolleranza. E se pure l’arma fumante dell’assassino è meno plausibile di un accessorio di Goldrake, perdoneremo all’autore la sua botta di fantasia."


La tendenza a controllare le trame dei gialli per verificare l'attendibilità oppure rivivere la storia da protagonista o al limite da comprimario non è però nuova. Questo è gustoso aneddoto di Umberto Eco riguardante il suo romanzo "Il pendolo di Foucault" raccontato nel saggio "Sei passeggiate nei boschi narrativi":


"La regola fondamentale per affrontare un testo narrativo è che il lettore accetti, tacitamente, un patto finzionale con l'autore, quello che Coleridge chiamava "la sospensione dell'incredulità". Il lettore deve sapere che quella che gli viene raccontata è una storia immaginaria, senza per questo ritenere che l'autore dica una menzogna.Semplicemente, come ha detto Searle,
(John Searle, "Statuto logico della finzione narrativa", in vs 1920, 1978 (Numero speciale su "Semiotica testuale: mondi possibili e narratività"), pp.149-162.)
l'autore fa finta di fare una affermazione vera. Noi accettiamo il patto finzionale e facciamo finta che quello che egli racconta sia veramente avvenuto. Avendo avuto l'esperienza di aver scritto due romanzi che hanno raggiunto alcuni milioni di lettori, mi sono reso conto di uno straordinario fenomeno. Sino ad alcune decine di migliaia di copie (questa stima può cambiare da paese a paese) si incontrano di regola lettori che conoscono perfettamente il patto finzionale. Dopo, e certamente oltre il primo milione di copie, si entra in una terra di nessuno dove non è detto che i lettori siano al corrente del patto.Nel mio Pendolo di Foucault, nel capitolo 115, il personaggio Casaubon,nella notte tra 23 e 24 giugno 1984, dopo aver assistito a una cerimonia diabolica nel Conservatoire des Arts et Metiers di Parigi, percorre, come invasato, tutta Rue Saint-Martin, attraversa rue aux Ours, arriva al Centre Beaubourg e poi alla chiesa di Saint-Merri, e di lì prosegue per varie strade, tutte nominate, sino alla Place des Vosges. Debbo dire che, per scrivere quel capitolo, per varie notti avevo fatto lo stesso percorso, con un registratore in mano, per annotare quel che vedevo e le mie impressioni.

Anzi, siccome ho un programma per computer capace di disegnarmi il cielo a qualsiasi ora di qualsiasi anno, a qualsiasi latitudine e longitudine, mi ero persino preoccupato di sapere se quella notte c'era la luna, e in quale posizione la si poteva vedere in ore diverse. Non ho fatto questo per preoccupazione di realismo, perché non sono Emile Zola. Ma quando racconto mi piace avere davanti agli occhi gli spazi di cui racconto: questo mi dà una sorta di confidenza con la vicenda e mi serve per immedesimarmi nei personaggi. Dopo che avevo pubblicato il romanzo ho ricevuto una lettera di un signore che evidentemente era andato alla Bibliotheque Nationale a leggersi tutti i giornali del 24 giugno 1984. E aveva scoperto che, all'angolo di Rue Reaumur, che io non avevo nominato, ma che di fatto incrocia a un certo punto Rue Saint-Martin, dopo la mezzanotte, più o meno all'ora in cui passava Casaubon, c'era stato un incendio - un incendio di notevoli dimensioni, se i giornali ne avevano parlato. Il lettore mi chiedeva come avesse fatto Casaubon a non vederlo. Per divertirmi, gli ho risposto che probabilmente Casaubon aveva visto l'incendio ma se non me lo aveva menzionato aveva forse qualche misteriosa ragione, il che mi pareva naturale in una storia così densa di misteri veri e falsi. Sospetto che quel lettore stia ancora tentando di scoprire perché Casaubon abbia taciuto su quell'incendio, e se non ci sia dimezzo un altro complotto dei Templari.Tuttavia quel lettore - anche se blandamente paranoico - non aveva tutti i torti. Io lo avevo indotto a credere che la mia storia si svolgesse nella vera Parigi, e avevo persino specificato in quale giorno. Se nel corso di una descrizione così minuziosa gli avessi detto che davanti al Conservatoire sorge la Sagrada Familia di Gaudì, il lettore avrebbe avuto ragione a irritarsi, perché se siamo a Parigi non siamo a Barcellona. Aveva diritto di andare a cercare un incendio che a Parigi quella notte c'era stato, ma nel mio romanzo non c'era?"


Scritto Da - IlCinese on 14 Gennaio 2013 21:35:35


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 16 Marzo 2013 18:04:14
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Il grande architetto latino Vitruvio, nel suo trattato “De architettura”, narra che il re di Siracusa Gerone II sospettava il suo orefice di averlo truffato mescolando dell’argento all’oro nella creazione della corona che gli aveva commissionato. Per scoprire l’inganno si rivolse ad una della menti più geniali dei suoi tempi, e in generale della storia, il matematico Archimede che risolse il problema stilando anche il famoso principio di Archimede sui solidi immersi nell’acqua. Lo scienziato siracusano immerse, secondo il racconto di Vitruvio, un oggetto d’oro dello stesso peso della corona di Gerone II e si accorse che il volume d’acqua spostata era differente, scoprendo in questo modo la truffa. Studi successivi hanno indicato un modo più probabile, la bilancia idrostatica, per tale scoperta ma questo fatto ci mostra lo stretto legame tra indagine poliziesca, Archimede come antesignano di Sherlock Holmes, e la matematica.
Questo filo diretto è il tema del saggio di Carlo Toffalori “Il matematico in giallo”, lungo ed appassionante excursus che ci guida alla scoperta degli stretti rapporti tra numeri, logica e narrativa gialla.
Toffalori docente di Logica Matematica all’Università di Camerino e presidente dell’Associazione Italiana di Logica e delle sue applicazioni, in questo suo lavoro scandaglia la storia del giallo e mette in evidenza la struttura matematica e soprattutto logica dell’inchiesta poliziesca analizzando decine e decine di romanzi e racconti famosi e al contempo trattando diversi teoremi matematici come veri e propri gialli a partire dall’”Ultimo teorema di Fermat” passando per i sette ponti di Königsberg per arrivare alla congettura di Goldbach.
Se, come sosteneva Friedrich Nietzsche, “ non esistono fatti ma solo interpretazioni” solo la logica ci consente di elaborare e dimostrare queste interpretazioni perché, come afferma Piergiorgio Odifreddi nel suo libro “Il diavolo in cattedra. La logica da Aristotele a Gödel”, “Per quanto possa apparire irragionevole, l’efficacia della logica offre l’ultima ancora di salvezza al sapere, e si fonda sulla constatazione che tutto ciò che possiamo conoscere dell’universo deve comunque adattarsi al nostro pensiero e trovare spazio nella nostra testa, secondo il motto dell’Amleto “vivere nel guscio di una noce, ma sentirsi re di uno spazio infinito”.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 24 Marzo 2013 09:00:43
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Ed è proprio la logica il regalo più importante che la matematica ha fatto alla letteratura gialla come dimostrano i tanti detective che seguono la logica come fattore predominante nelle loro inchieste.
A partire da Monsieur Dupin per finire con Philo Vance, passando da Sherlock Holmes i più grandi investigatori degli albori del Giallo hanno una grandissima stima nella capacità della logica di scoprire i misteri più insondabili.
In “Uno studio in rosso” il fedele Dottor Watson stila una lista delle cognizioni di Holmes dove non menziona la matematica:
COGNIZIONI DI SHERLOCK HOLMES
1. Letteratura: zero.
2. Filosofia: zero.
3. Astronomia: zero.
4. Politica: scarse.
5. Botanica: variabili. Conosce a fondo caratteristiche e applicazioni della belladonna, dell'oppio e dei veleni in generale. Non sa nulla di giardinaggio e di orticoltura.
6. Geologia: pratiche, ma limitate. Riconosce a prima vista le diverse qualità di terra. Dopo una passeggiata, mi ha mostrato delle macchie sui suoi calzoni indicando, in base a
colore e consistenza, in qual parte di Londra aveva raccolto il fango dell'una o dell'altra macchia.
7. Chimica: profonde.
8. Anatomia: esatte. ma poco sistematiche.
9. Letteratura sensazionale: illimitate. A quanto pare, conosce i dettagli di tutti gli orrori perpetrati nel nostro secolo.
10. Suona bene il violino.
11. É abilissimo nel pugilato e nella scherma.
12. É dotato di buone nozioni pratiche in fatto di legge anglosassone.
Se Holmes è a digiuno di matematica pura, il suo acerrimo nemico Moriarty invece è addirittura professore di matematica autore di un Trattato del Binomio grazia la quale potè ottenere a ventun anni la cattedra in un'università inglese e in seguito scrisse anche il saggio “Dinamica di un Asteroide”, libro che non trovò un esperto in grado di recensirlo e che ispirò un celebre racconto di Isaac Asimov “Il crimine finale” che fa parte del ciclo dei “Vedovi Neri”.
La costante di questi investigatori abbagliati dalla logica, compreso Ellery Queen, è quello di considerare un omicidio solo come un equazione di cui bisogna trovare l'incognita, rendendo il dramma freddo e razionale. “Il mio lavoro è fatto non con esseri umani, ma con simboli... mi sono sempre rifiutato di cogliere l'aspetto umano del problema, lo tratto solo come un problema di Matematica” dice infatti Ellery nel romanzo “Il mistero di Capo Spagna” e questo aspetto è messo ancor più in rilievo dal Professor Van Dusen la “Macchina pensante” creato da Jacques Futrelle che era solito esclamare “Logica, Logica, Logica. Lei dovrebbe sapere che i fatti si collegano tra loro, lei dovrebbe sapere che due più due fa sempre quattro, non solo qualche volta ma ogni volta.” e “Noi dobbiamo sapere!” che echeggia le parole del grande matematico Hilbert che esclamò “Noi dobbiamo sapere, noi sapremo. In Matematica non esistono ignorabimus”
Altri gialli che hanno a che fare con la Matematica sono “L'enigma dell'Alfiere” dove il dramma si svolge in casa di un matematico, il professor Betrand Dillard, “Nero Wolfe: invito a un indagine” dove l'assassinio ha molti rapporti con la disciplina scientifica e, sempre di Rex Stout “ Abbiamo trasmesso” e “Nero Wolfe fa due più due” “The zero clue”.
Tra i romanzi più recenti sono da segnalare “Zio Petros e la congettura di Goldbach” di Apostolos Doxiadis, “Delitti Pitagorici” di Tefkros Michailidis un giallo avvincente che mescola storia, scienza e suspence dando anche una certa infarinatura di storia della matematica, “La serie di Oxford” scritto dal matematico argentino Guillermo Martinez e “Il problema dei tre corpi” di Catherine Snow, nome che cela un un'accademica della materia, e che per par condicio è ambientato a Cambridge.
Un ottimo thriller ambientato nel mondo scientifico tra uomini illustri come Heinsenberg, Schrodinger e Bohr è “Alla ricerca di Klingsor” del giovane scrittore messicano Jorge Volpi dove uno scienziato americano subito dopo la Seconda Guerra Mondiale deve scoprire l'identità di Klingsor, nome del mago del “Parsifal” di Wolfram von Eschenbach e del mago nell'opera omonima di Richard Wagner che nasconde l'identità dello scienziato tedesco che ha diretto le ricerche nucleari del Terzo Reich.
Se la matematica permette agli investigatori di raggiungere con successo il risultato di risolvere il mistero a volte il metodo di indagine poliziesco consente di accrescere la nostre conoscenze nell'ambito matematico come è successo nel caso del “Codice perduto di Archimede” la cui storia sempre proprio un libro giallo e che viene narrata nel libro “Il codice perduto di Archimede” di Reviel Netz e William Noel che raccontano l'avventurosa storia di questo ritrovamento che ha dell'incredibile e che svela la grandissima statura dello scienziato con cui abbiamo iniziato il percorso che lega Giallo e Matematica.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 17 Dicembre 2013 21:27:55
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Nel romanzo di Rex Stout “Abbiamo trasmesso” del 1948 si parla, forse per la prima volta, di una branca della Matematica che nel tempo avrà sempre più legami con le inchieste poliziesche, l'analisi predittiva del crimine.

Nel romanzo viene ucciso un popolare conduttore radiofonico,Cyril Orchard, una specie di Bruno Vespa americano e durante l'indagine Nero Wolfe fa la conoscenza del docente di Matematica F.O Savarese che era ospite della tragica trasmissione. Savarese sin dal primo colloquio spiega con entusiasmo alla coppia di detective “come sarebbe affascinante e pratico creare una serie di formule matematiche che potessero servire nel lavoro di investigazione. Il ramo della Matematica che lui preferiva, ci disse, era il calcolo delle probabilità. Ebbene, che cosa sono le indagini se non uno studio approfondito delle probabilità?” e in seguito incalza ancora gli interlocutori:
“Come matematico mi sono sempre occupato dell'applicazione del Calcolo delle Probabilità alle varie forme di gioco d'azzardo. La genesi normale della distribuzione...
“Non ora” ordinò Wolfe seccamente.”

Il desiderio di predire il futuro per impedire il delitto è anche il tema del racconto di fantascienza del 1956, “Rapporto di minoranza” di Philip K. Dick e soprattutto del film “Minority Report” che Steven Spielberg ha girato basandosi molto liberamente sulla base del testo letterario.

Nella Washington del futuro il delitto non esiste in quanto la polizia, in grado di prevenirlo grazie al servizio chiamato “precrimine” e riesce ad individuare i potenziali assassini ed a punirli per l'intenzione di commettere il reato. Questo sistema è permesso dall'utilizzo di tre persone chiamate “precog” dotate di poteri di precognizione amplificati e che, per rendere ancora più evidenti i legami con la letteratura gialla, hanno i nomi di Agatha, (come la Christie), Arthur (come Conan Doyle) e Dashiell (come Hammett).

Il film, molto più approfondito e complesso del testo di Dick, si basa proprio sull'idea di precrimine e analizza i rapporti a volta paradossali tra la predizione di un delitto e le interferenze sul futuro create proprio da questa previsione.

Nel romanzo “La finestra rotta” di Jeffery Deaver, pubblicato nel 2008, questo sistema è oramai diventato altamente scientifico e perfettamente in grado di scoprire ogni preferenza e ogni pensiero della popolazione.
Durante un indagine per omicidio il criminalista Lincoln Rhyme e la sua compagna, la poliziotta Amelia Sachs si imbattono in una grande società di data mining che viene definito “il business del futuro”, la SSD Strategic System Datacorp.

Per capire di cosa si occupa questa società e dell'immenso potenziale del trattamento di dati apparentemente completamente inutili basta accennare ad alcuni software distribuiti dalla SSD:

“INNERCIRCLE è il più grande database privato del mondo, con informazioni chiave su 280 milioni di americani e 180 milioni di cittadini di altri paesi. (…) siamo in possesso di un immenso patrimonio di informazioni personali e pubbliche: numeri di telefono, indirizzi, registrazioni di veicoli, licenza, acquisti precedenti e preferenze, profili di viaggio, archivi di stato e statistiche vitali, dati su conti correnti e stipendi e molto, molto altro.

XPECTATION, software di previsione comportamentale, basato sulle più moderne intelligenze artificiali e tecnologie dei modelli. Fabbriche, fornitori di servizi, venditori all'ingrosso e al dettaglio...desiderate conoscere l'andamento del vostro mercato e cosa vorranno in futuro i vostri clienti? Ecco il prodotto che fa per voi. E... forze dell'ordine, prendete nota: con Xpectation potete prevedere dove e quando avranno luogo i crimini, e cosa più importante, chi ha più probabilità di commetterli.

PUBLICSURE, software di supporto alle forze dell'ordine. Il sistema assoluto per il consolidamento e la gestione dei registri criminali e pubblici immagazzinati in database internazionali, federali, statali e locali. Con PUBBLICSURE i risultati delle ricerche possono essere scaricati da uffici, computer delle auto di pattuglia, palmari o telefoni cellulari in pochi secondi dalla richiesta, aiutando gli investigatori a portare a rapida conclusione i casi, così come a informare più adeguatamente gli agenti sul campo, aumentandone la sicurezza.”

Rhyme rise incredulo. “Se l'assassino può mettere la mani su queste informazioni.... bè, allora è davvero l'uomo che sa tutto”

E l'assassino sa davvero tutto grazie all'ausilio di questa tecnologia che permette di superare ogni barriera di privacy:

“Mi credono stupido? Pensavano che non mi sarei insospettivo? A questo punto loro sanno dell'analisi predittiva basata sul comportamento precedente di consumatori. Questo concetto fa parte della mia vita da molto, molto tempo. Dovrebbe far parte della vita di tutti. Come reagirà il tuo vicino se fai l'azione X? E come, se fai l'azione Y? Come si comporterà una donna se, mentre l'accompagni alla macchina, ridi? E come se invece stai zitto e cerchi qualcosa in tasca?
Ho studiato le transazioni dei poliziotti dal momento in cui hanno iniziato ad interessarsi a me. Li ho selezionati, analizzati. (…)
Certo, potevano dire la verità. Persino la migliore “fuzzy logic” e i più precisi algoritmi di predizione del comportamento possono sbagliare. Ma avevo bisogno di saperne di più. Non potevo parlare direttamente con loro, nemmeno in modo casuale”.


Autore Discussione: lomell
Replicato il: 17 Dicembre 2013 22:46:40
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benritrovato.

Scritto Da - lomell on 18 Dicembre 2013 21:58:53


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 18 Dicembre 2013 21:23:22
Messaggio:

Grazie mille Antonio :-)


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 19 Dicembre 2013 21:24:39
Messaggio:

“La finestra rotta” prefigura un mondo in cui le informazioni, i dati che ogni giorno lasciamo sbadatamente conoscere di noi vengono raccolti, catalogati e selezionati per le più varie motivazioni e se le trame dei romanzi erano qualcosa di fantasioso e lontano dalla realtà, ormai sono attuali diversi sistemi che scandagliano l'enorme oceano di tracce che lasciamo ogni volta che ci muoviamo e molti programmi sono stati studiati proprio per prevenire il crimine:

Mani in alto! Ci pensa PredPol. Prevedere i reati e prevenirli prima ancora che possano verificarsi è possibile. La lotta al crimine stile Minority Report però non ha nulla di paranormale. Ancora una volta sono le tecnologie informatiche a rendere possibile ciò che fino a qualche tempo era fantascienza. L'idea, nata presso la University of California di Los Angeles, non è nuova ma la sua applicazione pratica si sta diffondendo adesso. A fornire l'input è stata la cosiddetta 'analisi predittiva'. Impedire un crimine infatti è ciò a cui punta la tecnologia. Ed oggi basta una mappa interattiva per capire dove sta per verificarsi un reato. Quando una zona comincia a lampeggiare di rosso, è probabile che a breve, nel giro di qualche ora, possa accadere qualcosa.Partendo dalle loro ricerche futuristiche sulle possibilità predittive della polizia, sei anni fa i matematici Andrea Bertozzi e Martin Short, l'antropologo P. Jeffrey Brantingham, e George Mohler dell'Ucla, sono riusciti a creare un software in grado di anticipare i crimini prima ancora che vengano commessi. Dal loro lavoro è nata una piccola impresa chiamata PredPol. Lo strumento software nato dal loro lavoro ha già portato ad una serie di risultati interessanti, che si basano sulla mappatura della criminalità e su un lavoro precedentemente realizzato presso l'Università di Santa Clara. Il software è stato successivamente modificato dal Dipartimento di Polizia di Los Angeles, che continua ad utilizzarlo in modo efficace in cinque divisioni che proteggono così 1,3 milioni di persone in 130 miglia quadrate. Ma come funziona? Il software, in continuo mutamento, cerca di determinare quali sono le zone della città più inclini al crimine. Le analisi dei programmi informatici della polizia, le attività di aggregazione di enormi quantità di informazioni, dai casellari della criminalità sia del passato che del presente e dei dati in tempo reale forniti dalle pattuglie di polizia vengono integrate insieme. Partendo da tali dati viene creata una mappa della città con le zone in cui un reato è probabile che si verifichi, ipotizzando anche la possibile natura dei crimini futuri. Mike Barton, dell'Associazione britannica dei capi di polizia., pensa che questo sia un anticipo di ciò che sarà in futuro: “La tecnologia può aiutarci a prevedere dove un crimine si verificherà, e in particolare, se si è spostato a seguito delle attività di polizia,” spiega. “Questo ha evidenti vantaggi quando si tratta di indirizzare le risorse in modo efficace e nel ridurre la vittimizzazione ripetuta”.Nessuna magia, solo tecnologia.
http://blueplanetheart.blogspot.it/2013/01/predpol-lalg

Mezzo secolo fa, Philip K. Dick scrisse il racconto "The Minority Report", nel quale ipotizzava un futuro perfettamente sicuro e del tutto privo d'ogni forma di criminalità, perché le forze dell'ordine, guidate da un gruppo d'individui in grado di predire il futuro, riuscivano a prevenire sistematicamente i reati. Stiamo ovviamente parlando di un classico della letteratura fantascientifica, eppure a breve potrebbe diventare realtà.IBM ha, infatti, deciso d'investire con decisione sulla ricerca nell'ambito dei sistemi di sicurezza: prima ha sviluppato un software per predire se un ragazzo, crescendo, diventerà un delinquente; poi ha realizzato un sistema di spegnimento automatico dei veicoli quando viene rilevato un segnale d'arresto, come ad esempio un semaforo rosso; ora annuncia una tecnologia di analisi predittiva che, incrociando tassi di criminalità, profili psicologici, rilevamenti dei servizi d'intelligence e previsioni meteorologiche, identifica i luoghi dove vi è una maggiore probabilità che vengano perpetrati dei reati in un preciso momento. Il sistema, che è già stato ampiamente sperimentato sul campo a Memphis, in Tennessee, ha contribuito ad una riduzione di quasi un terzo dei crimini e del 15% dei delitti nella città. L'investimento di quasi 10 miliardi di euro sostenuto da IBM per finanziare il progetto sembra davvero cospicuo, ma i primi risultati sono molto incoraggianti e, soprattutto, di mezzo non ci sono strani paragnosti di dubbie origini come nel celebre racconto: ilsoftware razionalizza semplicemente ciò che la mente dei poliziotti più esperti fa già inconsciamente ed il vantaggio principale sta proprio nella velocità d'elaborazione di questi complessi algoritmi da parte di un computer piuttosto che di un cervello umano. E per combattere i - pochi - crimini che non potranno essere evitati? Purtroppo dovremo pazientare ancora parecchio prima di vedere all'opera un programma che tragga ispirazione dai romanzi di Sir Arthur Conan Doyle...

http://www.focus.it/hi-tech/la-polizia-sventera-i-reati

Ha il suggestivo nome commerciale CRUSH (in inglese, l’atto di schiacciare, ma anche, ironicamente, “prendere una cotta”) il software messo a punto da IBM per coadiuvare le forze dell’ordine americane e britanniche nella repressione del crimine. CRUSH non è solo un brand, è anche un acronimo, “Criminal Reduction Using Statistical History”, ovvero “riduzione del crimine tramite impiego di dati statistici storici”.

L’idea alla base di CRUSH e di prodotti simili - che, c’è da scommetterci, cominceranno ad essere sempre più popolari presso cliniche private, banche e in generale presso tutti gli agenti sociali coinvolti nella gestione dei rischi - è l’analisi predittiva, una tecnica che mette insieme statistica, teoria dei giochi e “data mining” (estrazione di pattern regolari da enormi moli di dati grezzi) allo scopo (invero piuttosto ambizioso) di prevedere il futuro.

Per quanto sofisticate possano essere le elaborazioni prodotte dal programma messo a punto da IBM, il principio di partenza è davvero elementare: ciò che abbiamo fatto in passato è la migliore chiave intepretativa per comprendere che cosa faremo in futuro.

Ad esempio, CRUSH è in grado di mettere assieme milioni record di denunce, incrociando informazioni relative ad orari, luoghi fisici, giorni della settimana, condizioni meteorologiche in cui sono stati commessi i reati ed analizzando nel contempo tutte le informazioni disponibili su colpevoli e vittime: si potrebbe scoprire così, ad esempio, che i giovedì soleggiati sono giorni ideali per le rapine in banca, mentre la vicinanza ad un cimitero renderebbe le persone più proclivi a truffare il prossimo...

Dal punto di vista della corretta allocazione delle risorse, l’utilità di un simile strumento è indiscutibile: una volta compreso che al verificarsi di determinate condizioni, un delitto é più probabile, non resta che concentrare lo sforzo delle forze dell’ordine per reagire / prevenire in modo mirato. A dar retta al colosso dell’informatica, l’impiego sperimentale di CRUSH nella città americana di Memphis avrebbe contribuito alla prevenzione dei crimini (-31% per i delitti in generale, -15% per quelli violenti).

Il problema è che, inevitabilmente, CRUSH tende a diventare un tantino impiccione, con quella sua mania di trattare la materia vivente e pensante - umana - alla stregua di un qualsiasi altro fenomeno naturale. Non è la macchina da biasimare se, fedele al diktat di chi la ha programmata, si spinge a tentare di comprendere quali caratteristiche personali aumentino la probabilità statistica che in un dato individuo si manifesti, prima o poi, un comportamento criminale.

Senza contare la più banale delle obiezioni: leggere il futuro di un uomo nel suo passato può rivelarsi un gravissimo errore: se si applicasse questo principio in modo acritico, non solo verrebbe meno la capacità dell’uomo di emanciparsi dal suo destino e anche di emendare i suoi errori pregressi, ma ad uno Steve Jobs, abbandonato dai genitori biologici, sarebbe toccato un destino ben meno brillante che quello di diventare un’icona globale della creatività e del successo.

Eppure il Ministero della Giustizia degli Stati Uniti ha già iniziato ad utilizzare l’analisi predittiva per tentare di inferire quale dei soggetti liberati dopo una pena carceraria avrebbe maggiori probabilità di commettere nuovi delitti, basandosi sul luogo in cui vivono, sulle loro compagnie, sull’abuso di alcol e droghe, sul reddito, su loro equilibrio psicofisico ed emotivo eccetera. L’idea sarebbe quella di indirizzare questi soggetti ad alto rischio di recidiva verso programmi di recupero ritagliati appositamente per aiutarli a “rigare dritto” una volta fuori dalla galera.

La notizia ha fatto rabbrividire giuristi e attivisti per i diritti civili, preoccupati per l’obiettivo affievolimento che la logica implicita in simili tecniche comporta al principio della presunzione di innocenza e, forse, anche per il rischio di un profiling basato sulla razza o sul censo (i neri, tutti criminali, gli islamici tutti terroristi - narrazioni purtroppo non inedite ma che rischiano ora di essere rafforzate da puntelli pseudo-scientifici).

I giornalisti di tutto il mondo, invece, hanno sottolineato come lo scenario prefigurato richiami quello distopico, narrato dal visionario Philip K. Dick nel suo racconto Rapporto di Minoranza (1956!) e portato sugli schermi da Steven Spielberg nel 2002, nel quale una triade di veggenti fornisce alla polizia le coordinate di coloro che stanno per compiere un delitto, in modo da consentire un loro arresto preventivo.

Il paragone con le due opere (il racconto e la pellicola) è certamente suggestivo, anche grazie alle semplificazioni e alla generica sciatteria dei giornalisti, ma calza solo in parte. Nel caso proposto dalla fiction, infatti, il destino giudiziario dei cittadini era nelle mani di un gruppo di visionari, mentre, almeno nelle intenzioni della IBM, la prevenzione del crimine è presidiata dalla forma più pura di logica, il calcolo di un elaboratore elettronico: in teoria, anziché l’arbitrio di un invasato, a porre un giusto limite alla violenza ingiusta dell’uomo sull’uomo ci sarebbe la pura scienza.

Da questo punto di vista non sembra del tutto ingiustificato il commento di Mark Cleverley, capo delle strategie per il Governo alla Big Blue - sia pure largamente pro domo sua: “La tecnologia non fa niente di diverso da quello che hanno sempre fatto i poliziotti, basandosi sugli indizi e sul proprio istinto”. Il fatto che a valutare situazioni di rischio siano, in ultima analisi, circuiti stampati sul silicio anziché un uomo o una donna con emozioni buone ma volendo anche no, forse non è poi un fatto del tutto negativo.
http://www.altrenotizie.org/societa/3381-ibm-analisi-pr


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 24 Dicembre 2013 17:03:39
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Su Repubblica, nei mesi scorsi sono apparsi due interessanti articoli sul "giallo" israeliano:

GIALLO ISRAELE

Fin dalla seconda pagina dell’ottima detective novel di sapore simenoniano, Un caso di scomparsa, dell’israeliano Dror Mishani, appena arrivata in libreria (traduzione di Elena Loewenthal), l’ispettore Avraham Avraham, un poliziotto di origini marocchine un po’ depresso e solitario, sempre insoddisfatto dalle risposte troppo semplici sul caso che indaga e sulla vita, chiede al suo interlocutore, «Lo sa perché non ci sono romanzi polizieschi in ebraico?», una questione che porrà più volte lungo la trama. Già perché? Poi torneremo al giallo di Mishani, ma il fenomeno da lui indicato (su cui del resto ha aperto un interessante blog) è davvero curioso in una letteratura tanto fiorente e ricca di best seller, e ha dei motivi profondamente specifici. Certo l’ebraismo non evita di parlare di omicidio: se si pensa a Caino e Abele, e a come il colpevole neghi all’inizio ogni colpa, ci si toglie ogni dubbio. Ed è solo il primo dei casi. Ma ricordiamoci che la creazione letteraria in ebraico resta ferma per secoli. E quando, nel secondo Ottocento e nel primo Novecento, in Germania, Polonia, Ucraina e Russia, c’è chi sceglie di tornare alla lingua sacra per usarla nella comunicazione quotidiana e nella narrativa, lo fa con un forte e arduo progetto nazionale in testa, il sionismo. Non è facile per loro riplasmare l’ebraico della Torah, dei Midrash, delle preghiere: l’intenzione è a suo modo sacra anch’essa, tornare alla terra storica degli ebrei e rinascere come nazione, ed è nelle mani di una élite straordinaria, motivata, colma di ideali e di impegno sociale, che comunque si considera un’avanguardia, lontana da ogni consumismo. Sono i momenti della prosa alta di Bialik, Brenner, Agnon (ma anche di tanti altri, tutti ispirazione sionista, sociale, mistica, amanti della grande letteratura europea, ma non della prosa da intrattenimento). Edgar Allan Poe viene tradotto solo in yiddish, l’idioma del passato e della diaspora. Qualche tentazione arriva negli anni ‘20 e ‘30 con Sherlock Holmes. Ma anche qui si sviluppa uno strano atteggiamento: il detective di Conan Doyle viene sì messo in ebraico, ma destinato ai bambini; scatena persino qualche opposizione: dai più ideologici quei libri vengono considerati addirittura pericolosi, cattivi, velenosi, corruttivi dell’anima del “nuovo ebreo” e i loro editori degli schiavi della sirena del commercio, categoria vituperata dai sostenitori della purezza del sionismo. Comunque anche chi plaude all’operazione lo fa ricorrendo ai sentimenti nazionali: sostengono che tradurre la detective fiction può contribuire alla rinascita della lingua ebraica mo- derna, può diffonderla tra i ragazzi al posto dell’yiddish così duro a scomparire. Una tendenza dall’onda lunga: quando Mishani ha 12/13 anni, ovvero nel 1987/88, una volta divorata ogni indagine di Sherlock Holmes disponibile, sugli scaffali della biblioteca comunale di giallo trova solo Agatha Christie. Poi, il vuoto. Eppure, l’ideologia era diventata meno pervasiva da tempo, Chandler e Simenon erano entrati nelle case di tutti: ma allora perché gli israeliani non avevano cominciato a scrivere thriller? Ma perché la letteratura israeliana è rimasta legata al progetto nazionale e identitario, si risponde, e perché anche noi, i lettori stranieri, cerchiamo nella sua narrativa qualcosa che risponda all’interrogativo perpetuo, ovvero chi sono gli ebrei, qual è l’anima d’Israele? E poi c’è un altra questione. Quella del protagonista, dell’eroe, una figura che schematicamente (molto schematicamente) nella letteratura israeliana è un uomo di origine europea, sopravvissuto (lui o i suoi) alla Shoah, cresciuto magari in un kibbutz, soldato in un’unità scelta dell’esercito durante le guerre del ‘67 e del ‘73, forse con qualche contatto nei Servizi: Mishani sostiene che un ispettore non può essere niente di tutto questo, perché i poliziotti in Israele sono tutti mizrahi (ebrei provenienti dai paesi arabi) fuori da ogni élite, tradizionalmente goffi e marginali. Ha ragione Mishani, telavivino, editor e professore di letteratura? Probabilmente sì, anche se lui di Avraham Avraham, detto Avi, alle prese con la scomparsa di un ragazzino mizrahi come lui, in un quartiere mizrahi, Holon — lo stesso in cui vive il nostro autore — , ha fatto un ottimo protagonista in un ottimo e imprevedibile plot (forse un po’ lento all’inizio, ma poi coinvolgentissimo) a cui promette di far seguire una serie degna del suo amato Sherlock: A. B. Yehoshua, che rivendica sempre per Israele la possibilità di essere un paese “normale”, dovrebbe essere contento. Anche prima però ci sono stati (e ci sono) dei coraggiosi deviazionisti dalla cappa antithriller della Terra Santa. Innanzitutto Batya Gur, un’autrice che, dagli anni ‘80 fino al 2005, quando è scomparsa a 57 anni, ha scritto una fortunata serie di raffinati noir di cui almeno due tradotti in italiano, raffinati perché i casi che l’ispettore capo Michael Ohayon affrontava (anche lui marocchino, pensoso, colto, cerebrale) si svolgevano in una serie di ambienti chiave israeliani, descritti, analizzati sia psicologicamente che socialmente, con humor, che si trattasse di un assassinio nelle stanze della Società Psicoanalitica di Gerusalemme (il più famoso, Delitto in una mattina di sabato, Rizzoli), o in un kibbutz, o ancora tra musicisti o tra poeti. Erano bei romanzi. E lei una gran donna. Sempre in quegli anni e per quella generazione ci furono i thriller di Shulamit Lapid: al centro, Fanya, una giornalista intraprendente di Beersheva, single, non attraente ma simpatica, una specie di protofemminista che decideva sempre di trovare da sola il colpevole dei crimini in cui si imbatteva. In italiano fu tradotto Professione giornalista (Tartaruga), titolo molto adatto a Shulamit, visto che era moglie del noto reporter e commentatore Tommy Lapid — l’ultralaico che negli ultimi anni era entrato in politica e alla Knesset fino al 2005 con il partito Shinui per poi morire nel 2008 — ed è madre di Yair, a sua volta non solo giornalista a 360 gradi, famoso e brillante anchor man televisivo, persino attore del cinema ed oggi ministro delle Finanze (col partito “antireligioso” Yesh Atid che ha fondato), ma anche lui scrittore di gialli, non tradotti però, almeno in Italia, a quel che si dice degli action story, col detective Yosh Shirman e varie biondone. Non li abbiamo letti. Abbiamo visto invece tante spy story, come Il poeta di Gaza di Yishai Sarid ( e/o) pochi anni fa, o come Line up di Liad Shoham che uscirà a settembre per Giano (e si parla anche di Mishka Ben David, un ex uomo del Mossad che si è dato al poliziesco: chi lo tradurrà?), o i tanti romanzi intimi con al centro degli agenti segreti, — anche i bellissimi Il minotauro di Benjamin Tammuz (ambedue e/o) piuttosto che Conoscere una donna di Amos Oz (Feltrinelli). Ma questa è davvero un’altra storia.

Giallo a Tel Aviv, benvenuti nel thriller israeliano

Ben Gurion, primo ministro fondatore dello Stato d' Israele, una volta disse: «Il nostro paese potrà dirsi uguale agli altri quando avremo ladri e prostitute israeliani», e "thriller israeliani", aggiunge Liad Shoham, da molti chiamato il John Grisham della Terra Promessa. Ecco, davvero qualcosa sta cambiando dall' indomani della Guerra d' Indipendenza, quando i gialli venivano guardati dal popolo del Libro, come un genere di seconda classe, indegno. Crime, legal, spy... ne stanno uscendo di tutti i tipi. Questo di Shoham, un avvocato di Tel Aviv alla sua quinta prova letteraria (ma tradotto per la prima volta in italiano), è convincente e avvincente, perché i personaggi de L' interrogatorio sono ben disegnati, perché il libro ci tiene dall' inizio alla fine col fiato sospeso, perché non semplifica la realtà mai tutta bianca né tutta nera, ma difficile, complessa e considerata da vari punti di vista, colpevoli, innocenti, malavitosi, investigatori, procuratori, reporter, donne, uomini, bambini... Tutto parte da uno stupro notturno in un quartiere bene di Tel Aviv. Sembrano non esserci testimoni, anche se noi sappiamo che una vecchietta da una finestra ha visto tutto ma ha scelto di tenersene fuori. Il commissario Eli Nahum brancola nel buio. Salta fuori il presunto colpevole, Ziv Nevo, un giovane uomo un tempo di successo ma ora disoccupato e divorziato, disperato, che si aggira nella stessa via del delitto con fare sospetto: in realtà sta facendo qualcosa di illegale legato alla mafia, un qualcosa di così grave da sembrargli inconfessabile, anche quando il padre della ragazza stuprata di posta sotto la casa della figlia, lo individua come il violentatore e lo consegna alla polizia. E così i giochi son fatti: Ziv viene ritenuto il colpevole dello stupro, ma anche condannato con la condizionale e rilasciato ben presto perché le procedure son state approssimative (il confronto è stato truccato, per quanto in buona fede). Per di più, mentre la mafia crede che Ziv li abbia venduti e lo cerca per farlo fuori, avviene un' altra violenza carnale assai simile alla prima: per tutti il responsabile è sempre Ziv, a questo punto braccato da malviventi, polizia, per non parlare dei giornalisti. Non solo, il caro, vecchio, onesto ispettore Eli Nahum viene allontanato per il pasticcio combinato, e invece è solo luia capire l' errore commesso fin dall' inizio, è solo lui a voler riparare al torto fatto a Ziv, è solo lui a ritessere brandelli di testimonianze e verità. Plot incalzante, ambienti della procura e delle forze dell' ordine percorsi da sete di carriera e defaillances, società israeliana - con i suoi sentimenti familiari così forti e decisivi, con le sue piccole dimensioni, la dinamicità, il sovraffollamento, la solidarietà e la pretesa di saper tutto di tutti, la sua mancanza di vie di fuga - ben messa sotto i riflettori. Shoham ha scritto un buon thriller.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubb


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 24 Dicembre 2013 17:04:31
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Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 29 Dicembre 2013 19:29:01
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Similitudini tra il giallo e la fiaba

Jorge Luis Borges nel suo saggio intitolato “Il romanzo poliziesco” dopo aver tessuto le lodi del genere e di due grandi autori come Poe e Chesterton, scrive: “Che cosa si può dire come apologia del genere poliziesco? C'è una constatazione evidente da fare: la nostra letteratura tende al caotico. (…) In questa epoca così caotica, c'è una cosa che, umilmente ha conservato le virtù classiche: il racconto poliziesco. Non è possibile concepire un racconto poliziesco senza principio, parte centrale e fine. Questi romanzi li hanno scritti autori subalterni, ma alcuni sono stati scritti da autori eccellenti come Dickens, Stevenson e, soprattutto Wilkie Collins.
Io direi, in difesa del romanzo poliziesco, che non ha bisogno di difese; letto con un certo disdegno, ora sta salvando l'ordine in un mondo di disordine. E questa è una prova meritoria, di cui dobbiamo essergli riconoscenti.”

Il grande scrittore argentino vede dunque nel giallo un fattore di stabilità o se vogliamo, di conservazione dell'ordine precostituito e anche di catarsi in quanto questa avviene attraverso il sacrificio di un capro espiatorio, in questo caso specifico il colpevole, che consente alla società di ritrovare il suo equilibrio.

Il celebre psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim in “Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicanalitici della fiaba” analizza a fondo il mondo fatato della fiaba e i suoi meccanismi interni ponendo l'accento sull'importanza del riconoscimento del mondo e delle dinamiche sociali nascoste nella struttura della fiaba.
Il bambino nella fiaba trova un suo percorso formativo che gli consente di confrontarsi con se stesso e con gli adulti e anche di identificarsi con l'eroe della fiaba che dopo tante peripezie riuscirà a trovare la tranquillità o per dirla diversamente, la purificazione.
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807815812/Il_m

Nel suo famoso libro “Morfologia della fiaba” l'antropologo russo Vladimir Jakovlevič Propp sviscera in profondità le modalità di narrazione della fiaba e le riconduce a dei temi fissi che compaiono in tutte le fiabe del mondo, quasi a voler uniformare le finalità ultime nella varie culture di sviluppo della fiabe stesse.

Essenzialmente nelle fiabe, il bambino cerca delle certezze, che gli vengono fornite sia dalle funzioni narrative, che dai vari personaggi che pur cambiando nome e caratteristiche, assolvono sempre il compito di dare riconoscibilità sia palese che occulta al loro ruolo. Di solito il bambino vuole sentire la stessa fiaba diverse volte proprio per trovare una conferma agli snodi che riconosce importanti e consolatori della fiaba.
http://it.wikipedia.org/wiki/Morfologia_della_fiaba

Pur con tutte le differenze del caso possiamo rintracciare delle somiglianze di questi meccanismi narrativi della fiaba con quelli a noi più familiari del giallo e per avere una controprova possiamo leggere cosa scrive Umberto Eco di Nero Wolfe nel suo notissimo libro “Apocalittici e integrati”:

“Tutto questo emerge vistosamente se consideriamo un personaggio ormai famoso, il Nero Wolfe immortalato da Rex Stout. Per pura preterizione, e per cautela, nel caso che tra i lettori ci sia qualcuno dalle letture surcigliose da non aver mai incontrato in vita propria il nostro personaggio, richiameremo brevemente gli elementi che concorrono a costruire il “tipo” Nero Wolfe e il suo environment. Dunque Nero Wolfe, montenegrino naturalizzato americano da tempo immemorabile, è smisuratamente grasso, così da richiedere una poltrona di cuoio espressamente disegnata per lui e da essere affetto da paurose manifestazioni di pigrizia. Di fatto non esce mai di casa ( i casi in cui ciò è avvenuto, i suoi fedeli lo sanno, sono talmente rari che quando si sono verificati il lettore ha conservato il libro in evidenza nello scaffale) e si avvale per le sue indagini dello spregiudicato Archie Goodwin, con cui intrattiene rapporti continui di tesa ed arguta polemica, temperata dal sense of humour di entrambi. Nero Wolfe è ghiottissimo, e il cuoco Fritz è la vestale addetta alla cura continua di un palato tanto raffinato quanto ingordo è lo stomaco attiguo: ma accanto ai piaceri della tavola Wolfe coltiva una assorbente ed esclusiva passione per le orchidee, di cui, nella sua serra all'ultimo piano del villino in cui abita, ha una collezione di valore inestimabile.
Preso tra la ghiottoneria e i fiori, assillato da una serie di tic accessori (l'amore per le letture dotte, la misoginia sistematica, la sete insaziabile di denaro), Nero Wolfe conduce le sue indagini, capolavori di penetrazione psicologica, stando seduto in ufficio, soppesando i dati fornitogli dall'intraprendente Archie, studiando i protagonisti delle varie vicende costretti a visitarlo nel suo studio, litigando vuoi con l'ispettore Cramer (attenzione, reca sempre in bocca un sigaro accuratamente spento) vuoi con l'odioso sergente Purley Stebbins; e riunendo infine, con una scenografia fissa dalla quale mai deflette, i protagonisti del caso nel suo studio, solitamente di sera, ove con abili raggiri dialettici, quasi sempre prima di possedere la verità completa, spinge l'assassino a dare pubblica manifestazione d'isterismo e svelarsi per tale.
Chi conosce le storie di Rex Stout sa che questi particolari esauriscono appena in superficie il repertorio dei topoi, dei luoghi fissi e ricorrenti che animano queste vicende.
La casistica è assai più ampia: l'arresto di Archie sospettato di reticenza e falsificazione di prove; le diatribe legali sulle modalità secondo le quali Wolfe viene assunto dal cliente, l'assunzione di agenti avventizi quali Saul Panzer o Orrie Cather, il quadro alla parete dello studio dietro il quale Archie o Wolfe stesso possono seguire, attraverso uno spioncino invisibile, i comportamenti e le reazioni di un soggetto sottoposto a test nello studio stesso, la scenata di Wolfe con il cliente insincero... Si potrebbe continuare all'infinito: ci si accorge, alla fine, che l'elenco di questi “luoghi” è tale da esaurire quasi tutte le possibilità di vicenda permessa dal numero di pagine di ciascuna storia.
Ciononostante le variazioni sul tema sono infinite, ogni delitto ha nuove motivazioni psicologiche e economiche, ogni volta l'autore escogita una situazione apparentemente nuova. Si dice "apparentemente" perché di fatto il lettore non è mai portato a verificare in che misura gli venga raccontato qualcosa di nuovo di inedito. I punti-forza del racconto non sono affatto quelli
in cui sta accadendo qualcosa di inaspettato; quelli sono i punti pretesto. I punti-forza sono quelli in cui Wolfe ripete i suoi gesti consueti, in cui sale per l'ennesima volta a curare le proprie orchidee mentre la vicenda raggiunge il massimo della drammaticità, in cui l'ispettore Cramer entra minaccioso mettendo un piede tra la porta ed il muro, fa da parte Goodwin e avverte Wolfe, agitando il dito, che questa volta non la passerà liscia. L'attrattiva del libro , il senso di riposo, di distensione psicologica che è capace di conferire, è data dal fatto che, sprofondato nella propria poltrona o nel divano dello scompartimento ferroviario, il lettore ritrova di continuo e punto per punto quello che già sa, quello che vuole sapere ancora una volta e per cui ha speso il prezzo del fascicolo. Il piacere della non-storia, se una storia è uno sviluppo di eventi che deve portarci da un punto di partenza a un punto di arrivo a cui non ci saremmo mai sognati di arrivare. Un piacere in cui la distrazione consiste nel rifiuto dello sviluppo degli eventi, in un sottrarci alla tensione passato-presente-futuro per ritirarci in un istante, amato perché ricorrente.”

Umberto Eco “Apocalittici e integrati pagg 225-227

Per completare la dotta disamina di Umberto Eco si può far notare che Nero Wolfe e i suoi soci, dalla prima apparizione del 1934 in “La traccia del serpente” (Fer-de-Lance) sino al 1975 che segna la fine della serie scritta da Rex Stout con “Nero Wolfe apre la porta al delitto” (A Family Affair) dopo ben 33 romanzi e tanti racconti, non invecchiano mai e hanno sempre lo stesso modo di affrontare i casi criminali e anche se Archie alla fine registra i dati della germinazione delle orchidee sul computer invece che sulle schede cartacee come nei primi romanzi, sono sempre imbozzolati in un universo che sfugge dalle leggi biologiche delle vecchiaia e questo fattore viene ulteriormente enfatizzato nei romanzi di Robert Goldsborough che venne autorizzato dalla famiglia di Rex Stout a continuare le avventure del pachidermico investigatore in otto romanzi da “Nero Wolfe: delitto in mi minore” (Murder in E Minor) del 1986 sino a “Archie Meets Nero Wolfe” del 2012.
Mentre il mondo si evolve nella casa in arenaria della 35a strada il tempo si è fermato e assistiamo sempre alla solita giornata organizzata in modo rigido e perciò altamente riconoscibile.
(Per aggiungere uno spunto fuori tema, mentre Umberto Eco scrive di scenografia fissa per la rivelazione finale io parlerei di trovata teatrale che consente al lettore di partecipare in prima persona al colpo di scena finale, sedendosi con gli altri sospettati nel teatrino predisposto con maestria da Nero Wolfe che solitamente, prima di additare il vero colpevole all'attenzione dell'ispettore Cramer, è solito alzare cortine fumogene accusando degli innocenti per saggiare la tenuta nervosa dell'assassino e il lettore si trova coinvolto in prima persona in questa rappresentazione.)

Tenendo conto di tutto ciò non mi pare arbitrario pensare che il giallo sia una sorta di fiaba per adulti.

“Il bimbo ristette, lo sguardo era triste
e gli occhi guardavano cose mai viste.
E poi disse al vecchio con voce sognante
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre".

Francesco Guccini “Il vecchio e il bambino”


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 05 Gennaio 2014 17:36:55
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La passione per il giallo ed il mistero non è un fenomeno recente visto che anche un famoso letterato inglese nato sul finire del Settecento, Thomas de Quincey se ne occupò in suo saggio dal taglio ironico intitolato “L'assassinio come una delle belle arti”.
De Quincey fu uno degli scrittori più originali e significativi della sua epoca e raggiunse una grande notorietà con l'autobiografia “Confessioni di un mangiatore di oppio” in cui l'autore racconta la sua dipendenza dagli oppiacei e in cui sono trattati temi che verranno sviluppati a pieno più tardi da Sigmund Freud. E' da ricordare anche un altro suo romanzo “Suspiria De Profundis” che ha ispirato profondamente la produzione cinematografica di Dario Argento e in particolare tre suoi celebri film, “Suspiria”, Inferno” e “La terza madre.”

Nel suo saggio “L'assassinio come una delle belle arti” de Quincey anticipa in qualche caso la teoria freudiana dei sogni e provocatoriamente immagina una Società di intenditori di assassinii che si riunisce periodicamente per discutere dell'estetica dell'omicidio.

“Avvertenza di un uomo morbosamente virtuoso

La maggior parte di noi che leggiamo probabilmente ha sentito parlare di una Società per la diffusione del vizio, del Circolo del fuoco dell’inferno, fondato nel secolo scorso da Sir Francis Dashwood, ecc. Fu a Brighton, credo, che venne costituita una Società per la soppressione della virtù. Questa stessa società fu poi abolita, ma mi dispiace dire che ne esiste un’altra a Londra, di carattere ancora più atroce. Per il suo orientamento potrebbe essere definita una società per l’incoraggiamento dell’assassinio; ma, stando al loro delicato ευφημισμο′ς, è chiamata Società degli intenditori di assassinii. Si professano curiosi in materia di omicidio, amatori e dilettanti nei vari tipi di carneficina e, in breve, appassionati di assassinii. A ogni nuova atrocità del genere riferita dagli annali della polizia d’Europa, si riuniscono e la commentano come farebberocon un quadro, una statua o un’altra opera d’arte. Non occorre però che mi preoccupi di tentare di descrivere lo spirito del loro comportamento, perché il lettore lo dedurrà molto meglio da una delle conferenze mensili tenute ai soci lo scorso anno. Mi è capitata per caso tra le mani, nonostante la sorveglianza esercitata per tenere nascosti al pubblico i loro atti. La pubblicazione li metterà in allarme,e la mia intenzione è proprio questa.

2. La conferenza
Signori, ho avuto l’onore di avere avuto l’incarico dal vostro comitato del difficile compito di tenere la Conferenza su Williams e l’assassinio considerato come una
delle belle arti, un compito che avrebbe potuto essere piut-tosto facile tre o quattro secoli fa, quando l’arte era poco compresa e si conoscevano pochi importanti modelli; ma in quest’epoca in cui capolavori perfetti sono stati eseguiti da artisti di professione, deve essere evidente che nello stile critico a essi applicato il pubblico cercherà un miglioramento corrispondente. Pratica e teoria devono avanzare
pari passu. La gente comincia a rendersi conto chenella composizione di un bell’assassinio c’è qualcosa di più di due stupidi, l’uccisore e l’ucciso, un coltello, una borsa e un vicolo buio. Trama, signori, allestimento, luce e ombra, poesia, sentimento, sono ora considerati indispensabili a prove di questa natura. Il signor Williams ha esaltato in noi tutti l’ideale dell’assassinio, e perciò ha reso più difficile il mio compito. Come Eschilo o Milton nella poesia, come Michelangelo nella pittura, egli ha condotto la propria arte a un punto di colossale perfezione; e
come osserva il signor Wordsworth, ha in certo modo “creato il gusto secondo cui va apprezzato”. Descrivere a grandi linee la storia di quest’arte, ed esaminarne in modo critico i principi, rimane compito dell’intenditore, e di giudici di ben altro stampo dei giudici d’Assise di Sua Maestà. Prima di iniziare, permettetemi di dire una o due parole a certi moralisti, che amano parlare della nostra associazione come se questa avesse tendenze in qualche misura immorali. Immorali!*****mio, signori, cosa vogliono dire con ciò? Sono e sarò sempre per la moralità, per la virtù e per tutto questo; affermo e sempre affermerò (qualsiasi cosa ne derivi) che l’assassinio è una linea di condotta scorretta, molto scorretta; e non esito ad affermare che ogni uomo che traffichi in assassinii deve avere un modo alquanto scorretto di pensare, e principi veramente sbagliati; e, lungi dall’aiutarlo e istigarlo indicandogli il nascondiglio della sua vittima, come un grande moralista tedesco dichiarava essere il dovere di ogni brav’uomo darei uno scellino e sei pence per il suo arresto, cioè diciotto pence in più di quanto i più illustri moralisti hanno sinora versato a questo scopo. E con ciò? Ogni cosa, a questo mondo, ha due aspetti. L’assassinio, per esempio, può esser preso per l’aspetto morale (come avviene generalmente sul pulpito, e all’Old Bailey); e quello, lo ammetto, è il suo lato debole; oppure può essere trattato esteticamente come dicono i tedeschi, cioè in relazione al buon gusto.”

Come nel pamphlet satirico di Jonathan Swift “Una modesta proposta” in cui si teorizzava di mettere all'ingrasso i bambini poveri a darli da mangiare ai ricchi possidenti per combattere la povertà e la disoccupazione, in realtà il lavoro di de Quincey dev'essere inteso come provocazione intelligente per discutere l'irresponsabilità morale dell'arte, tema che diverrà fondamentale per Oscar Wilde.

Secondo Piero Citati de Quincey “utilizzò tutto il materiale che gli offriva il sogno: lo mescolò con le fantasticherie del giorno, con le immagini dei libri, con i suggerimenti della memoria; e trasformò la povera lingua onirica nella superba lingua della visione, ricca, complicata, trionfale, come la più sontuosa orchestrazione romantica. Il mondo della caduta e della colpa invadeva tutta la realtà quotidiana, e non c' era luogo dove egli non ne rintracciasse i segni. Ecco Londra, la città insonne: questa spaventosa gola acherontica, che spalancava i suoi battenti ai visitatori: questa città labirintica di vie senza uscita: questa città del sottosuolo, dove si aggiravano i bambini affamati e le piccole prostitute: questa città coperta da un fitto drappo di nebbia levata dal fiume: questo maelstrom, questo Niagara, questo Oceano globale... Era già la città di Dickens: la città del delitto. Affascinato dall'assassinio Nell' “Assassinio come una delle belle arti”, de Quincey gioca per molte pagine intorno al crimine, trattenuto da una rimozione. Poi, nel meraviglioso Poscritto, scatena la sua furia: rappresenta un delitto con la più assoluta onniscienza e onniveggenza. Vede tutto: possiede gli occhi dell'assassino e gli occhi della vittima: vede da una parte e dall'altra gli infimi particolari della scena, una scarpa o un gesto, anch'essi imbevuti fantasticamente di sangue; viene affascinato e posseduto dall'assassinio, dal suo orrore e dal suo alone sacro, come lo sarà Dostoevskij; e con piccoli tratti costruisce una tragedia greca, una tragedia di Skakespeare. "Il mondo della vita normale è stato improvvisamente arrestato, addormentato, ipnotizzato, bloccato in uno spaventevole armistizio: il tempo è annullato; il rapporto con le cose esterne abolito... Un altro mondo è subentrato, e gli assassini sono sottratti alla ragione delle cose umane, degli scopi umani, dei desideri umani. Essi sono trasfigurati: Lady Macbeth è ' spogliata del suo sesso' : Macbeth ha dimenticato di essere nato di donna: entrambi si conformano all'immagine dei demoni, e improvvisamente il mondo dei demoni si rivela". Con occhi allucinati, De Quincey contempla l' irruzione del Male Assoluto sulla scena del mondo.”

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubb

Attraverso l'analisi di assassini reali come il celebre Williams, de Quincey elabora una visione quasi anticipatoria della società britannica che qualche anno dopo vedrà all'opera il più famoso assassino della storia dopo Caino, Jack lo Squartatore.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 13 Gennaio 2014 21:04:40
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Il ragionamento ipotetico

Il contributo di Umberto Eco alla letteratura gialla non è limitato ai suoi romanzi “Il nome della rosa” e “Il pendolo di Foucault” ( ma non dobbiamo dimenticare che in “Baudolino” è presente una pregevole “camera chiusa”) ma bisogna attribuirgli anche il merito di una grande attività analitica, dispersa in tanti suoi saggi e specialmente nella cura del volume “Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce.”
In questo saggio Eco, assieme al linguista Thomas A. Sebeok raccoglie diversi contributi che esplorano con rigore e passione il momento topico di ogni indagine poliziesca, l'intuizione che porta alla soluzione del mistero.
Eco, fedele al suo motto che “quello che non si può teorizzare si deve narrare” traspose queste teorie nel suo romanzo più famoso e più riuscito, “Il nome della rosa”.

“Il segno dei tre”, titolo che allude al titolo del romanzo di Sir Arthur Conan Doyle, “Il segno dei quattro”, mette anche in evidenza anche il tratto fondamentale della filosofia di Charles Sanders Peirce, scienziato americano nato nel 1839, ovvero il segno.

Per Peirce, uno dei padri della semiotica, il segno è il punto di partenza per la conoscenza del mondo e ogni segno genera altri segni per la concatenazione completa e infinita che è il fulcro stesso della conoscenza.

Per la cultura anglosassone Holmes è una figura fondamentale del pensiero mentre in Italia viene spesso considerato solo un personaggio quasi folkoristico e destinato al divertimento dei ragazzi. Eco, con questo saggio vuole portarlo al livello che gli spetta e lo mette in relazione diretta alla filosofia peirceiana.

Il tratto più spettacolare e affascinante di Holmes, diretto discendente di Auguste Dupin, l'eroe di Edgar Allan Poe, è la deduzione (che, vedremo, deduzione, non è) che gli permette di risolvere i casi più problematici e oscuri.
In “Il segno dei quattro” (naturalmente!) Holmes inferisce dal fango sulle scarpe di Watson che il buon dottore è andato all'ufficio postale per spedire un telegramma:

“L'osservazione mi dice che avete del fango rossiccio sul collo delle scarpe. Proprio di fronte all'ufficio di Wigmore Street hanno divelto il selciato e ammucchiato della terra in modo che nell'entrarvi si è costretti a calpestarla. Quella terra è di un particolare colore rossiccio che non si trova, per quanto ne so, in nessun altro posto qui vicino. Fin qui è osservazione, il resto è deduzione.”
“E come avete fatto a dedurre il telegramma?”
“Diamine, naturalmente sapevo che non avevate scritto una lettera, perché vi sono stato seduto di fronte per tutta la mattinata. Vedo poi che tenete un foglio di francobolli e un bel pacco di cartoline postali nella vostra scrivania aperta. E cosa sareste andato a fare in un ufficio postale se non a spedire un telegramma? Eliminati gli altri fattori, quello che rimane deve essere la verità.”

Qui però il detective bara. La deduzione ha una gerarchia rigida del tipo:

Ogni uomo è mortale.
Platone è un uomo.
Platone è mortale.

Peirce chiama quella di Holmes “abduzione” o “ragionamento ipotetico" perché Watson può essere andato in Wigmore Street per mille altri motivi, per incontrare un'amante, per visitare un paziente o anche per andare dal verduraio accanto ma Holmes sceglie la versione più confacente al suo modo di pensare essendo la spiegazione più “economica” secondo il celebre rasoio di Occam: « A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire »

Per Peirce le inferenze possono essere di tre tipi, Deduzione, Induzione e Abduzione

DEDUZIONE
Regola: Tutte le ferite gravi da coltello producono emorragia
Caso: Questa era una ferita grave da coltello
Risultato: Si ebbe emorragia

INDUZIONE
Regola: Questa era una ferita grave da coltello
Caso: Si ebbe emorragia
Risultato: Tutte le ferite gravi da coltello producono emorragia

ABDUZIONE

Regola: Tutte le ferite gravi da coltello producono emorragia
Caso: Si ebbe emorragia
Risultato: Questa era una ferita grave da coltello

Come si vede l'abduzione consente una grande libertà d'azione e permette un enorme inventiva ma può portare a conclusioni totalmente diverse dalle aspettative e per dirla tutta, come diceva anche Peirce, consiste anche nel tirare ad indovinare. L'abduzione si fonda su un fatto singolo, che talora si presenta enigmatico, inspiegabile: l'osservatore lancia allora un ipotesi gettando azzardatamente nella realtà un'idea.

segue


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 28 Gennaio 2014 21:36:44
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Questo è un esempio di abduzione tratto dalla letteratura classica:

Un giorno, mentre passeggiava vicino ad un boschetto, vide correre verso di lui un eunuco della regina, seguito da molti ufficiali che sembravano in preda alla più viva inquietudine, e che correvano qua e là come uomini smarriti che cercano ciò che hanno perduto di più prezioso. «Quel giovane,» lo abbordò il primo eunuco, «avete visto per caso il cane della regina?» Zadig rispose con modestia: «Era una cagna, non un cane.» «Avete ragione,» rispose il primo eunuco. «E una spagnola molto piccola,» aggiunse Zadig, «e ha avuto da poco i canini; zoppica dal piede sinistro anteriore e ha le orecchie molto lunghe.» «L'avete dunque vista?» disse il primo eunuco tutto trafelato. «No,» rispose Zadig, «non l'ho mai vista, e non ho mai saputo se la regina avesse o no una cagna.»
Proprio in quel momento, per una delle frequenti stranezze della sorte, il più bel cavallo della scuderia del re era scappato dalle mani di un palafreniere nelle pianure di Babilonia. Il capocaccia e tutti gli altri ufficiali gli correvano dietro con altrettanta inquietudine del primo eunuco alla ricerca della cagna. Il capocaccia si rivolse a Zadig e gli domandò se per caso avesse visto passare il cavallo del re. «È il cavallo che galoppa meglio,» rispose Zadig, «è alto cinque piedi, ha lo zoccolo molto piccolo; ha una coda di tre piedi e mezzo; le borchie del suo morso sono d'oro a ventitré carati; i suoi ferri sono d'argento a undici denari.» «Che cammino ha preso? dov'è?» domandò il capocaccia. «Ma io non l'ho visto,» rispose Zadig, «e non ne ho mai sentito parlare prima d'ora.»
Il capocaccia e il primo eunuco non ebbero alcun dubbio che Zadig avesse rubato il cavallo del re e la cagna della regina; lo fecero condurre davanti all'assemblea del gran desterham, che lo condannò al knut e a passare il resto dei suoi giorni in Siberia. Era appena stata pronunciata la sentenza che furono ritrovati il cavallo e la cagna. I giudici si trovarono nella dolorosa necessità dì correggere la loro sentenza; ma condannarono Zadig a pagare quattrocento once d'oro per aver detto che non aveva visto ciò che invece aveva visto. Fu giocoforza pagare questa multa; dopodiché fu permesso a Zadig di difendere la propria causa davanti al consiglio del gran desterham; egli parlò in questi termini:
«Stelle di giustizia, abissi di scienza, specchi di virtù, che avete la pesantezza del piombo, la durezza del ferro, lo splendore del diamante e molte affinità con l'oro! Poiché mi è permesso parlare davanti a quest'augusta assemblea, vi giuro per Orosmad che non ho mai visto la rispettabile cagna della regina, né il sacro cavallo del re dei re. Ecco quanto mi è accaduto. Passeggiavo nei pressi di un boschetto dove ho poi incontrato il venerabile eunuco e l'illustrissimo capocaccia. Ho visto sulla sabbia le tracce di un animale, e ho giudicato facilmente che si trattava delle tracce di un piccolo cane. Dei solchi leggeri e lunghi, impressi sopra piccoli mucchi di sabbia, tra le tracce delle zampe, mi hanno fatto capire che si trattava di una cagna le cui mammelle erano pendule e che pertanto aveva avuto dei piccoli pochi giorni prima. Altre tracce, in un senso differente, che sembravano ugualmente aver rasentato la superficie della sabbia vicino alle zampe anteriori, mi hanno fatto comprendere che aveva le orecchie molto lunghe; e, poiché ho notato che la sabbia era sempre meno scavata da una zampa che dalle altre tre, ho capito che la cagna della nostra augusta regina era un po' zoppicante, se mi è lecito osare esprimermi in questo modo.
«Quanto al cavallo del re dei re, sappiate che, passeggiando per i sentieri di questo bosco, ho scorto le tracce dei ferri di un cavallo; esse erano tutte ad eguale distanza. "Ecco," mi son detto, "un cavallo dal galoppo perfetto." In una strada stretta, che non misura più di sette piedi di larghezza, la polvere era un po' spazzata via dagli alberi a sinistra e a destra, a tre piedi e mezzo dal centro della strada. "Questo cavallo," mi son detto, "ha una coda di tre piedi e mezzo, che con i suoi movimenti a sinistra e a destra ha spazzato via la polvere." Ho visto sotto gli alberi, che formavano un pergolato dell'altezza di cinque piedi, le foglie da poco staccate dai rami, e ho capito che quel cavallo era arrivato fin lì, e che dunque doveva avere un'altezza di cinque piedi. Quanto al suo morso, deve essere d'oro a ventitré carati: infatti ha strofinato le borchie contro una pietra, che ho riconosciuto essere una pietra di paragone e che ho voluto provare. Ho giudicato infine dai segni che i suoi ferri hanno lasciato su alcuni sassi di un'altra specie, che era ferrato in argento della purezza di undici denari.»

Da “Zadig” di Voltaire


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 02 Febbraio 2014 08:39:04
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Ecco come Guglielmo da Baskerville meraviglia i monaci dell'abbazia che cercano un cavallo con un'abduzione simile ne “Il nome della rosa”:

"Abituato come ero a sentirlo fare le più singolari affermazioni, non lo interrogai. Anche perché, dopo un altro tratto di strada, udimmo dei rumori, e a una svolta apparve un agitato manipolo di monaci e di famigli. Uno di essi, come ci vide, ci venne incontro con molta urbanità: “Benvenuto signore,” disse, “e non vi stupite se immagino chi siete, perché siamo stati avvertiti della vostra visita. Io sono Remigio da Varagine, il cellario del monastero. E se voi siete, come credo, frate Guglielmo da Bascavilla, l’Abate dovrà esserne avvisato. Tu,” ordinò rivolto a uno del seguito, “risali ad avvertire che il nostro visitatore sta per entrare nella cinta!”
“Vi ringrazio, signor cellario,” rispose cordialmente il mio maestro, “e tanto più apprezzo la vostra cortesia in quanto per salutarmi avete interrotto l’inseguimento. Ma non temete, il cavallo è passato di qua e si è diretto per il sentiero di destra. Non potrà andar molto lontano perché, arrivato al deposito dello strame, dovrà fermarsi. E’ troppo intelligente per buttarsi lungo il terreno scosceso…”
“Quando lo avete visto?” domandò il cellario.
“Non l’abbiamo visto affatto, non è vero Adso?” disse Guglielmo volgendosi verso di me con aria divertita. “Ma se cercate Brunello, l’animale non può che essere là dove io ho detto.”
Il cellario esitò. Guardò Guglielmo, poi il sentiero, e infine domandò: “Brunello? Come sapete?”
“Suvvia,” disse Guglielmo, “è evidente che state cercando Brunello, il cavallo preferito dall’Abate, il miglior galoppatore della vostra scuderia, nero di pelo, alto cinque piedi, dalla coda sontuosa, dallo zoccolo piccolo e rotondo ma dal galoppo assai regolare; capo minuto, orecchie sottili ma occhi grandi. E’ andato a destra, vi dico, e affrettatevi, in ogni caso.”
Il cellario ebbe un momento di esitazione, poi fece un segno ai suoi e si gettò giù per il sentiero di destra, mentre i nostri muli riprendevano a salire. Mentre stavo per interrogare Guglielmo, perché ero morso dalla curiosità, egli mi fece cenno di attendere: e infatti pochi minuti dopo udimmo grida di giubilo, e alla svolta del sentiero riapparvero monaci e famigli riportando il cavallo per il morso. Ci passarono di fianco continuando a guardarci alquanto sbalorditi e ci precedettero verso l’abbazia. Credo anche che Guglielmo rallentasse il passo alla sua cavalcatura per permettere loro di raccontare quanto era accaduto. Infatti avevo avuto modo di accorgermi che il mio maestro, in tutto e per tutto uomo di altissima virtù, indulgeva al vizio della vanità quando si trattava di dar prova del suo acume e, avendone già apprezzato le doti di sottile diplomatico, capii che voleva arrivare alla meta preceduto da una solida fama di uomo sapiente.
“E ora ditemi,” alla fine non seppi trattenermi, “come avete fatto a sapere?”
“Mio buon Adso,” disse il maestro. “E’ tutto il viaggio che ti insegno a riconoscere le tracce con cui il mondo ci parla come un grande libro. Alano delle Isole diceva che
omnis mundi creatura quasi liber et pictura nobis est in speculum
e pensava alla inesausta riserva di simboli con cui Dio, attraverso le sue creature, ci parla della vita eterna. Ma l’universo è ancor più loquace di come pensava Alano e non solo parla delle cose ultime (nel qual caso lo fa sempre in modo oscuro) ma anche di quelle prossime, e in questo è chiarissimo. Quasi mi vergogno a ripeterti quel che dovresti sapere. Al trivio, sulla neve ancora fresca, si disegnavano con molta chiarezza le impronte degli zoccoli di un cavallo, che puntavano verso il sentiero alla nostra sinistra. A bella e uguale distanza l’uno dall’altro, quei segni dicevano che lo zoccolo era piccolo e rotondo, e il galoppo di grande regolarità — così che ne dedussi la natura del cavallo, e il fatto che esso non correva disordinatamente come fa un animale imbizzarrito. Là dove i pini formavano come una tettoia naturale, alcuni rami erano stati spezzati di fresco giusto all’altezza di cinque piedi. Uno dei cespugli di more, là dove l’animale deve aver girato per infilare il sentiero alla sua destra, mentre fieramente scuoteva la sua bella coda, tratteneva ancora tra gli spini dei lunghi crini nerissimi… Non mi dirai infine che non sai che quel sentiero conduce al deposito dello strame, perché salendo per il tornante inferiore abbiamo visto la bava dei detriti scendere a strapiombo ai piedi del torrione meridionale, bruttando la neve; e così come il trivio era disposto, il sentiero non poteva che condurre in quella direzione.”
“Sì,” dissi, “ma il capo piccolo, le orecchie aguzze, gli occhi grandi…”
“Non so se li abbia, ma certo i monaci lo credono fermamente. Diceva Isidoro di Siviglia che la bellezza di un cavallo esige «ut sit exiguum caput et siccum prope pelle ossibus adhaerente, aures breves et argutae, oculi magni, nares patulae, erecta cervix, coma densa et cauda, ungularum soliditate fixa rotunditas». Se il cavallo di cui ho inferito il passaggio non fosse stato davvero il migliore della scuderia, non spiegheresti perché a inseguirlo non sono stati solo gli stallieri, ma si è incomodato addirittura il cellario. E un monaco che considera un cavallo eccellente, al di là delle forme naturali, non può non vederlo così come le auctoritates glielo hanno descritto, specie se,» e qui sorrise con malizia al mio indirizzo, «è un dotto benedettino…»”.
“Va bene,” dissi, “ma perché Brunello?”
“Che lo Spirito Santo ti dia più sale in zucca di quel che hai, figlio mio!” esclamò il maestro. “Quale altro nome gli avresti dato se persino il grande Buridano, che sta per diventare rettore a Parigi, dovendo parlare di un bel cavallo, non trovò nome più naturale?”

Come si vede l'abduzione è l'arte della congettura e permette un'infinità di collegamenti però necessita di una conoscenza del mondo molto vasta per poter raggruppare in un ipotesi possibile indizi tanto difformi.

Guglielmo può azzardare una teoria simile perché ha nella sua visione del mondo molti “segni” che gli permettono di azzardare una soluzione come nel caso del nome “Brunello” che solo un erudito poteva immaginare.

L'abduzione è una potente arma che però ha come prerequisito una struttura sinaptica molto sfrontata e particolare. Questo fatto spiega spesso come mai il detective che dice di avere la soluzione in mano, traccheggia e tira in lungo prima di svelare il mistero. A parte la necessità di creare il necessario pathos e di rendere omogeneo il romanzo, l'investigatore ha sempre bisogno di trovare piano piano i “segni” che confermano l'ipotesi data.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 09 Febbraio 2014 08:54:34
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Il ragionamento ipotetico

Il metodo di indagine di Sherlock Holmes è particolare come si vede analizzando il suo romanzo d'esordio “Uno studio in rosso”.
Holmes viene convocato nel luogo del delitto da una lettera di Gregson, un investigatore di Scotland Yard. In questo momento ha nel suo bagaglio di conoscenze solo il fatto che la sera prima ha piovuto dopo una settimana di siccità.
Appena giunto sul posto osserva i solchi lasciati sul fango da un'altra carrozza davanti alla casa dove è avvenuto il delitto. La carreggiata della carrozza corrisponde a quella delle tipiche vetture pubbliche e le impronte lasciate dal cavallo lasciano intendere che sia rimasto a lungo incustodito.

Holmes da questi labili indizi conclude che la carrozza è arrivata di notte ed è stata lasciata incustodita e da ciò discende che il vetturino dev'essere coinvolto nel fattaccio. Cercando altre tracce Holmes trova due serie di impronte di scarpe, una di scarpe con la punta quadrata e l'altra di scarpe eleganti. Siccome quelle con la punta quadrata scavalcano una pozzanghera di un metro e venti è probabile che siano di un giovane mentre le altre impronte la aggirano.

Quando Sherlock Holmes incontra Lestrade, il secondo ispettore di polizia, gli chiede se qualcuno sia giunto in casa quella mattina e riceve una risposta negativa, confermando la sua ipotesi che la carrozza sia arrivata di notte con l'assassino.
Una volta che il detective entra in casa vede la scena del delitto e ciò che vede, il cadavere con ai piedi delle scarpe eleganti, conferma ancor di più il castello teorico, l'assassino è il vetturino non potendo essere la vittima né l'uno né l'altro.

In questo modo Holmes da dati slegati tra di loro e che potrebbero portare a tante ipotesi riesce a creare un'abduzione vincente. Lui parte dall'osservazione, dal rilievo e dall'accostamento di più dati eterogenei (induzione), avanza quindi un'ipotesi per spiegare o interpretare i fatti osservati, per individuare cause possibili degli eventi risultati (abduzione), esplicita analiticamente le conseguenze inerenti alle ipotesi postulate (deduzione), mette alla prova le ipotesi e le conseguenze dedotte dalle ipotesi (induzione). Così le ipotesi a mano a mano escogitate e selezionate, finiscono per formare una rete convergente verso l'individuazione dell'ipotesi fondamentale: l'identità dell'assassino.
Benchè in diverse occasioni come nel “Segno dei quattro” Holmes sostenga piccato di non tirare mai ad indovinare, nel suo modo di procedere nell'indagine
si nota nella sua procedura mentale una costante selezione della migliore ipotesi, come postulava Peirce, perchè l'ipotesi migliore è quella più semplice e naturale come sapeva bene anche Guglielmo da Occam con il suo rasoio: “ Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. “ (A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire).

Del resto la massima preferita di Holmes è “Quando hai escluso l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, dev'essere la verità.”

Per raggiungere un'ipotesi sostenibile e credibile Holmes ha bisogno di raccogliere il maggior numero di dati possibili per sottoporli ad una severa scrematura ma avendoli tutti sempre presenti perché “E' un errore capitale teorizzare senza avere dati. Si comincia sena accorgersene ad adattare i fatti alla teoria, invece che le teorie ai fatti. (Uno scandalo in Boemia) e “La tentazione di formare teorie premature sulla base di dati insufficienti è il veleno della nostra professione. (La valle della paura)

La metodologia investigativa di Holmes risente in modo fondamentale della forma mentis del suo autore il dottor Arthur Conan Doyle che come ogni buon medico aveva un occhio particolare per i dettagli e per gli indizi nascosti nel modo di comportarsi e nel vestiario dei pazienti e i colpi di scena deduttivi sono spesso costruiti ad arte come dice lo stesso Holmes in “I pupazzi ballerini”:

“Non è molto difficile costruire una serie di inferenze, ognuna dipendente dalla precedente e ognuna in sé semplice. Se, dopo averlo fatto, si eliminano semplicemente tutte le inferenza centrali e si presenta ad un pubblico il punto iniziale e la conclusione, si può produrre un effetto strabiliante, benché sotto un certo aspetto, grossolano.” e “ogni problema diventa un gioco da ragazzi una volta spiegato”.

Semplice o no, il metodo holmesiano ha avuto un successo incredibile ed ha allevato tantissimi detective che hanno fatto dell'abduzione la loro stella polare che li guida per mano nei casi più intricati e tra cui spicca Ellery Queen, il più dotato e più intelligente di questi segugi, con il suo “enigma deduttivo formale” di cui parleremo in seguito.


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 16 Febbraio 2014 11:02:58
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“Che cos'è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione” dice il Melandri nel film “Amici miei- Atto II” e per capire come nasce ed esplode il colpo di genio che risolve l'indagine è utile leggere quanto scrive Gianni Bonina nell'introduzione del suo enciclopedico saggio “Tutto Camilleri”, esauriente ed esaustiva analisi della bibliografia dello scrittore siciliano:

“Montalbano ha in dote una capacità naturale, l'intuito, che gli consente di ricavare deduzioni sulla base di due elementi: la percezione e il ragionamento. Polemizzando con Borges secondo il quale la percezione è sempre concomitante con l'oggetto del proprio interesse, Camilleri oppone che la prima, in un'indagine di pollizia, si forma oggettivamente ma rimane come amorfa: prende consistenza e si soggettivizza solo attraverso il successivo ragionamento. In sostanza chiunque può percepire una uguale sensazione ma non tutti possono dedurne conseguenze logiche. Montalbano è giustappunto un logico che ragiona sulle cose, partendo da una sensazione percettiva e arrivando ad una certezza cognitiva per il tramite di una “illuminazione” improvvisa che gli accende il cervello come un flash.

Il campo teoretico è lacaniano. E' il Lacan secondo cui è più importante come si parla di ciò che si dice può essere assunto a ispiratore occulto anch'egli di Camilleri quanto alla pronuncia dei suoi parlanti. Lacaniana è la teoria dell'immagine che si crea in maniera indistinta prima che si formi la conoscenza e che vale come percezione intuitiva: il soggetto non è avvertito del formarsi nel suo inconscio di una scena che si realizza in una fase antecedente all'autocoscienza attraverso segni che possono essere il sogno, il lapsus, il sintomo e quello che è il “lampo” che illumina ogni volta Montalbano.

Vedremo quante volte questa psicologia dell'abbaglio e dell'ambivalenza ricorrerà nelle indagini del commissario e avremo modo di osservare ciascuno dei casi. Qui ci interessa risalire alla fonte primaria di una qualità che è ben distinta da quella scientifica di uno Sherlock Holmes e da quella analitica di un Maigret. Montalbano ha introdotto nel poliziesco le proprietà lacaniane e con Lacan anche Freud.

L'inconscio gioca nel commissario un ruolo decisivo ai fini delle sue inchieste come anche nella determinazione della sua stessa personalità. Che, nel susseguirsi dei suoi romanzi, vedremo assumere una facies sempre più surrealistica. Montalbano comincerà a parlare a se stesso, poi si scriverà delle lettere, quindi si sdoppierà in un Montalbano Primo e un Montalbano “Secunnu”, parlerà direttamente con Camilleri, arriverà anche a concludere un'inchiesta sotto l'effetto di un deja vu che lo riporta ad un romanzo di Faulkner, di qualche indagine sognerà la soluzione e infine si confonderà con il Montalbano televisivo, esito nel quale probabilmente troverà fine la sua vicenda con un eureka di tipo letterario.

(…) Si tratta di una sindrome dello sdoppiamento che trova definizione nella dottrina dell'imperfezione di Greimas, il semiologo cui si deve la teoria della “saise esthètique” che bene può spiegare (accanto all'immaginario simbolico” di Lacan) le allucinazioni di Montalbano.

La “presa estetica” di cui parla Greimas si realizza nel momento in cui una luce abbagliante e sfuggente, che si accende improvvisamente alla vista di una sequenza di immagini (anche uno spot pubblicitario) non permette di esprimere alcun giudizio su di essa se non quando non c'è più, svanita per lasciare posto ad una rappresentazione che induce un senso di indistinzione e di imperfezione. Questa rappresentazione istituisce un nuovo stato di cose, una seconda conformazione della realtà, che tanto è possibile quanto più sia routinaria, abbia cioè a che fare con la vita di tutti i giorni.

E' quel che succede a Montalbano, preda quotidiana di una forma di straniamento che implica la tesi dell'”intersoggettività” e dell'”intercoporeità” elaborate da Merleau-Ponty sulla capacità di “sentire”, che è l'equivalente in fondo del dono di Edipo di “sentire” ciò che non si vede.

(…) Camilleri ha creato un personaggio nevrotico e dunque novecentesco, calato in una guazza psicologica che sarebbe piaciuta non poco a Pirandello: tutto nervi e spleen; fremente di sentimenti, emozioni, umori, prorompimenti e raccoglimenti. L'elemento psicologico aumenta la presenza con il progredire della serie salendo sulla rampa dell'irrealtà, della divisione dell'io, dell'introspezione e dell'inconscio, abitando dunque tutti i terrirori del più schietto novecentismo.”

Gianni Bonina “Tutto Camilleri” pagg.28-29-30


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 16 Marzo 2014 15:47:09
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E' uscito da poco l'ultimo giallo di Bruno Morchio, interessante giallista genovese:

Torna Bacci Pagano, detective dei carruggi
Uno "Spaventapasseri" contro il crimine

In libreria (per Garzanti) l'ottavo romanzo dell'investigatore privato genovese creato da Bruno Morchio. Un personaggio scomodo e umanissimo, profondamente legato alla sua città e alle sue origini operaie e partigiane. Un giallo "politico". Chi vuol fermare il candidato senatore?

Molti, a Genova (e non solo) hanno respirato con sollievo: Bacci Pagano è tornato. Evidentemente il personaggio ideato da Bruno Morchio piace e qualcuno, non solo nella città del "detective dei carruggi", sembrava essersi spaventato quando, mesi fa, in libreria era giunto "Il profumo delle bugie", bel romanzo di ampio respiro, si potrebbe dire il profumo dei Buddenbrook. Ma dentro, tra le pagine, Bacci non c'era, così si è materializzato il timore che l'investigatore che molto ha appreso da Pepe Carvalho (tanto che Bruno Morchio, che dichiaratamente si è ispirato anche allo scrittore spagnolo, ha combinato un incontro tra Manuel Vazquez Montalban e Bacci Pagano a Bangkok, teatro di una delle avventure dell'annusapatte gallego) fosse uscito di scena.

Dunque niente paura, Bacci è tornato. L'ultima fatica del suo creatore ha per titolo "Lo spaventapasseri (Garzanti, 256 pagine, 16,60 euro). E lui fa ormai parte del buon gruppo di investigatori (pubblici o privati) locali: quelli, un po' figli di Montalbano, creati da Maurizio Di Giovanni (a Napoli), Marco Vichi (a Firenze), Marco Malvaldi (litorale toscano) e diversi altri che parlano pensano in dialetto e si muovono nella pancia profonda dell'Italia dei campanili e delle mille culture. Il suo creatore, Bruno Morchio, psicologo di professione e scrittore sempre più professionale, non gli è molto dissimile: vive tra i tetti del Carmine (il quartiere di Don Gallo) ed è figlio di quelle belle commistioni tra popolare e colto che la Genova operaia e di sinistra ha saputo costruire col tempo e con l'età. E dai suoi gialli c'è già chi lavora per trarne una fiction televisiva.

Le storie di Bacci Pagano sono arrivate a quota otto (più un libro di racconti). Il "detective dei caruggi" gira in Vespa (se proprio deve, in alternativa ha a disposizione un Maggiolino), misura a piedi il centro storico della sua città (lo studio-abitazione è dove un tempo anche il suo autore ha vissuto e lavorato) e si imbatte quasi stancamente negli ingaggi che il caso o la necessità gli offrono. Senza entusiasmo, il lavoro è lavoro: e Bacci lo esegue con professionale aplomb, senza vestire i panni teatrali di un Marlowe o di chi sa quale collega hard boiled, cicche in bocca whiskey e pistola nel cassetto della scrivania o sulla scrivania o in tasca. A Bacci Pagano le armi piaccio poco e nulla, le indossa senza entusiasmo, corredo tecnico si direbbe: si è fatto cinque anni di carcere di massima sicurezza per aver raccolto una pistola in una manifestazione - metà anni settanta, entra in vigore la legge Reale, tra l'altro - e aver cercato di gettarla lontano da chi avrebbe potuto usarla. Leggerezza, ingenuità, passione. Preso, processato e condannato. Dieci anni, la metà dentro e l'altra scampata grazie al peso politico e giuridico dell'avvocato Almansi, principe del foro e padre di un amico, un grande amico di Bacci.

Ed è per questo sconto, cinque anni di vita ritrovata, che Bacci accetta la proposta di Cesare Almansi, pure avvocato, per indagare su chi stia minacciandolo perché non si candidi al Senato. Cesare Almansi è il volto pulito della sinistra genovese, piace, ha argomenti, ha idee e contenuti. Questo a Bacci (che pure ha radici profonde nella sinistra operaia e partigiana da cui viene la sua famiglia) interessa poco, esegue. Gratuitamente, quale debito di riconoscenza. Ma un indizio tira l'altro, una passeggiata tra i vicoli, una parola di troppo e una di meno innescano un domino di ricordi, sensazioni, suggestioni. Bacci Pagano, investigatore privato (uomo privato dei sentimenti: troppi, tanto da averne quasi terrore), non si limita a onorare qualsiasi contratto, spiega ai suoi committenti (e o ai suoi avversari) di aver bisogno di più di altro. Cerca la verità. Maiuscola, astratta e assoluta. Da qualche parte c'è, sostiene Bacci Pagano, non la si può abbandonare come un fazzoletto di carta usato, e allora indaga, scoperchia, scava, gratta. Conquista nemici e allontana amici, in una storia di rancori, omissioni e con dentro un curioso amore.

L'amore di uno spaventapasseri per una donna bionda e azzurra. Perché Bacci comincia a pensare che qualcuno lo stia usando come un fantoccio per allontanare gli uccellini molesti e ladri: anche gli amici più cari hanno qualcosa da nascondere, scopre Pagano, appesantito in qualche sua movenza dal peso dei ricordi e da qualche accesso alcolico (ci vada piano, Bruno, o lo farà scomparire il suo personaggio in una clinica...). E a Bacci Pagano, interpretare la parte del burattino, con o senza fili no, non va. A costo di perdere clienti, amici e nemici, amore e amor proprio. Sfigato ma libero. Bella soddisfazione. Ma, almeno, libero tra le strade di casa, dove trovare ispirazione, conforto: i romanzi di Bruno Morchio hanno quale scenario Genova, di case e creuze e vicoli e persino cielo, quando lo si può intravedere, percorso dal vento (ogni indagine è accompagnata dal soffio di qualcosa: burian (la buriana, il vento dell'immensità fredda sarmatica), scirocco, anche l'assenza di vento, macaia, ha un senso per i genovesi) che disegna le ombre e illumina gli incroci.

In tutto questo si sta comunque parlando di un giallo intenso e permeabile. Vi si entra dentro, volendo a capofitto ma il più delle volte con certo riserbo e si partecipa. Tanto Bacci Pagano ha relativa voglia di investigare, quanto il lettore ne avrà di perdersi nei meandri dell'intreccio, perfetto. Una storia dal finale inatteso (per chi non ha letto le puntate precedenti) e coerente. Un finale che lascia, per forza di cose, aperta la porta alla prossima storia di Bacci. Morchio assicura che l'ha già tutta in testa.

http://www.repubblica.it/cultura/2013/12/04/news/torna_


Autore Discussione: IlCinese
Replicato il: 21 Luglio 2014 21:44:07
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Il primo stimolo è stato la curiosità di leggere un nome celebre della storia Italiana non nel titolo nel libro ma come coautore di un giallo. Pietro Valpreda è stato un simbolo della stagione della strategia della tensione e per tanto tempo è stato fatto passare come il mostro responsabile della strage di Piazza Fontana. Una volta scagionato completamente ha scritto con il giornalista Piero Colaprico la trilogia del maresciallo Binda. Il primo libro che ho letto è stato “La nevicata dell'85”, trovato a 3 euro in un negozio di libri usati, che mi ha subito fatto venire la voglia di leggere anche gli altri.
Ambientato nel 1985 al tempo della grande nevicata che paralizzò Milano, il giallo riporta alla mente reminiscenze simenoniane con le vecchie case di ringhiera, i portinai, le indagini fatte con il mestiere, scandagliando l'animo umano e lasciando perdere ogni tecnologia disumanizzante.
Piero Colaprico, giornalista di razza e profondo conoscitore della Milano criminale, creatore anche del termine “Tangenopoli” e l'anarchico Valpreda si completano a vicenda e rendono al meglio i contrasti stridenti tra la Milano da bere di un certo periodo in cui tentano di arricchirsi alle spese degli altri e la vita agra di tante persone che ricordano quelle raccontate da un grande scrittore come Luciano Bianciardi, anche lui frequentatore di quelle zone alcuni lustri prima.

L'esordio della strana coppia di scrittori avvenne quando Valpreda si presentò a Colaprico con sessanta cartelle di un giallo che poi costituì il nucleo fondante di “Quattro gocce di acqua piovana”, il primo dei tre libri scritti assieme. Dopo un robusto lavoro di editing e di sistemazione della trama e dei personaggi il libro uscì in libreria nel 2001:

Dopo una vita trascorsa nell'arma dei carabinieri, Pietro Binda è tornato nel suo paese d'origine sui monti lombardi. Una mattina di settembre, parte improvvisamente per Milano. Ha avuto un'intuizione improvvisa che potrebbe gettare luce su una sua indagine rimasta irrisolta dagli anni ottanta: la morte violenta di un professore di liceo, il quale collaborava con una rivista di enigmistica. Morendo aveva lasciato, scritto con il suo sangue, un ultimo sconcertante rompicapo.

http://www.lafeltrinelli.it/libri/piero-colaprico/quatt

I gialli di Colaprico e Valpreda che hanno come protagonista il maresciallo Pietro Binda, sono stati un vero e proprio caso editoriale. Ambientati a Milano negli anni Ottanta, rivelano gli aspetti più cupi e inquietanti della città e rispolverano un pezzo della nostra storia. Divertenti, scorrevoli e godibilissimi, sono un intreccio perfettamente riuscito tra cronaca e fabula, conditi da espliciti omaggi ai grandi maestri del genere.

http://www.lafeltrinelli.it/libri/piero-colaprico/nevic

Nel 2002 esce “La primavera dei maimorti”:

Aprile 1969. Pietro Binda è fresco di addestramento nell'Arma. A Milano è stato ritrovato il corpo di un cittadino svizzero, che durante la guerra lavorava come agente segreto lungo il confine. Qualcuno lo ha ucciso a coltellate e le indagini hanno portato all'arresto di tre uomini, rinchiusi poi a San Vittore. Lì, come infiltrato, Binda viene mandato in missione speciale. Le indagini dietro le sbarre si rivelano tutt'altro che facili: Binda stringe amicizia con i compagni di cella, fa i conti con l'esperienza dura del carcere e si ritrova coinvolto in una delle più violente rivolte carcerarie della storia.

http://www.lafeltrinelli.it/libri/piero-colaprico/prima

Lo sfondo, sempre presente, è la Milano di un tempo, fragile e fortissima, nucleo pulsante del cambiamento del paese. Su questo palcoscenico un professore di liceo appassionato di enigmistica muore improvvisamente. Oppure, mentre fuori cade fitta la neve, viene ritrovato il corpo di un vecchio adagiato sulla poltrona di casa. O ancora esaminiamo una foto in bianco e nero della recinzione che divideva Italia e Svizzera durante la guerra. Poche immagini e il mondo che ruota attorno al maresciallo dei carabinieri Pietro Binda appare subito vivido, così come gli intrecci semplici ma travolgenti con i quali Piero Colaprico e Pietro Valpreda ci mostrano come si svolge un'indagine.

http://www.lafeltrinelli.it/libri/piero-colaprico/indag

Dopo la morte di Valpreda avvenuta nel 2002 Colaprico continua in solitaria le avventure dell'ex maresciallo Binda con “L'estate del Mundial”:
In un giorno in cui mi sveglio con il mal di testa e sono triste perché un collega è stato ammazzato dalla mafia, vengo a sapere che una soubrette è stata uccisa sulle scale di casa e i poliziotti hanno beccato il mio amico Loris. E io faticavo a entrare in partita, come l'Italia ai Mondiali di Spagna”: così comincia quella che potrebbe essere l'ultima indagine del maresciallo della Omicidi Pietro Binda (già protagonista di “Quattro gocce d'acqua piovana”, “La nevicata dell'85” e “La primavera dei maimorti”), ormai prossimo alla pensione. Ne “L'estate del Mundial” (Marco Tropea Editore, pp.223, € 10), egli riceve l'incarico di indagare sulla morte del banchiere Roberto Calvi e sull'omicidio della soubrette Lavinia Marbella, nell'afosa Milano dell'82 travolta dalle imprese della nazionale ai Mondiali di calcio. A firmare questa nuova avventura del “Peder” troviamo, ancora una volta, Piero Colaprico: non c'è più, invece, il suo sodale Pietro Valpreda, venuto a mancare prima di poter scrivere questo romanzo in coppia col Nostro, giusto come i tre citati in precedenza. Lo stile di Colaprico è quello di sempre: uno Scerbanenco passato al filtro dell'ironia ed innervato d'un po' di nostalgia, che qui affiora con nitidezza nella raffigurazione della malavita meneghina preesistente alla metropoli da bere, a quel tempo ai suoi primi passi. Il percorso dello scrittore pugliese assume una rilevanza sempre maggiore nell'ambito della narrativa gialla indigena: dal serratissimo reportage giornalistico di “Manager calibro nove” (1995), in coppia con Luca Fazzo, alla penetrante inchiesta di “Capire Tangentopoli” (1996), egli si è rivelato un acuto analizzatore di quanto si muoveva sopra e sotto la superficie della penisola. Le sue doti di narratore, di contro, le ha dimostrate sin da “Sequestro alla milanese” (1992), per poi confermarle negli splendidi racconti di “Kriminalbar” (1999): s'avvertono, in codeste pagine, i sapori e gli umori della tradizione lombarda, tra la nebbia dei Navigli e la fauna dell'hinterland. Roba, insomma, da deliziare tutti quei lettori desiderosi d'un intrattenimento intelligente, all'insegna del mistero.
http://www.italica.rai.it/scheda.php?scheda=colaprico

Nel 2006 esce “La quinta stagione” che si riferisce all'originario progetto di scrivere quattro gialli come le quattro stagioni, volendo significare che questo è un romanzo fuori schema o forse fuori dagli standard prefissati:
Il maresciallo dei carabinieri Pietro Binda è in pensione, soffre per la lontananza del figlio Umberto che lavora a Londra e pare si sia dimenticato di lui, ma riesce a farsi coinvolgere in un’indagine che rischia di costargli la vita. Una sua vecchia conoscenza, il ladro Pallonetto, gli confessa di essere nei guai: una banda di albanesi – che, come Binda scoprirà ben presto, è responsabile di omicidi, traffico di droga, sfruttamento della prostituzione – gli ha rapito la ragazza, la zingara Maronela, per costringerlo a pagare un debito di gioco. Binda comincia a indagare, ma ben presto finisce anche lui nelle mani dei boss albanesi, e riceve una proposta che non è in condizione di rifiutare. Come nelle altre avventure del maresciallo Binda, a una trama poliziesca serrata e ricca di colpi di scena si intreccia l’approfondimento psicologico dei protagonisti (di cui Colaprico sa cogliere la grande umanità) e un amaro ritratto della Milano – e dell’Italia – di oggi, contesa da spietati gruppi criminali in lotta fra loro e pronti a imporre con la violenza la loro legge.
http://www.lafeltrinelli.it/libri/piero-colaprico/quint

Ponendosi alla stessa latitudine di Scerbanenco e di Simenon, Colaprico e Valpreda ridisegnano un'epoca finita per sempre in quelli che per me sono i migliori gialli da me letti ambientati a Milano, con tante suggestioni e riferimenti che riportano indietro nel tempo e fanno rivivere con nostalgia una Milano d'antan lontanissima parente di quella attuale.


Autore Discussione: martello
Replicato il: 27 Luglio 2014 14:56:07
Messaggio:

Forse è fuori argomento ma suggerisco
come lettura molto professionale, dal di dentro i casi di cronaca nera italiana, il libro di

C.LAVORINO
ALIBERTI EDITORE
SCENE DEL CRIMINE

da richiedere a
lavorinocarmelo@virgilio.it

Buona lettura
Luigi


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